AMORE, VITA E DEATH METAL IN ANGOLA

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Non credo di aver mai ascoltato un disco death metal nella vita. Non è molto professionale ammetterlo, ma in fondo siamo umani. Ognuno ha i suoi limiti. I miei, con certi generi musicali, sono più che evidenti. Non è neanche che non mi piacciano: è che proprio non li capisco. Mi mancano dei passaggi, non ho i parametri per inquadrarli. Ecco, il death metal è uno di questi (verrebbe da dire anche senza “death” davanti, ma forse sarebbe troppo). Per quanto riguarda l’Angola, invece, la mia ignoranza non è ugualmente abissale, ma poco ci manca. So che è un paese dell’Africa sud-occidentale, che era una colonia portoghese e che Che Guevara voleva liberarla (lo so perché sul mio sussidiario delle elementari c’era una foto di militari bianchi e neri con la didascalia “soldati cubani in Angola”, e non capivo cosa ci facessero dei cubani in Angola; da cui si deduce che i sussidiari degli anni 70 erano politicamente molto avanzati e io non molto sveglio). Non saprei citare il nome della capitale e di altre città, non so che governo abbia attualmente e ho vaghissime cognizioni riguardo alla guerra civile (ri)cominciata negli anni Novanta e durata per un’eternità, con tutto l’inevitabile carico di morti e atrocità che una guerra, civile o no, si porta dietro. Insomma, mettendo assieme le due cose, ho il sospetto che la mia autorevolezza nel parlare di un film che si chiama Death Metal Angola sia prossima allo zero assoluto. Peccato si tratti esattamente del genere di film che ti mette addosso una voglia folle di parlarne a chiunque. Perché vorresti che tutti lo vedessero, e che tutti ne rimanessero toccati nel profondo come è successo a te. Death Metal Angola (presentato al festival torinese di film a tematiche musicali SeeYouSound) è semplicemente una delle rappresentazioni del rapporto tra musica e vita, morte, umanità e tutto il resto più commoventi e potenti che mi sia mai capitato di vedere.

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Che cosa è di cosa parla, Death Metal Angola? È un documentario girato nel 2012 dal giovane regista americano Jeremy Xido, e racconta di come in una città angolana tra le più devastate dal conflitto – Huambo, all’interno del paese – una coppia sia riuscita a realizzare il suo sogno: organizzare il primo festival death metal (appunto) in Angola. Lei, Sonia Ferreira, è una donna sulla quarantina che gestisce un orfanatrofio con 55 bambini e ragazzi, tutti evidentemente figli della guerra o della miseria. Durante il conflitto, quando i bombardamenti su Huambo si erano fatti pesanti, li aveva presi tutti con lei ed era fuggita verso la costa, per poi tornare indietro quando la situazione era diventata più sicura (si fa per dire: la guerra è finita, ma la povertà e le mine sono rimaste). Una donna di enorme coraggio, pragmatismo e dolcezza, per la quale l’aggettivo “straordinaria” una volta tanto non suona affatto retorico.

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Lui, Wilker Flores, è il fidanzato di Sonia e suona la chitarra. Il suo genere preferito è il death metal. Per qualche strano e forse inspiegabile caso culturale, è quello il suono che ha attecchito maggiormente tra la gioventù angolana venuta su in questi tempi di pace traballante. Un suono nato in America e sviluppato soprattutto da giovani bianchi scandinavi che diventa strumento di espressione e resistenza (a cosa? più o meno a tutto) per giovani neri africani ai quali di Satana non frega una mazza e che usano il growl spaventoso del death solo per parlare della loro vita di tutti i giorni. Surreale, ma fino a un certo punto. Soprattutto dal punto di vista musicale, come spiega benissimo Wilker quando paragona la ritmica marziale e spietata del death con quella che sta alla base di molta musica popolare africana. Insomma: anche il death metal scopri che alla fine è nato in Africa, come tutto il resto. Wilker si esercita di notte attaccandosi a un generatore di corrente e alla luce dei fari di un pick-up, insegna ai ragazzi dell’orfanatrofio scale e riff, tiene i contatti con altre band sparse per il paese tramite un blog, e ovviamente dà una mano a Sonia. Che è il centro focale del racconto, il vero generatore di energia al quale tutti si attaccano. Fino alla fine non si capisce se ‘sto benedetto festival riusciranno a metterlo in piedi, ma quando li senti entrambi, Sonia e Wilker, parlare una delle difficoltà che deve affrontare tutti i giorni in una situazione esistenziale che per noi non è neanche immaginabile, l’altro del perché la musica è così importante per ricostruire una parvenza di futuro o anche solo per tirare avanti, beh anche se non conosci ancora il finale hai la certezza che ce l’avrebbero fatta. E infatti ce la fanno. Le band arrivano sui furgoni scassati da tutto il paese, il palco finiscono di montarlo tipo dodici ore dopo l’inizio previsto, i generatori partono a calci, la location è uno spiazzo desolato alla periferia di Huambo e il pubblico forse sono solo quelli delle band, i loro amici, i 55 ragazzi dell’orfanatrofio e qualche abitante della zona. Ma quando attaccano a suonare, quella è la loro Woodstock. Lo dice Sonia, abbracciata a Wilkes, e non puoi che darle ragione con tutto il cuore.

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Non sono un critico cinematografico, non ho le competenze per dare un giudizio sul documentario. A me è sembrato bello anche sotto l’aspetto tecnico, con un andamento molto ben calibrato del racconto nel quale le parole dei protagonisti si alternano con le immagini della vita a Huambo e, alla fine, del festival. Quando vedi dei bambini africani giocare a pallone vicino a case sventrate dalle bombe il rischio del ricatto emotivo è sempre dietro l’angolo, ma a me è parso che l’occhio del regista si sia posato in modo molto naturale sulla realtà che ha descritto, senza la minima intenzione di tirarne fuori una brochure terzomondista per chi ha la lacrima facile.  Ma il punto davvero importante, almeno per me, è un altro.

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Cercherò di spiegarmi evitando il pietismo e il senso di colpa occidentale, anche se non è facile. Ciò che un film ( ma si potrebbe anche chiamare reportage) come Death Metal Angola trasmette è qualcosa che va al di là della morale universale – e consolatoria – del credere in se stessi o nei propri sogni contro tutte le avversità. È qualcosa in realtà di molto più specifico, slegato dal contesto pur terribile in cui si trovano i protagonisti del documentario. Qualcosa che ha che fare con la musica. Il suo potere salvifico, il nostro modo di rapportarci ad essa, lo spazio e il ruolo che le diamo nelle nostre vite. E questo “qualcosa” è tutto racchiuso in ciò che dicono Sonia, Wilkes e gli altri quando parlano della loro musica preferita. Per loro – lo affermano ripetutamente – è ciò che permette di esprimere tutto il groviglio di emozioni che hanno dentro, di raccontare la loro realtà, di combattere la frustrazione. Fossimo in Italia, qualcuno direbbe – con una frase che detesto visceralmente – che per quei ragazzi ascoltare musica sia un “atto politico”. Invece lì sono in Angola, in un posto dove ogni passo che fai rischi di saltare in aria per una mina,  e ogni famiglia ha almeno una decina di morti per la guerra. Un posto dove non puoi sprecare preziosi minuti di connessione internet scrivendo menate su facebook. Un posto dove per fare suonare quattro o cinque gruppi insieme puoi metterci anche due o tre anni di organizzazione. E insomma, loro se ne sbattono dell’”atto politico”. Per loro è qualcosa che li aiuta a vivere. È una passione. E la vivono senza mediazioni intellettualistiche, nella forma pura che le passioni devono sempre avere.

Qui arriva la parte moralistica, e me ne scuso. Ma davvero, davvero non ho potuto fare a meno di pensare a come la musica viene vissuta – non sempre, non da tutti, ma comunque in modo ormai troppo diffuso – nel nostro mondo annoiato e disincantato. Ridotta a accessorio secondario della propria personalità, a 140 caratteri nei quali un disco ascoltato mezza volta su Spotify diventa inevitabilmente o “capolavoro!” o “una merda”. Un mondo nel quale a neanche trent’anni sono già tutti nostalgici di qualcosa che magari non hanno neanche vissuto, nel quale il meglio è sempre stato prima, “oggi non esce più niente di interessante”, che palle, che noia, dai facciamo un bel post ironico sul nuovo dei Blur o di Sufjan Stevens, tanto domani ce lo saremo già dimenticato. Un mondo nel quale il direttore di una importante rivista musicale, molto glamour, si permette di scrivere che per lui “la musica è morta con Ian Curtis”. Oh davvero signora mia? E allora perché ne parli? Ecco, tutto questo i metallari angolani non sanno neanche cosa sia. Conta solo la musica. Che, attenzione, non chiamano mai “metal” o “death metal”. No, la chiamano sempre “rock”. ROCK. Una parola che ormai mi fa accapponare la pelle, come a tutti credo. Quando sento qualcuno dire che quella tal cosa “è rock”, so già che mi farà schifo. Poi guardo Death Metal Angola ed è come se in quelle parole, in quei volti, nel loro modo di ascoltare e di suonare si rendesse al rock una dignità persa ormai da tempo immemore. Dicono “rock” come noi non potremo mai più farlo. Con la stessa intenzione, cioè, dei teenager che negli anni ’50 sfasciavano i cinema in cui si proiettava Il seme della violenza, di quelli che nei ’60 provavano nei garage, di chi ha preso una chitarra in mano dopo aver sentito i Ramones oppure un microfono e un giradischi dopo aver sentito i Public Enemy. Non la musica dei vecchi che si illudono ancora di essere giovani, ma dei giovani che hanno bisogno di una cosa come quella per sopravvivere al fatto ineluttabile di diventare adulti. Qualcosa di molto, molto importante. Come diceva qualcuno, “a matter of life and death”. O, in questo caso, death metal.

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5 thoughts on “AMORE, VITA E DEATH METAL IN ANGOLA

  1. Oramai iniziare un commento senza dire “Bellissimo” è pressoché impossibile.
    Aggiungo anche che questi articoli, così lunghi per i ritmi di Internet, sono come un’oasi nel deserto.
    Spero di riuscire a recuperare in un modo o nell’altro (anche se credo proprio che dovrò usare l’altro modo) questo film, ma attraverso la tua recensione è un po’ come se avessi già dato una sbirciatina.

  2. Vado (nuovamente) OT per congratularmi del bellissimo libretto sugli anni ’90.
    Già prima che uscisse temevo fosse l’ultimo della serie e le ultime righe della tua introduzione sembrano confermarlo. In fondo con l’estrema parcellizzazione della musica è un po’ come se quasi tutti gli artisti fossero di culto, ma un culto fatto di ascolti distratti e condivisioni sui social network.
    Un 50 x 00 sarebbe poi difficile anche perché immagino ci voglia un po’ di prospettiva storica per definire una decade dal punti di vista degli album di culto.
    Magari questa serie di libretti potrebbe continuare con delle guide ragionate per vari sottogeneri, ma magari mi sto allargando un po’ troppo 😉

    Concludo dicendo che proprio oggi ho fatto la mia ennesima scoperta di un disco meraviglioso grazie ai tuoi consigli: parlo di River di Terry Reid (sì, ogni tanto sbircio la tua pagina FB).
    Che dire se non… ancora una volta grazie mille.

    • Grazie a te (e perdona la risposta in ritardo: aggiorno così poco il blog che mi scordo anche di andare a vedere i commenti). Posso già anticiparti che molto probabilmente non farò la guida sugli anni Zero. Altri impegni nel periodo in cui dovrei scriverla, e un po’ anche per il motivo che dici tu. Inoltre il concetto di disco “di culto” dal 2000 in poi diventa estremamente vago…ah, ovviamente Terry Reid grandissimo!

      • Non ti preoccupare della risposta in ritardo.
        Come vedi, anch’io mi sto adeguando ai tuoi tempi 🙂 e ho letto la tua risposta solo oggi

  3. Complimenti Carlo, l’articolo è veramente molto bello. Mi hai fatto anche ricordare cosa vuole dire rock, troppo frequentemente mi perdo purtroppo.

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