Blast from the past. 25 ristampe per il 2015.

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Se stare dietro all’abnorme produzione musicale di oggi è un’impresa impossibile, mantenere la rotta con le pubblicazioni relative alla musica di ieri è pura utopia. Troppe uscite, troppi anni/dischi/generi da riscoprire, e sempre una sola vita a disposizione. La parte positiva è che la musica non è mai “troppa”, e quindi tutto sommato va bene così. Soprattutto va bene per quello che resta dell’industria musicale, che sulle ristampe o più genericamente sulle operazioni di archivio sta giocando le sue ultime fiches di sopravvivenza. Un po’ insistendo sullo sfruttamento intensivo del target di riferimento (40-50-60enni, rimasti legati all’idea di album e alla musica della loro gioventù) e un po’ avendo intuito che anche il consumatore di musica meno agée è psicologicamente più ben disposto verso l’acquisto del disco “fisico” quando si tratta di classici. Ecco quindi che trova una facile spiegazione l’alluvione di deluxe edition, ristampe espanse, cofanetti, remastered, edizioni per audiofili, e – ovviamente – “vinyl only edition” a prezzi gonfiati oltre ogni logica e pudore (l’argomento andrebbe affrontato seriamente, qui mi limito a dire che siamo a metà tra la truffa legalizzata e la circonvenzione di incapaci). Da un lato, si può pensare che si stia raschiando il fondo del barile; dall’altro che quel barile un fondo forse non ce l’abbia. Credo siano vere entrambe le cose. Ed è proprio da questo punto di vista che si possono individuare le due prospettive da cui guardare alla musica del passato: la prima è quella della nostalgia e della conferma di valori che si danno per assodati, la seconda è quella della scoperta continua (di artisti o scene musicali che non si conoscevano, o di aspetti inediti di artisti o scene musicali che si pensava di conoscere). Sono valide entrambe, ma personalmente tendo a preferire la seconda. Non c’è niente di male a ricomprarsi per la dodicesima volta Sticky Fingers o Unknown Pleasures o Astral Weeks (soprattutto se, deo gratias, finalmente rimasterizzato), ma il vero piacere secondo me sta nello scovare qualcosa che non si era ancora mai ascoltato. Trattare cioè il passato come un virtuale presente da esplorare. Per questo, così come amavo da ragazzo etichette come la Edsel e la Rhino, oggi benedico l’esistenza di Light in the Attic, Numero Group, Vampisoul, Cherry Red/Esoteric, Big Beat, ecc. La lista di seguito, con poche eccezioni, è stata stilata in quest’ottica. L’ordine è assolutamente casuale, nessuna graduatoria di merito. Ovviamente si potrebbero segnalare molti più titoli, ma poi da quel famoso barile si rischia, davvero, di non uscire più.

 

Edge of Daybreak

THE EDGE OF DAYBREAK –  Eyes of Love (Numero Group)

Così come i film, esistono anche i dischi carcerari. Al contrario di Johnny Cash a San Quintino e alla Folsom Prison, gli autori di questo album finite le session non sono tornati a casa bensì in cella. Gli Edge of Daybreak erano infatti la resident band (fin troppo “resident”) del penitenziario di Richmond, Virginia. Niente gospel strazianti, comunque. Registrato nel 1979 in uno studio mobile fornito da una radio locale, sotto l’occhio e i fucili dei secondini, Eyes of Love è un piccolo gioiello di funk-disco alla Earth Wind & Fire/Isley Brothers. They should have been released.

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AA.VV. – Back from The Grave vol. 9-10 (Crypt)

Bentornato dalla tomba. Il vecchio Tim Warren è vivo e vegeto, per fortuna, ma la più famosa tra le sue collane di rock’n’roll da – e per – disperati era andata fuori produzione da quasi vent’anni. A sorpresa ecco spuntare due volumi nuovi, pieni come al solito di “raw blastin’ mid-60’s punk” e grezzume amatoriale  riciclato da qualche garage texano o californiano. Copertine più orrende del solito, in una delle quali si torturano degli hipster e si pianta un forcone nel culo di un dj impegnato al laptop. Non imparerai proprio mai, Tim.

Goldberg

GOLDBERG – Misty Flats (Light in the Attic)

Disco stampato in 500 copie all’epoca (1974), e mai riesumato prima né su vinile né su cd. Barry Thomas Goldberg aveva suonato in precedenza in una band power pop, ma in queste canzoni amare e desolatissime – incise su un due piste con la collaborazione di un altro culto da private press, Michael Yonkers –  non c’è traccia di ritornelli ed esuberanza. Suono che definire “scarno” è persino un eufemismo, ruminazioni sullo stato dell’America al tempo del Watergate e della prossima caduta di Saigon, ricordi famigliari struggenti, poetica da “altra Hollywood”: può ricordare, a scelta, la versione povera di On the Beach di Neil Young oppure Elliott Smith e Mark Kozelek nati vent’anni prima.

Vega Chilton Vaughn

ALAN VEGA, ALEX CHILTON & BEN VAUGHN – Cubist Blues (Light in the Attic)

L’idea di una session newyorkese a notte fonda tra Alan Vega e Alex Chilton  rappresenta l’esatto contrario del concetto di salutismo, così come di quello di registrazione professionale.  Sigarette, alcool e attitudine alla “come viene viene, passa quella bottiglia va’”. Probabilmente senza l’aiuto di Ben Vaughn – eccellente cantautore pop sempre un po’ dimenticato, qui in veste di batterista e ispiratore del progetto – non sarebbero venuti a capo di niente. Invece ne uscì un disco stralunato e beefheartiano, un blues notturno da intoxicated men che andò purtroppo perso in quegli anni (era il 1996) di dopo-sbornia grunge. Nella nuova edizione anche il codice per scaricare una delle rarissime esibizioni dal vivo del trio.

Lizzy Mercier Descloux

LIZZY MERCIER DESCLOUX – Press Color (Light in the Attic)

Se la blank generation che ciondolava nella Lower East Side tra gli anni 70 e 80 ha avuto una sua versione femminile di Rimbaud, quella era –  più ancora che la sua evangelista Patti Smith – Lizzy Mercier Descloux. Non fosse altro perché lei era francese sul serio. La Light in the Attic ha ristampato diverso materiale della Descloux ma Press Color, che abbina il suo album d’esordio all’Ep Rosa Yemen, è la prima cosa da mettersi in casa per conoscere il personaggio. Minimalismo pop, funk, “mutant disco” e versioni assurde di temi di Lalo Schifrin, Fire di Arthur Brown e Fever di Otis Blackwell (re-intitolata perversamente e profeticamente Tumour: esattamente quello che ci porterà via Lizzy troppo presto).

Pretty things

PRETTY THINGS – Bouquets from a Cloudy Sky (Snapper)

Monumentale e definitivo tributo ai Pretty Things. Giusto così: i Pretties sono monumentali e definitivi. Con 13 cd + libro+ dvd in edizione limitata è ovviamente solo per maniaci della band (che ovviamente hanno già tutto, probabilmente in più versioni) con un certo potere d’acquisto. Ma non potevo non mettere in questa lista il gruppo con il look più figo di tutti i tempi.

Doug Hream Blunt

DOUG HREAM BLUNT – My Name is Doug Hream Blunt (Luaka Bop)

Il suo nome è Doug Hream Blunt, e chi l’aveva mai sentito prima? Forse solo David Byrne, Ariel Pink e Dean Blunt, che pare abbia preso il nome d’arte ispirandosi a lui. Un solo album auto-prodotto e auto-finanziato a fine anni 80, manifesto di funk lo-fi che fa entrare in collisione synth e Hendrix, atmosfere caraibiche e Curtis Mayfield. La chitarra di Gentle Persuasion è semplicemente pazzesca, ascoltare per credere.

Fotheringay

FOTHERINGAY – Nothing More (Island)

Un box set per un gruppo che ha pubblicato solo un album (più un secondo “rimaneggiato” uscito quasi quarant’anni dopo) può sembrare eccessivo. Ma qui c’è anche un live, registrazioni per la BBC e un dvd con un’esibizione televisiva. E comunque anche un solo minuto in più di Sandy Denny non è mai un minuto di troppo.

Creation

AA.VV. – Creation Artifact (Cherry Red)

Ok, la Creation che conta davvero è arrivata dopo. Ok, tutti questi pezzi assomigliano un po’ troppo uno all’altro. Ma quel mondo lì, quegli adolescenti con i capelli a caschetto e l’eskimo (da loro si chiamava “anorak”) che strimpellano i Byrds e i Velvet Underground in una Gran Bretagna più triste e grigia che mai per me ha sempre avuto un fascino irresistibile. Alla fine, veniamo tutti da lì. Più o meno.

Syl Johnson

SYL JOHNSON – The Complete Twinight Singles (Numero Group)

Doppio vinile che, come da titolo, mette in fila la quindicina di singoli che Syl Johnson incise per la Twinight. Un grandissimo del soul mai troppo celebrato, se non dalla comunità hip hop che lo ha sempre considerato un precursore.

Unwound

UNWOUND – Empire (Numero Group)

Gli ultimi due album degli Unwound, apocalittici e bellissimi, prima che il futuro si richiudesse su di loro. Punk come se non ci fosse un domani, per l’appunto. E proprio per questo l’ultimo vero esempio di punk. In più demo, singoli, B-sides e inediti.

Motorpsycho

MOTORPSYCHO – Demon Box (Rune Grammofon)

Facile il calembour: da Demon Box al Demon Box Set. Non sono tra quelli che lo ritengono il miglior album dei norvegesi, ne faranno di più equilibrati e pure di più creativi in seguito, ma l’ampiezza di riferimenti e la visione rock totale di questo Everest del post-grunge mi lascia ancora stupefatto dopo più di vent’anni. E che bello riascoltare quella fantastica, luciferina versione di House at Pooneil Corner degli Airplane dal Mountain Ep.

Zakary Thaks

ZAKARY THAKS – It’s the End – The Definitive Collection (Big Beat)

Ah, quelle belle raccoltone di gruppi garage dei quali conoscevi giusto un pezzo, e dei quali poi continui ad ascoltare sempre quel pezzo. Nel caso degli Zakary Thaks si tratta ovviamente di Bad Girl, irrinunciabile classicone texano da Nuggets/Pebbles, ma la sorpresa sta nel fatto che pure il resto del repertorio era solidissimo e che non c’è la solita sfilza di cover (solo una: I Need You dei Kinks).

When Sharpies Ruled

AA.VV. – When Sharpies Ruled (Festival Records)

Gli sharpies sono stati la versione australiana degli skinhead britannici, fortunatamente de-politicizzati ma con diversi tratti in comune. Una delle tante sottoculture working class nate dalla matrice mod, della quale sapevo poco o niente. Come sempre la musica era uno dei fattori unificanti (l’altro era la diffusione del mullet di cui gli sharpies sono stati gli inventori, a loro eterna vergogna) e come sempre rappresenta la chiave d’accesso ideale. Nel caso di queste band – poche quelle “note”: i Coloured Balls, i La De Das e i Rose Tattoo – si tratta di un miscuglio di glam, hard rock, pre-punk e rock’n’roll puro e semplice. Energia e ignoranza, l’eterno binomio teen.

Jodorowski

ALEJANDRO JODOROWSKI – The Holy Mountain OST (Finders Keepers)

Più che la montagna sacra, il sacro graal delle colonne sonore. Edita per la prima volta in vinile, è la prova che Jodorowski non ha niente da invidiare a Carpenter come regista-compositore.  Se il film è allucinato, la sua sonorizzazione è pure peggio. Psichedelia, free jazz, folk, orchestrazioni western e canti mongoli: non si faceva mancare niente, il nostro esperto di tarocchi.

Ork

AA.VV. – Ork Records: New York, New York (Numero Group)

Ork Records è uno di quei nomi cult che saltano sempre fuori quando si parla della New York della seconda metà degli anni ‘70. Nessuno però ci aveva ancora pensato a riunire in un’unica raccolta i vari singoli e memorabilia dell’etichetta fondata dal manager dei Television. Little Johnny Jewel, certo, ma pure i Feelies con il nervosismo perpetuo, Lester Bangs canterino, Cheetah Chrome da solo, Mick Farren in trasferta, Richard Lloyd e soprattutto un intenso sberluccicare da Big Star. La Ork è infatti stata per un breve periodo un rifugio per l’Alex Chilton randagio di quegli anni, e in sovrappiù c’erano anche i Prix prodotti da Chris Bell. Indispensabile.

Sly

SLY & THE FAMILY STONE – Live at Fillmore East (Epic)

Sly e famiglia davanti a qualche migliaio di hippy newyorchesi nell’ottobre del ’68, nove mesi prima della messa grande a Woodstock. Qualità sonora ottima (il concerto era stato registrato in previsione di un live, poi accantonato) e band che va a pieni giri, in piena mutazione dal soul al funk psichedelico e astratto degli anni successivi.

The Strands

THE STRANDS – The Magical World of The Strands/The Olde World (Megaphone)

Michael Head potrebbe giocarsi con Lee Mavers la corona del re degli sfigati dell’indie pop anni 80/90. Al contrario dello sbiellato dei La’s ha comunque continuato a produrre musica eccellente, e forse la migliore è quella che sta in The Magical World of…. Qualcosa tipo i Love cresciuti a Liverpool, mettiamola così. Molto interessante anche la raccolta parallela The Olde World, con versioni diverse dei brani dell’album e tinte folk ancora più pronunciate.

Jorge Ben

JORGE BEN – Ben (Real Gone Music)

Uno dei dischi più spogli e affascinanti dell’uomo di Mas Que Nada, fuori catalogo da secoli. L’uso della chitarra in questo disco pare semplicissimo ma riserva una meraviglia dopo l’altra. Compresa quella Taj Mahal presa a prestito (si fa per dire) da Rod Stewart per Do Ya Think I’m Sexy?

Dust on the nettles

AA.VV. – Dust on the Nettles (Grapefruit)

In questi ultimi anni si è abusato del termine “acid-folk”, attribuendolo con troppa generosità a qualunque scoppiato con la barba, la chitarrina e testi che parlano di unicorni. Questi tre cd puntati sulla nebulosa che diede origine a tutto (la Gran Bretagna freak tra il ’67 e il ’72) non fissano la questione una volta per tutte, ma qualche paletto lo mettono. Ottimo bilanciamento tra nomi conosciuti e rarità, con qualche gradita sorpresa (tipo la primissima Joan Armatrading).

Jock Scot

JOCK SCOT – My Personal Culloden (Heavenly Records)

L’unica raccolta di poesie di Jock Scot si intitola Where is my Heroin?, e questo già inquadra un po’ il personaggio. Just Antoher Fucked Up Little Druggy, come recita invece il titolo di un pezzo di questo disco inciso nel 1997 con i Nectarine N.9 e andato perso nel casino di quegli anni. L’edimburghese non è però solo un drop out reduce dal punk – uno alla John Cooper Clarke, insomma – riciclatosi nei fermenti musicali di vent’anni dopo: è un poeta alieno, con una sua visione stralunatissima del mondo che affascina in modo persino perverso. I monologhi assurdi e biascicati di My Personal Culloden sembrano opera di un Aidan Moffat con alle spalle la Bonzo Dog Band. Sempre che si riesca a immaginare qualcosa del genere.

Adrian Sherwood

AA.VV. – Sherwood at the Controls vol.1: 1979-1984 (On U-Sound)

Le produzioni del giovane Adrian. Ottimo compendio per chi non ha il tempo, i soldi e/o la voglia di collezionare tutti i dischi dub, reggae, punk-funk e wave su cui ha messo le mani Sherwood in quegli anni formativi. Mi ha anche ricordato che è esistito un gruppo chiamato Shriekback, che avevo preferito dimenticare ma che al riascolto mi sono sembrati quasi accettabili (la vecchiaia, che brutta cosa…)

Bruce & Vlady

BRUCE & VLADY – Blue Variations (Vampisoul)

Nonostante la copertina curate da un grafico cieco, questo disco è una bomba. Groove metronomico e acid-oriented, fatto esplodere da un tastierista r&b americano (Bruce) e un batterista free-jazz polacco (Vlady) conosciutisi in Svezia nel 1969. Sembra una barzelletta, invece è roba serissima. Botte di Hammond B-3 e litanie funk, tra Brian Auger e James Brown. Con persino qualche anticipazione – come mi è stato fatto notare – dei Make-Up di venticinque anni dopo.

Ghost Box

AA.VV. – In a Moment…Ghost Box (Ghost Box)

Se il concetto vituperato di “narrazione” ha trovato negli ultimi dieci anni una realizzazione perfetta in musica, sta tutto nell’operazione Ghost Box. Nessun altro ha saputo infatti creare – con suoni e riferimenti trasversali – un mondo immaginario eppure perfettamente plausibile come l’etichetta “fantasma” inglese. Niente di meglio di questo portale per introdursi in una  Narnia fatta di sigle della BBC, elettronica fai-da-te, post-psichedelia, horror low cost, paesi immaginari e brughiere visitate dagli alieni.

Bob Dylan

BOB DYLAN – The Cutting Edge – Bootleg Series vol.12 (Sony Legacy)

Chiudiamo in gloria. Qui si tratterebbe di fare esegesi biblica più che di buttare giù due righe, per cui mi limito a dire che The Cutting Edge– insieme al Live 1966, il cui ascolto andrebbe alternato a questo tutti i giorni prima e dopo i pasti – è il volume definitivo delle Bootleg Series. Nel 1965-66 Dylan era Dio e il suo profeta, contemporaneamente. Immergersi nei bozzetti, nelle alternate takes, negli appunti di lavoro di quei tre dischi là è come esaminare nei minimi particolari l’onda sismica di un terremoto di cui si sentono ancora oggi gli effetti. Naturalmente per i dylaniati senza speranza c’è la versione mammut da ottantamila cd, ma anche quella da due fa girare la testa. Anzi, a me bastano già una If You Gotta Go, Go Now con controcanto femminile, le due versioni alternative di Desolation Row (soprattutto quella appena accennata con voce, piano e basso) e quella simil-rockabilly di Just Like a Woman per vivere felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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50 x 2015

 

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Odio le classifiche di fine anno. Sono stupide e prive di senso. Infatti le faccio tutti gli anni, bestemmiando in urdu per il fatto di dover lasciare fuori dieci, cinquanta o cento dischi che invece vorrei segnalare ma non stanno nella fottutissima top ten che le riviste musicali ti chiedono più o meno intorno a ferragosto. Dato che qui sopra sono il capo-redattore di me stesso (come si intuisce dal fatto che pubblico un post ogni due mesi) ho tagliato le curve e ne ho messi 50, di dischi. Alè. Troppi? Sempre troppo pochi, invece. Credo che ogni vero appassionato di musica possa condividere la stessa percezione. Come ormai ripeto ogni anno a dicembre quando si tratta di fare i consuntivi, stiamo vivendo un periodo felice da questo punto di vista (almeno da questo, cazzo). La polverizzazione dell’industria musicale ha liberato energie e creatività, chi suona non ha più la necessità di conformarsi alle esigenze di un mercato inesistente, la molteplicità di approcci e di influenze musicali genera ibridi magari ancora imperfetti ma quanto meno stimolanti. Quello che si dovrebbe fare è abbracciare questa pluralità, abbandonarsi alla corrente di suoni che attraversa il nostro presente, ascoltare il più possibile e raccogliere il più possibile, trattenendo quello che ci interessa, ci spiazza, ci diverte, ci indica altre strade che potremmo esplorare. La musica interessante è tutta intorno a noi, basta andarsela a cercare. Tra l’altro è pure gratis. L’obiezione prevedibile è: ma il dovere della critica non è quello di operare delle distinzioni, di separare ciò che è valido da ciò che non lo è? Esattamente. In questo senso non vedo contraddizioni nel segnalare cinquanta dischi (ma avrebbero potuto essere tranquillamente cento, giusto per parare i “ma mancano Tizio, Caio e Sufjan!”) che a mio parere vale la pena di ascoltare. E d’altra parte, fare critica non significa neppure ridurre l’esercizio dell’analisi a “è tutta merda”, nichilismo d’accatto che purtroppo sta diventando la regola.

Questa che segue NON è una classifica. E’ una lista in ordine rigorosamente alfabetico (parziale, incompleta, fallace: non può essere diversamente, dato che riflette i miei gusti, i miei interessi e quello che mi piace cercare nella produzione musicale di oggi) di dischi che in questa annata sono rimasti nel mio setaccio. Dischi che ho ascoltato più e più volte. Facendo persino la fatica, molto spesso, di alzarmi a cambiare il lato.

A corredo, una playlist spotify.

E’ tutto. Come diceva Ritchie Valens, come on let’s go.

 

Africa Express

AFRICA EXPRESS – Terry Riley’s In C Mali (Trangsressive Rec.)

Per citare l’altro titolo di Terry Riley che conoscono tutti (più o meno): un arcobaleno nell’aria incurvata del Mali. C’entrano in qualche modo Damon Albarn e Brian Eno, ma il cuore è nero come è giusto che sia. Sillogismo di prima figura: il minimalismo si fonda sull’iterazione, l’iterazione è al cuore della musica africana, il minimalismo nasce in Africa. E qui ci torna, con l’Express. Imperdibile il video.

Algiers

ALGIERS – Algiers (Matador)

Le band che si ispirano – senza aggiungere nulla in termini di creatività e contemporaneità – ai capisaldi del post-punk  sono una piaga degli ultimi quindici anni. Traduttori de’ traduttori dei Joy Division. Gli Algiers almeno hanno avuto l’intuizione – come peraltro i Tv on The Radio già nel decennio scorso – di virare il grigio al nero, con accenti soul e belle siringate di blackness orgogliosa e militante.

Baba Commandant

BABA COMMANDANT & THE MANDINGO BAND – Juguya (Sublime Frequencies)

Disco segnalatomi da un collega che in   questi territori non perde mai la bussola, il black vice-president Andrea Pomini. Miglior disco del Burkina Faso che ho ascoltato quest’anno.  No, seriamente: il comandante Baba e i suoi mandinghi sono dei Konono N.1 più moderni e con produzione aggiornata. Afrobeat  futuribile.

Barnett Courtney

COURTNEY BARNETT – Sometimes I Sit and Think, Sometimes I Just Sit (Marathon Artists)

La nostra migliore amica, quella con cui vorremmo andare in tutti i festival e i negozi di dischi del mondo.  Ne ho parlato diffusamente qui. Niente altro da aggiungere se non “chiama quando vuoi, Courtney”.

Boogarins

BOOGARINS – Manual (Other Music Rec.)

Dici “band neo-psichedelica brasiliana” e pensi subito “Os Mutantes”. Che sono indubbiamente un riferimento cultural-spirituale dei Boogarins – soprattutto gli Os Mutantes kubrickiani del secondo album – ma certo non l’unico. Ci sono anche i Quicksilver e i Flaming Lips, Marcos Valle e i Mad River, gli MGMT e gli High Llamas, sunshine pop e contestazione no-global. Affascinante lungometraggio a colori solarizzati, nel quale le accelerazioni psych si mescolano al torpore da Copacabana assolata. I rapazes cantano in portoghese invece che nel solito inglese farlocco, e questo è un ulteriore punto a favore.

Butterscotch cathedral

THE BUTTERSCOTCH CATHEDRAL – The Butterscotch Cathedral (Trouble in Mind)

Due brani da diciotto minuti, un vago odore da concept album e la parola “suite” che spuntava in qualche recensione letta in rete. La Peste Nera, insomma. Invece trattasi di opera (rock?) gradevolissima e sempre sorprendente nei suoi stacchi di atmosfere, con echi di Tommy, Sf Sorrow, Ogden’s Nut Gone Flake e Smile. Il neo pre-prog, se questa formula potesse avere un senso (non ce l’ha, tranquilli).

Calibro 35

CALIBRO 35 – S.P.A.C.E. (Record Kicks)

Tolti i passamontagna da banda della Comasina, i Calibro si sono messi il casco da astronauta.  Sono sempre loro, comunque, con il solito groove appena più rarefatto e l’orbita deviata leggermente sul pianeta jazz-prog. Comunque una certezza.

Chills

THE CHILLS – Silver Bullets (Fire Rec.)

Bastano quei giri di basso alla Pink Frost quando attaccano le canzoni, quelle chitarre secche, quella batteria di cartone, quelle sverniciate di tastiera. E la voce di Martin Phillips, compassata e morbosa come ai vecchi tempi della “suora volante”. Ecco, basta già ritrovare tutto questo per essere contenti e rimettersi la felpa con la scritta DUNEDIN SCHOOL. Se poi la bontà media delle canzoni è pure elevata, come qui, meglio ancora. La nostalgia è tanta, ma solo per  i miei diciott’anni e fortunatamente non per la qualità della musica.

Coffe Diane

DIANE COFFEE – Everybody’s a Good Dog (Western Vinyl)

Non si chiama Diane, e non è una donna. Ma per uno che ha suonato la batteria nei Foxygen e ha iniziato doppiando i cartoni della Disney, un nome d’arte cretino è il minimo sindacale. Perfetto rappresentante di questa nuova genia di musicisti-produttori-one man show che stanno ridisegnando le mappe del pop odierno, mister Coffee si diverte a mescolare tutto il mescolabile, un po’ come faceva un certo Todd Rundgren illo tempore. Il suo Something/Anything? non lo ha ancora fatto e forse non lo farà mai, ma intanto il suo circo glam è una botta di colore e fantasia.

Courtney Martin

MARTIN COURTNEY – Many Moons (Domino)

Jangle-pop come Dio (Norman Blake? Roger McGuinn? Alex Chilton? Matthew Sweet?) comanda. Più “classico” dei Real Estate, che già non sono esattamente questi mostri di imprevedibilità. Dieci canzoni deliziose nelle quali inizi a fischiettare il ritornello prima ancora che parta, eppure non rinunceresti a nessuna di loro.

Dengue Fever

DENGUE FEVER – The Deepest Lake (Tuk Tuk)

La voce orientale cantilenante fa sempre l’effetto “scena in un bar equivoco di Saigon in viet-movie a caso”, ma superato l’ostacolo – posto che lo sia – si trova uno dei dischi più frizzanti e cosmopoliti dell’anno.  Stax e Motown che rilanciano le operazioni in Cambogia, latin grooves e psichedelia da Nuggets del sud-est asiatico, funk e surf. Sono di Los Angeles, ma questa è pura Khmer-xploitation.

Eyelids

EYELIDS – 854 (Jealous Butcher Rec.)

La copertina non è esattamente questa, e neanche il nome del gruppo visto che ora si fanno chiamare Eyelids Or. Il disco era uscito l’anno scorso ma è arrivato in Europa solo nel 2015. Va beh, che palle queste note burocratiche. Risolviamola in tre parole: paisley, power e pop. Se davanti a queste tre P avete la reazione pavloviana che ha da sempre il sottoscritto, sapete cosa dovete fare. Guitar-band dell’anno (il 1986, ovviamente).

Father John Misty

FATHER JOHN MISTY – I Love You, Honeybear (Bella Union)

Josh Tillman è mezzo hippy e mezzo hipster (hippyster?), insomma è uno che ha tutto per starmi sulle palle. Peccato che scriva canzoni meravigliose e testi tra i più brillanti della sua indolente generazione (che è comunque meglio della mia).  “Love is an economy based on resource scarcity” è una frase che definisce il presente meglio di qualunque headline giornalistica.

Fay Bill

BILL FAY – Who is the Sender? (Dead Oceans)

Certi musicisti – certi esseri umani – non puoi fargli il torto di analizzarli criticamente e sminuzzarne la poesia (così fragile, così in bilico sul vuoto) in formulette, paragoni e riferimenti. Devi solo ascoltare, abbandonandoti alla loro dolcezza indifesa. E se ti capita di incontrarli, abbracciarli e dire loro grazie.

Fuzz

FUZZ – II (In the Red)

In genere Ty Segall lo reggo a piccole dosi. I Black Sabbath invece no: quando metto su un loro disco poi devo ascoltarmi di fila almeno i primi quattro. Dato che la versione-Fuzz di Segall è quella 100% sabbathiana, posso spararmi questa mappazza di fuzz e chitarre down-tuned in scioltezza, facendo air guitar e pensando di essere ancora pieno di capelli.

Gardner Jacco

JACCO GARDNER – Hypnophobia (Polyvinyl)

Quella di Jacco Gardner è tappezzeria sonora, da intendersi nel miglior modo possibile. Un po’ come certi fondali di cartapesta da teatrino del primo Novecento, trasposti in era psichedelica. È più importante la trama del suono che non la struttura della canzone in sé, mai davvero astrusa ma neanche molto lineare, e comunque qui più astratta rispetto al primo disco dell’olandese. A web of sound, direbbero i Seeds. Una ragnatela acid-pop che avvolge dolcemente e inesorabilmente.

Godspeed You

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Asunder, Sweet and Other Distress (Constellation)

Il compagno Efrim e la sua banda non si discutono. Poi certo, possono esserci dischi più o meno ispirati. Questo lo è, ma soprattutto è uno dei più radicali del gruppo di Montreal. La prima parte è al limite dell’atonalità, nella seconda spunta un fantasma di melodia che in un crescendo irresistibile – e magniloquente come solo loro sanno essere – fa venire voglia di baciarsi sulle barricate, o altre cose ugualmente retoriche.

Gospelbeach

GOSPELBEACH – Pacific Surf Line (Alive)

Ho amato i Beachwood Sparks e i loro derivati come poche altre band degli ultimi quindici anni, perlomeno in ambito di rock più o meno classico. Non potevo non capitolare davanti a questi GospelbeacH, che oltre a un paio di ‘Sparks vedono schierato anche Neal Casal. Splendido esercizio di stile, ultimo arrivato in una genealogia che parte da Notorious Byrd Brothers e American Beauty. Southern California uber alles.

Herndon Holly

HOLLY HERNDON – Platform (4AD)

Il disco di ambito elettronico (detto in modo terra terra) che mi ha stuzzicato di più. Forse perché l’autrice è una donna, forse perché c’è una matrice pop anche se ben dissimulata, ma soprattutto perché si coglie una intelligenza notevolissima nella scomposizione, nei sezionamenti chirurgici di suoni e voci della Herndon. Niente pare fatto a caso, tutto sembra ricondotto a una “piattaforma” teoretica e concettuale rigorosa. Ascoltando Platform mi è venuta in mente – con tutte le mille differenze del caso – una Laurie Anderson cresciuta in un mondo completamente digitalizzato.  Ci sono suggestioni peggiori.

Holter Julia

JULIA HOLTER – Have You in My Wilderness (Domino)

Là dove la diva Julia scopre il valore della comunicatività e delle melodie, pur rimanendo algida nell’approccio e cerebrale nella costruzione dei brani. Le mancava solo questo: ora può puntare a diventare la Kate Bush o la Laura Nyro della sua generazione. Le ha già lì, nel mirino. Lucette Stranded on the Island è una canzone che da sola giustifica una carriera in musica.

Jesso Tobias Jr

TOBIAS JESSO JR – Goon (True Panther Sounds)

Quando l’ho visto dal vivo non ho potuto fare a meno di pensare a Bruno Martelli di “Saranno famosi”. Somiglianze imbarazzanti a parte, questo ragazzo ha un talento melodico cristallino. Cocktail-pop di altissimo livello.

Khruangbin

KHRUANGBIN – The Universe Smiles Upon You (Night Time Stories)

Una volta le garage band texane si esercitavano sui sacri testi di Nuggets. Oggi, come i Khruangbin, lo fanno sulle compilation di funk, surf e psichedelia orientali. Stimolanti ibridi culturali – Thai Floor Elevators? – che ci si augura crescano e si moltiplicano. I risultati sono affascinanti, e con questa musica l’universo ci sorride.

Krol Mike

MIKE KROL – Turkey (Merge)

Di quella manica di cazzoni garage-lo fi che ormai fa genere a sé, questo è uno dei più spassosi, insieme a King Khan (il cui disco nuovo, oggettivamente, non è granché). Un Jay Reatard conciato da poliziotto gay anni 70, con il cognome di un grande libero olandese: cosa si vuole di più?

Lamar Kendrick

KENDRICK LAMAR – To Pimp a Butterfly (Interscope)

Non sono mai stato, e a questo punto difficilmente potrò mai diventarlo, un cultore dell’hip hop. Da frequentatore molto occasionale (e certo non da esperto), nell’ambito  mi piacciono soprattutto i dischi che si inquadrano in una visione progressiva e globale della musica nera, facendone una sinossi attendibile. To Pimp a Butterfly è quel genere di disco. E ha pure la copertina più iconica dell’anno.

Love Simon

SIMON LOVE – It Seemed Like a Good Idea at the Time (Fortuna Pop!)

La categoria “one-man band pop-psichedeliche” è tra i titoli più quotati nel mio borsino, ultimamente. Vedi anche alle voci Diane Coffe, Jacco Gardner, Balduin, ecc. In realtà questo scugnizzo gallese di pischedelico ha molto poco, di pop invece tantissimo. L’album di famiglia, rigorosamente britannico, parte dall’inevitabile Macca post-Beatles (di cui interpreta Dear Boy) e da Elton John (al quale dedica il titolo di un pezzo strepitoso) e prosegue con le foto di Marc Bolan, Robyn Hitchcock, Andy Partridge, Captain Sensible e dei conterranei Gruff Rhys e Euros Childs.

Mbongwana Star

MBONGWANA STAR – From Kinshasa (World Circuit)

Già la composizione umana dei Mbongwana Star è materia da romanzo.  L’incontro/scontro tra musica congolese e trucchi di produzione tipici della dance, dell’elettronica e del rock (tracce di post-punk e psichedelia, persino!) produce un suono fluido e ovattato allo stesso tempo, tribale e moderno. Da Kinshasa alla luna.

Moffatt&Wells

AIDAN MOFFATT & BILL WELLS – The Most Important Place in the World (Chemikal Underground)

Il posto più importante di tutti è casa propria, ovviamente. Con il vocione delicato (solo apparentemente un ossimoro) di Aidan Moffat, con le sue storie raccontate in quel modo ciondolante da vecchio amico che ne ha bevuta una (due? tre? ventisette?) di troppo, in effetti ci si sente subito lì: a casa. L’ironico gospel satanista di Street Pastor Colloquy, 3AM non può mancare in una top ten di canzoni dell’anno.

O Rourke Jim

JIM O’ ROURKE – Simple Songs (Drag City)

Il concept sta già nel titolo. Ma è sviante, perché poi queste canzoni, benché straordinariamente melodiche, sono tutt’altro che “semplici”. Raccogliere gli indizi disseminati da Jimbo – Randy Newman, Elton John, Genesis, David Ackles e così via – è parte del divertimento. Comunque sia, un disco che ti fa esclamare di nuovo “Eureka!”, a diciassette anni dalla prima volta.

Ought

OUGHT – Sun Coming Down (Constellation)

La definizione “ indie rock” non ha più nessun senso. Ma per una band come gli Ought la spendo ancora a cuor leggero. I primi Pavement, quelli più storti, sullo stesso furgone dei Feelies.

Prass Natalie

NATALIE PRASS – Natalie Prass (Spacebomb)

Quoziente di sciccheria e sensualità altissimo, qua. Dalla cantera di Matthew E White e dei suoi Spacebomb Studios, ecco la grande speranza del pop femminile per i prossimi anni. Fantastica l’impostazione vocale della Prass, così insinuante e distaccata allo stesso tempo. Se un giorno facessi una cosa kitsch come mettermi una canzone come suoneria del telefono, userei in loop quel “our love is a long goodbye” contrappuntato dai fiati stile Allen Toussaint (una prece) che chiude My Baby Don’t Understand Me.

Pratt Jessica

JESSICA PRATT – On Your Own Love Again (Drag City)

Della quasi omonima Prass, la Pratt possiede l’erotismo dissimulato ma non l’esuberanza pop. C’è la gravitas tipica di chi proviene dal folk, e più alternanza di chiari e scuri.  A modo suo, comunque, anche lei irresistibile.

Public Service Broadcasting

PUBLIC SERVICE BROADCASTING – The Race for Space (Test Card Rec.)

Il disco ideale per chi condivide una, qualcuna o tutte queste passioni: Dr. Who, Douglas Adams, le sigle del BBC Radiopohnic Workshop, l’elettronica cheap dei ‘60s, i dischi della Ghost Box e Tito Stagno.

Royal Headache

ROYAL HEADACHE – High (What’s Your Rupture?)

Pur essendo australiani, questi ragazzi riescono a replicare le atmosfere (e persino l’accento) del più classico r&b/merseybeat inglese. Miglior disco garage dell’anno, probabilmente. “Garage” in senso lato: quello che va dai Them e Billy Childish fino agli Strypes.

Sacri Cuori

SACRI CUORI – Delone (Glitterbeat)

Vecchia Romagna, ovvero la band che crea un’atmosfera. Calembour terribile, ma in fondo ci sono anche i Caroselli degli anni 70 nel bagaglio dei Sacri Cuori. Insieme a influenze tex-mex, Morricone e Piccioni, il liscio e Astor Piazzolla. Operazione raffinata e intelligente di fusione (assolutamente non a freddo) di linguaggi, capace di creare una nuova-vecchia frontiera che va dall’Adriatico al Pacifico.

Saun & Starr

SAUN & STARR – Look Closer (Daptone)

La rivincita delle maestranze. Saundra Williams e Starr Duncan Lowe sono le coriste di Sharon Jones, ma quest’anno hanno saputo fare meglio della principale (donna coraggiosa e artista splendida, comunque, alla quale auguro ogni bene). Bastano gli attacchi di Look Closer e Hot Shot per ritrovarsi in un sabato sera del ’73, con Pam Grier sul divano e un bicchiere di whisky in mano. Daptone-style totale.

Scott Jill

JILL SCOTT – Woman (Blues Babe Rec.)

È interessante notare come il concetto di R&B suggerisca cose diverse a seconda di chi si trova davanti agli occhi questa sigla gloriosa. Jill Scott è una di quelle che può mettere d’accordo tanto i cultori del formato classico quanto i seguaci delle contaminazioni modern soul (peraltro vecchie di una quindicina d’anni pure loro). Elegantissima, ma con ironia. Più, naturalmente, canzoni (e arrangiamenti) eccellenti.

Sexwitch

SEXWITCH – Sexwitch (Echo)

Atmosfere black magick, proprio con il “ck”di Aleister Crowley. In realtà le suggestioni sexy-demoniache sono solo evocate dalla voce di Natasha Khan, qui ottimamente spalleggiata dai Toys. L’idea è eccellente: cover di brani oscuri di psichedelia terzomondista (con l’eccezione di un pezzo di Skip Spence), suonate come se dovessero finire nella colonna sonora di un horror britannico primi anni 70. Welcome to the sabbath.

Sleater Kinney

SLEATER-KINNEY – No Cities To Love (Sub Pop)

Che vuoi dire a queste tre donne meravigliose? L’unica cosa forse è “potevate metterci meno di dieci anni per rimettervi assieme”. Una delle più grandi r’n’r band femminili di sempre. Anzi, leviamo quell’aggettivo antipatico e maschilista: una delle più grandi r’n’r band di sempre, punto.

Sonics

THE SONICS – This is The Sonics (Re:Vox)

Tutti a casa, boys. Sono tornati i maestri di Tacoma. Questi non sono pensionati che stanno a guardare i cantieri: questi i cantieri li fanno esplodere.

Spaccamonti Paolo

PAOLO SPACCAMONTI – Rumors (Santeria)

Mi accorgo di aver messo in questa lista tre dischi italiani in croce, e tutti strumentali. Non credo ci sia bisogno di Freud per interpretare la questione. Questo comunque non c’entra con Spaccamonti, che fa musica eccellente da anni.  Suoni di chitarra incorporei, frustate noise alternate a momenti di vera e propria ecstatic peace, per citare qualcuno davanti al quale il musicista torinese non sfigurerebbe e col quale avrebbe sicuramente molto da dire.

Swamp Dogg

SWAMP DOGG – The White Man Made Me Do It (Alive)

Il vecchio sporcaccione è più vivo e linguacciuto che mai. Soul-funk dritto e volgare come ai tempi in cui cavalcava i topi sulle copertine dei dischi.

Tame Impala

TAME IMPALA – Currents (Fiction)

Ne ho parlato qui. Haters fuck off.

Thomas Pat

PAT THOMAS & KWABISHU AREA BAND – Pat Thomas &…(Strut)

Col suo bel faccione alla Isaac Hayes, Pat Thomas mi è già simpatico prima ancora di ascoltarlo. Una leggenda dell’high life a me totalmente sconosciuta prima di questo disco, al quale partecipano Tony Allen e Ebo Taylor.

Thompson Richard

RICHARD THOMPSON – Still (Proper Rec.)

Richard Thompson fa dischi magnifici da quarant’anni,  peccato che siamo sempre gli stessi ad ascoltarli e ce la contiamo tra noi su quanto sia bravo. Solito tocco chitarristico alla Chet Atkins/Scotty Moore modernizzati, solita voce nasale, solita acre malinconia, solite grandi canzoni. Ottima la produzione di Jeff Tweedy: ci ha messo più cura e amore qua che nelle canzoni dell’ultimo Wilco.

Toro Y Moi

TORO Y MOI – What For? (Carpak Rec.)

Dal downtempo al pop stile Teenage Fanclub/Phoenix. Un bel salto ma il ragazzo se la cava con una disinvoltura persino imbarazzante. Forza Toro, sempre.

Walker Ryley

RYLEY WALKER – Primrose Green (Dead Oceans)

Il talento chitarristico di Ryley Walker è spaventoso, e questo lo abbiamo capito tutti. Quando nella scrittura si affrancherà dai suoi santini di riferimento (Tim Buckley e John Martyn su tutti), dando briglia sciolta all’improvvisazione, ci regalerà qualcosa di memorabile. Comunque già qui ci siamo quasi.

Washington Kamasi

KAMASI WASHINGTON – The Epic (Brainfeeder)

Sì, lo so. Il disco che piace alla gente che piace, quello odiato dai “veri” appassionati di jazz, l’hype e tutto quanto. Lo so. E so anche che per molti basta vedere uno col dashiki, i capelli afro, il sassofono in mano e un fondale anni 70 per (stra)parlare di Coltrane, Sun Ra e compagnia. Falsi problemi: preso per quello che è – un bignami di cose jazz, derivativo ma in gran parte estremamente godibile – riserva ottime vibrazioni, indipendentemente da quanti dischi jazz uno abbia in casa.

Weller Paul

PAUL WELLER – Saturns Pattern (Parlophone)

Fa molto classifica di fine anno di Mojo, me ne rendo conto. “Sti grancazzi” è un commento abbastanza mod? Uno dei dischi più coraggiosi e ispirati di Paolino nostro.

Willis Nicole

NICOLE WILLIS & THE SOUL INVESTIGATORS – Happiness in Every Style (Timmion Records)

Anche se l’etichetta è finlandese – la Willis è sposata con Jimi Tenor – anche qua siamo nel più classico mondo  Daptone. Revival soul con minuziosa cura dei particolari vintage, dalle tonalità dell’organo ai wah wah della chitarra, fino alla voce tra Roberta Flack e Minnie Riperton della protagonista.

Wire

WIRE – Wire (Pinkflag)

Una parola sola: classe. Una delle poche band che non ha mai sbagliato un disco in quasi quarant’anni di storia.