A MINOR PLACE – Quando il pop è a casa

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Da Aristotele ai box deluxe della Rhino, il binomio forma-sostanza è sempre stato un concetto fondamentale nel nostro sforzarci di interpretare il mondo. Certo, lo Stagirita poneva problemi leggermente più complicati di quelli suggeriti da una ristampa degli Shadows of Knight, ma insomma dai, siamo lì. Limitandoci alla musica pop, la risposta alla domanda “perché continuare a comprare dischi oggi che…” (quello che c’è oggi lo sapete, inutile dilungarsi) non può prescindere da quel binomio. Da anni, ormai, un disco – che sia su vinile o cd – non è più musica-in-una-confezione ma piuttosto una confezione con dentro della musica. Il che può essere letto in senso sia in negativo che in positivo. Mettendo tra parentesi la questione non del tutto irrilevante della qualità sonora, perché mi compro il disco dell’ultimo cantautore indie-psych americano invece che limitarmi a digitare il suo nome nella finestrella di Spotify? Per la copertina disegnata dal suo amico grafico underground, probabilmente. Perché mi prendo l’antologia su cd della garage band norvegese del ’66 o del funkettaro kenyano del ’73 invece che sentirmeli su youtube o scaricarmeli da un blog? Perché nel cd magari ci sono trenta pagine di booklet che mi raccontano una storia che vale la pena di conoscere. Il famoso “valore aggiunto”. Che può essere estetico e/o informativo, ma anche qualcosa di più sfuggente eppure ugualmente importante. Per esempio la passione. O l’amore.

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Per cominciare a parlare dell’oggetto – termine da intendersi nel miglior senso letterale possibile – in questione cito Maurizio Blatto, che introducendo questa cosa magnifica e inaspettata chiamata Staying Home scrive su Rumore: “Se suonare e fare dischi è un gesto d’amore disperato, non ho mai visto un oggetto rappresentarlo meglio”. Probabilmente neanch’io. Proprio così, l’amore. Qui ce n’è tanto, e non solo per la musica e le cose fatte bene. Istruzioni per l’uso: Staying Home è un “album” degli A Minor Place. Gli A Minor Place sono un duo formato da Roberta e Andrea, marito e moglie di Teramo. L’”album” è in realtà un box con sei 7” per un totale di 12 (splendide) canzoni. Le copertine di ogni 7” (splendide pure quelle) sono disegnate da Marta Balducci, una giovane maestra, artista e inguaribile pop-fan. I testi di ogni canzone sono riprodotti su un cartoncino rettangolare sul cui retro stanno illustrazioni/collage, a volte spiazzanti, che riportano ai tempi gloriosi del do-it yourself e della mail art.

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Finito qui? No, c’è pure una cassettina con quattro brani bonus. Insomma: un oggetto meraviglioso. Ma la sostanza, una volta tanto, è degna della forma. La musica degli A Minor Place tutto sommato è facile da definire, se proprio si deve farlo. È indie-pop, e che nessuno cominci a fare lo snob su un termine abusato e vacuo. Lo so: spesso non significa un accidente, è il solito latinorum da critici musicali. In pezzi come Summer Dress o Epic Deeva, come Shoe o Birth Without Violence e come tutti gli altri di Staying Home (soprattutto la canzone che dà il titolo al progetto) significa invece un sacco di cose che molti di noi condividono come una forma di appartenenza irrinunciabile. Significano le vetrine di Rough Trade la prima volta che si andava a Londra; i cataloghi della Sarah e della Postcard compulsati su una fanzine, o quello della Flying Nun sul retro di un EP; le antologie della Cherry Red a 99 pence; i singoletti della Jeepster, e la caccia disperata al primo album di quella strana band scozzese, Belle & qualcosa; i palchi laterali dei festival dove quattro brufolosi fanno jingle jangle come se nessun altro lo avesse mai fatto prima ma che importa, a vent’anni ti senti di essere i Byrds comunque. D’altra parte, di riferimenti ne vengono citati quanti ne volete nel testo di In the Motorcity (con curiose strizzate d’occhio a soul e country) e soprattutto in quello di The Pop Lover.

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Il fatto che il nome dei Pains of Being Pure at Heart ricorra più degli altri è significativo. Perché sì, sono una band ma è anche un modo di essere, di guardare alle cose. Nelle canzoni di Roberta e Andrea – che scorrono leggere e ingenue, a volte cigolanti e sempre dolcissime come ogni buona canzone indie-pop dovrebbe essere – c’è quella purezza di cuore che già ci hanno insegnato altre coppie. Come Georgia Hubley e Ira Kaplan, o Frances McKee e Eugene Kelly, o Rachel Goswell e Neil Halstead. Non siamo a quei livelli, è ovvio, ma il mondo degli A Minor Place è quello. Chiamatela attitudine, o estetica, ma ci siamo capiti. Basti notare quanto ricorrano nei titoli nomi femminili, di stagioni e mesi (This Moon of April, Winters and Summers, Summer Dress, Ode to Monica C, The World According to Claudia).

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Al d là di tutto, Staying Home è comunque bellissimo da ascoltare, da vedere, da leggere e da toccare. Certo, si deve fare la fatica di alzarsi e cambiare verso al disco dodici volte. Ma esiste forse una fatica più piacevole di questa? Tra un andata-ritorno e l’altro allo stereo, potete sempre sfogliare una rivista o far scorrere le dita sulle coste della vostra collezione di lp. Ovunque sia possibile fare qualcosa del genere, quella è casa. A Minor Place, forse, ma è il vostro. Il migliore che ci sia.

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(aminorplaceband@gmail.com;  soundcloud.com/a-minor-place; aminorplace.bandcamp.com)

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