50 x 2015

 

London_record_fair

 

Odio le classifiche di fine anno. Sono stupide e prive di senso. Infatti le faccio tutti gli anni, bestemmiando in urdu per il fatto di dover lasciare fuori dieci, cinquanta o cento dischi che invece vorrei segnalare ma non stanno nella fottutissima top ten che le riviste musicali ti chiedono più o meno intorno a ferragosto. Dato che qui sopra sono il capo-redattore di me stesso (come si intuisce dal fatto che pubblico un post ogni due mesi) ho tagliato le curve e ne ho messi 50, di dischi. Alè. Troppi? Sempre troppo pochi, invece. Credo che ogni vero appassionato di musica possa condividere la stessa percezione. Come ormai ripeto ogni anno a dicembre quando si tratta di fare i consuntivi, stiamo vivendo un periodo felice da questo punto di vista (almeno da questo, cazzo). La polverizzazione dell’industria musicale ha liberato energie e creatività, chi suona non ha più la necessità di conformarsi alle esigenze di un mercato inesistente, la molteplicità di approcci e di influenze musicali genera ibridi magari ancora imperfetti ma quanto meno stimolanti. Quello che si dovrebbe fare è abbracciare questa pluralità, abbandonarsi alla corrente di suoni che attraversa il nostro presente, ascoltare il più possibile e raccogliere il più possibile, trattenendo quello che ci interessa, ci spiazza, ci diverte, ci indica altre strade che potremmo esplorare. La musica interessante è tutta intorno a noi, basta andarsela a cercare. Tra l’altro è pure gratis. L’obiezione prevedibile è: ma il dovere della critica non è quello di operare delle distinzioni, di separare ciò che è valido da ciò che non lo è? Esattamente. In questo senso non vedo contraddizioni nel segnalare cinquanta dischi (ma avrebbero potuto essere tranquillamente cento, giusto per parare i “ma mancano Tizio, Caio e Sufjan!”) che a mio parere vale la pena di ascoltare. E d’altra parte, fare critica non significa neppure ridurre l’esercizio dell’analisi a “è tutta merda”, nichilismo d’accatto che purtroppo sta diventando la regola.

Questa che segue NON è una classifica. E’ una lista in ordine rigorosamente alfabetico (parziale, incompleta, fallace: non può essere diversamente, dato che riflette i miei gusti, i miei interessi e quello che mi piace cercare nella produzione musicale di oggi) di dischi che in questa annata sono rimasti nel mio setaccio. Dischi che ho ascoltato più e più volte. Facendo persino la fatica, molto spesso, di alzarmi a cambiare il lato.

A corredo, una playlist spotify.

E’ tutto. Come diceva Ritchie Valens, come on let’s go.

 

Africa Express

AFRICA EXPRESS – Terry Riley’s In C Mali (Trangsressive Rec.)

Per citare l’altro titolo di Terry Riley che conoscono tutti (più o meno): un arcobaleno nell’aria incurvata del Mali. C’entrano in qualche modo Damon Albarn e Brian Eno, ma il cuore è nero come è giusto che sia. Sillogismo di prima figura: il minimalismo si fonda sull’iterazione, l’iterazione è al cuore della musica africana, il minimalismo nasce in Africa. E qui ci torna, con l’Express. Imperdibile il video.

Algiers

ALGIERS – Algiers (Matador)

Le band che si ispirano – senza aggiungere nulla in termini di creatività e contemporaneità – ai capisaldi del post-punk  sono una piaga degli ultimi quindici anni. Traduttori de’ traduttori dei Joy Division. Gli Algiers almeno hanno avuto l’intuizione – come peraltro i Tv on The Radio già nel decennio scorso – di virare il grigio al nero, con accenti soul e belle siringate di blackness orgogliosa e militante.

Baba Commandant

BABA COMMANDANT & THE MANDINGO BAND – Juguya (Sublime Frequencies)

Disco segnalatomi da un collega che in   questi territori non perde mai la bussola, il black vice-president Andrea Pomini. Miglior disco del Burkina Faso che ho ascoltato quest’anno.  No, seriamente: il comandante Baba e i suoi mandinghi sono dei Konono N.1 più moderni e con produzione aggiornata. Afrobeat  futuribile.

Barnett Courtney

COURTNEY BARNETT – Sometimes I Sit and Think, Sometimes I Just Sit (Marathon Artists)

La nostra migliore amica, quella con cui vorremmo andare in tutti i festival e i negozi di dischi del mondo.  Ne ho parlato diffusamente qui. Niente altro da aggiungere se non “chiama quando vuoi, Courtney”.

Boogarins

BOOGARINS – Manual (Other Music Rec.)

Dici “band neo-psichedelica brasiliana” e pensi subito “Os Mutantes”. Che sono indubbiamente un riferimento cultural-spirituale dei Boogarins – soprattutto gli Os Mutantes kubrickiani del secondo album – ma certo non l’unico. Ci sono anche i Quicksilver e i Flaming Lips, Marcos Valle e i Mad River, gli MGMT e gli High Llamas, sunshine pop e contestazione no-global. Affascinante lungometraggio a colori solarizzati, nel quale le accelerazioni psych si mescolano al torpore da Copacabana assolata. I rapazes cantano in portoghese invece che nel solito inglese farlocco, e questo è un ulteriore punto a favore.

Butterscotch cathedral

THE BUTTERSCOTCH CATHEDRAL – The Butterscotch Cathedral (Trouble in Mind)

Due brani da diciotto minuti, un vago odore da concept album e la parola “suite” che spuntava in qualche recensione letta in rete. La Peste Nera, insomma. Invece trattasi di opera (rock?) gradevolissima e sempre sorprendente nei suoi stacchi di atmosfere, con echi di Tommy, Sf Sorrow, Ogden’s Nut Gone Flake e Smile. Il neo pre-prog, se questa formula potesse avere un senso (non ce l’ha, tranquilli).

Calibro 35

CALIBRO 35 – S.P.A.C.E. (Record Kicks)

Tolti i passamontagna da banda della Comasina, i Calibro si sono messi il casco da astronauta.  Sono sempre loro, comunque, con il solito groove appena più rarefatto e l’orbita deviata leggermente sul pianeta jazz-prog. Comunque una certezza.

Chills

THE CHILLS – Silver Bullets (Fire Rec.)

Bastano quei giri di basso alla Pink Frost quando attaccano le canzoni, quelle chitarre secche, quella batteria di cartone, quelle sverniciate di tastiera. E la voce di Martin Phillips, compassata e morbosa come ai vecchi tempi della “suora volante”. Ecco, basta già ritrovare tutto questo per essere contenti e rimettersi la felpa con la scritta DUNEDIN SCHOOL. Se poi la bontà media delle canzoni è pure elevata, come qui, meglio ancora. La nostalgia è tanta, ma solo per  i miei diciott’anni e fortunatamente non per la qualità della musica.

Coffe Diane

DIANE COFFEE – Everybody’s a Good Dog (Western Vinyl)

Non si chiama Diane, e non è una donna. Ma per uno che ha suonato la batteria nei Foxygen e ha iniziato doppiando i cartoni della Disney, un nome d’arte cretino è il minimo sindacale. Perfetto rappresentante di questa nuova genia di musicisti-produttori-one man show che stanno ridisegnando le mappe del pop odierno, mister Coffee si diverte a mescolare tutto il mescolabile, un po’ come faceva un certo Todd Rundgren illo tempore. Il suo Something/Anything? non lo ha ancora fatto e forse non lo farà mai, ma intanto il suo circo glam è una botta di colore e fantasia.

Courtney Martin

MARTIN COURTNEY – Many Moons (Domino)

Jangle-pop come Dio (Norman Blake? Roger McGuinn? Alex Chilton? Matthew Sweet?) comanda. Più “classico” dei Real Estate, che già non sono esattamente questi mostri di imprevedibilità. Dieci canzoni deliziose nelle quali inizi a fischiettare il ritornello prima ancora che parta, eppure non rinunceresti a nessuna di loro.

Dengue Fever

DENGUE FEVER – The Deepest Lake (Tuk Tuk)

La voce orientale cantilenante fa sempre l’effetto “scena in un bar equivoco di Saigon in viet-movie a caso”, ma superato l’ostacolo – posto che lo sia – si trova uno dei dischi più frizzanti e cosmopoliti dell’anno.  Stax e Motown che rilanciano le operazioni in Cambogia, latin grooves e psichedelia da Nuggets del sud-est asiatico, funk e surf. Sono di Los Angeles, ma questa è pura Khmer-xploitation.

Eyelids

EYELIDS – 854 (Jealous Butcher Rec.)

La copertina non è esattamente questa, e neanche il nome del gruppo visto che ora si fanno chiamare Eyelids Or. Il disco era uscito l’anno scorso ma è arrivato in Europa solo nel 2015. Va beh, che palle queste note burocratiche. Risolviamola in tre parole: paisley, power e pop. Se davanti a queste tre P avete la reazione pavloviana che ha da sempre il sottoscritto, sapete cosa dovete fare. Guitar-band dell’anno (il 1986, ovviamente).

Father John Misty

FATHER JOHN MISTY – I Love You, Honeybear (Bella Union)

Josh Tillman è mezzo hippy e mezzo hipster (hippyster?), insomma è uno che ha tutto per starmi sulle palle. Peccato che scriva canzoni meravigliose e testi tra i più brillanti della sua indolente generazione (che è comunque meglio della mia).  “Love is an economy based on resource scarcity” è una frase che definisce il presente meglio di qualunque headline giornalistica.

Fay Bill

BILL FAY – Who is the Sender? (Dead Oceans)

Certi musicisti – certi esseri umani – non puoi fargli il torto di analizzarli criticamente e sminuzzarne la poesia (così fragile, così in bilico sul vuoto) in formulette, paragoni e riferimenti. Devi solo ascoltare, abbandonandoti alla loro dolcezza indifesa. E se ti capita di incontrarli, abbracciarli e dire loro grazie.

Fuzz

FUZZ – II (In the Red)

In genere Ty Segall lo reggo a piccole dosi. I Black Sabbath invece no: quando metto su un loro disco poi devo ascoltarmi di fila almeno i primi quattro. Dato che la versione-Fuzz di Segall è quella 100% sabbathiana, posso spararmi questa mappazza di fuzz e chitarre down-tuned in scioltezza, facendo air guitar e pensando di essere ancora pieno di capelli.

Gardner Jacco

JACCO GARDNER – Hypnophobia (Polyvinyl)

Quella di Jacco Gardner è tappezzeria sonora, da intendersi nel miglior modo possibile. Un po’ come certi fondali di cartapesta da teatrino del primo Novecento, trasposti in era psichedelica. È più importante la trama del suono che non la struttura della canzone in sé, mai davvero astrusa ma neanche molto lineare, e comunque qui più astratta rispetto al primo disco dell’olandese. A web of sound, direbbero i Seeds. Una ragnatela acid-pop che avvolge dolcemente e inesorabilmente.

Godspeed You

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Asunder, Sweet and Other Distress (Constellation)

Il compagno Efrim e la sua banda non si discutono. Poi certo, possono esserci dischi più o meno ispirati. Questo lo è, ma soprattutto è uno dei più radicali del gruppo di Montreal. La prima parte è al limite dell’atonalità, nella seconda spunta un fantasma di melodia che in un crescendo irresistibile – e magniloquente come solo loro sanno essere – fa venire voglia di baciarsi sulle barricate, o altre cose ugualmente retoriche.

Gospelbeach

GOSPELBEACH – Pacific Surf Line (Alive)

Ho amato i Beachwood Sparks e i loro derivati come poche altre band degli ultimi quindici anni, perlomeno in ambito di rock più o meno classico. Non potevo non capitolare davanti a questi GospelbeacH, che oltre a un paio di ‘Sparks vedono schierato anche Neal Casal. Splendido esercizio di stile, ultimo arrivato in una genealogia che parte da Notorious Byrd Brothers e American Beauty. Southern California uber alles.

Herndon Holly

HOLLY HERNDON – Platform (4AD)

Il disco di ambito elettronico (detto in modo terra terra) che mi ha stuzzicato di più. Forse perché l’autrice è una donna, forse perché c’è una matrice pop anche se ben dissimulata, ma soprattutto perché si coglie una intelligenza notevolissima nella scomposizione, nei sezionamenti chirurgici di suoni e voci della Herndon. Niente pare fatto a caso, tutto sembra ricondotto a una “piattaforma” teoretica e concettuale rigorosa. Ascoltando Platform mi è venuta in mente – con tutte le mille differenze del caso – una Laurie Anderson cresciuta in un mondo completamente digitalizzato.  Ci sono suggestioni peggiori.

Holter Julia

JULIA HOLTER – Have You in My Wilderness (Domino)

Là dove la diva Julia scopre il valore della comunicatività e delle melodie, pur rimanendo algida nell’approccio e cerebrale nella costruzione dei brani. Le mancava solo questo: ora può puntare a diventare la Kate Bush o la Laura Nyro della sua generazione. Le ha già lì, nel mirino. Lucette Stranded on the Island è una canzone che da sola giustifica una carriera in musica.

Jesso Tobias Jr

TOBIAS JESSO JR – Goon (True Panther Sounds)

Quando l’ho visto dal vivo non ho potuto fare a meno di pensare a Bruno Martelli di “Saranno famosi”. Somiglianze imbarazzanti a parte, questo ragazzo ha un talento melodico cristallino. Cocktail-pop di altissimo livello.

Khruangbin

KHRUANGBIN – The Universe Smiles Upon You (Night Time Stories)

Una volta le garage band texane si esercitavano sui sacri testi di Nuggets. Oggi, come i Khruangbin, lo fanno sulle compilation di funk, surf e psichedelia orientali. Stimolanti ibridi culturali – Thai Floor Elevators? – che ci si augura crescano e si moltiplicano. I risultati sono affascinanti, e con questa musica l’universo ci sorride.

Krol Mike

MIKE KROL – Turkey (Merge)

Di quella manica di cazzoni garage-lo fi che ormai fa genere a sé, questo è uno dei più spassosi, insieme a King Khan (il cui disco nuovo, oggettivamente, non è granché). Un Jay Reatard conciato da poliziotto gay anni 70, con il cognome di un grande libero olandese: cosa si vuole di più?

Lamar Kendrick

KENDRICK LAMAR – To Pimp a Butterfly (Interscope)

Non sono mai stato, e a questo punto difficilmente potrò mai diventarlo, un cultore dell’hip hop. Da frequentatore molto occasionale (e certo non da esperto), nell’ambito  mi piacciono soprattutto i dischi che si inquadrano in una visione progressiva e globale della musica nera, facendone una sinossi attendibile. To Pimp a Butterfly è quel genere di disco. E ha pure la copertina più iconica dell’anno.

Love Simon

SIMON LOVE – It Seemed Like a Good Idea at the Time (Fortuna Pop!)

La categoria “one-man band pop-psichedeliche” è tra i titoli più quotati nel mio borsino, ultimamente. Vedi anche alle voci Diane Coffe, Jacco Gardner, Balduin, ecc. In realtà questo scugnizzo gallese di pischedelico ha molto poco, di pop invece tantissimo. L’album di famiglia, rigorosamente britannico, parte dall’inevitabile Macca post-Beatles (di cui interpreta Dear Boy) e da Elton John (al quale dedica il titolo di un pezzo strepitoso) e prosegue con le foto di Marc Bolan, Robyn Hitchcock, Andy Partridge, Captain Sensible e dei conterranei Gruff Rhys e Euros Childs.

Mbongwana Star

MBONGWANA STAR – From Kinshasa (World Circuit)

Già la composizione umana dei Mbongwana Star è materia da romanzo.  L’incontro/scontro tra musica congolese e trucchi di produzione tipici della dance, dell’elettronica e del rock (tracce di post-punk e psichedelia, persino!) produce un suono fluido e ovattato allo stesso tempo, tribale e moderno. Da Kinshasa alla luna.

Moffatt&Wells

AIDAN MOFFATT & BILL WELLS – The Most Important Place in the World (Chemikal Underground)

Il posto più importante di tutti è casa propria, ovviamente. Con il vocione delicato (solo apparentemente un ossimoro) di Aidan Moffat, con le sue storie raccontate in quel modo ciondolante da vecchio amico che ne ha bevuta una (due? tre? ventisette?) di troppo, in effetti ci si sente subito lì: a casa. L’ironico gospel satanista di Street Pastor Colloquy, 3AM non può mancare in una top ten di canzoni dell’anno.

O Rourke Jim

JIM O’ ROURKE – Simple Songs (Drag City)

Il concept sta già nel titolo. Ma è sviante, perché poi queste canzoni, benché straordinariamente melodiche, sono tutt’altro che “semplici”. Raccogliere gli indizi disseminati da Jimbo – Randy Newman, Elton John, Genesis, David Ackles e così via – è parte del divertimento. Comunque sia, un disco che ti fa esclamare di nuovo “Eureka!”, a diciassette anni dalla prima volta.

Ought

OUGHT – Sun Coming Down (Constellation)

La definizione “ indie rock” non ha più nessun senso. Ma per una band come gli Ought la spendo ancora a cuor leggero. I primi Pavement, quelli più storti, sullo stesso furgone dei Feelies.

Prass Natalie

NATALIE PRASS – Natalie Prass (Spacebomb)

Quoziente di sciccheria e sensualità altissimo, qua. Dalla cantera di Matthew E White e dei suoi Spacebomb Studios, ecco la grande speranza del pop femminile per i prossimi anni. Fantastica l’impostazione vocale della Prass, così insinuante e distaccata allo stesso tempo. Se un giorno facessi una cosa kitsch come mettermi una canzone come suoneria del telefono, userei in loop quel “our love is a long goodbye” contrappuntato dai fiati stile Allen Toussaint (una prece) che chiude My Baby Don’t Understand Me.

Pratt Jessica

JESSICA PRATT – On Your Own Love Again (Drag City)

Della quasi omonima Prass, la Pratt possiede l’erotismo dissimulato ma non l’esuberanza pop. C’è la gravitas tipica di chi proviene dal folk, e più alternanza di chiari e scuri.  A modo suo, comunque, anche lei irresistibile.

Public Service Broadcasting

PUBLIC SERVICE BROADCASTING – The Race for Space (Test Card Rec.)

Il disco ideale per chi condivide una, qualcuna o tutte queste passioni: Dr. Who, Douglas Adams, le sigle del BBC Radiopohnic Workshop, l’elettronica cheap dei ‘60s, i dischi della Ghost Box e Tito Stagno.

Royal Headache

ROYAL HEADACHE – High (What’s Your Rupture?)

Pur essendo australiani, questi ragazzi riescono a replicare le atmosfere (e persino l’accento) del più classico r&b/merseybeat inglese. Miglior disco garage dell’anno, probabilmente. “Garage” in senso lato: quello che va dai Them e Billy Childish fino agli Strypes.

Sacri Cuori

SACRI CUORI – Delone (Glitterbeat)

Vecchia Romagna, ovvero la band che crea un’atmosfera. Calembour terribile, ma in fondo ci sono anche i Caroselli degli anni 70 nel bagaglio dei Sacri Cuori. Insieme a influenze tex-mex, Morricone e Piccioni, il liscio e Astor Piazzolla. Operazione raffinata e intelligente di fusione (assolutamente non a freddo) di linguaggi, capace di creare una nuova-vecchia frontiera che va dall’Adriatico al Pacifico.

Saun & Starr

SAUN & STARR – Look Closer (Daptone)

La rivincita delle maestranze. Saundra Williams e Starr Duncan Lowe sono le coriste di Sharon Jones, ma quest’anno hanno saputo fare meglio della principale (donna coraggiosa e artista splendida, comunque, alla quale auguro ogni bene). Bastano gli attacchi di Look Closer e Hot Shot per ritrovarsi in un sabato sera del ’73, con Pam Grier sul divano e un bicchiere di whisky in mano. Daptone-style totale.

Scott Jill

JILL SCOTT – Woman (Blues Babe Rec.)

È interessante notare come il concetto di R&B suggerisca cose diverse a seconda di chi si trova davanti agli occhi questa sigla gloriosa. Jill Scott è una di quelle che può mettere d’accordo tanto i cultori del formato classico quanto i seguaci delle contaminazioni modern soul (peraltro vecchie di una quindicina d’anni pure loro). Elegantissima, ma con ironia. Più, naturalmente, canzoni (e arrangiamenti) eccellenti.

Sexwitch

SEXWITCH – Sexwitch (Echo)

Atmosfere black magick, proprio con il “ck”di Aleister Crowley. In realtà le suggestioni sexy-demoniache sono solo evocate dalla voce di Natasha Khan, qui ottimamente spalleggiata dai Toys. L’idea è eccellente: cover di brani oscuri di psichedelia terzomondista (con l’eccezione di un pezzo di Skip Spence), suonate come se dovessero finire nella colonna sonora di un horror britannico primi anni 70. Welcome to the sabbath.

Sleater Kinney

SLEATER-KINNEY – No Cities To Love (Sub Pop)

Che vuoi dire a queste tre donne meravigliose? L’unica cosa forse è “potevate metterci meno di dieci anni per rimettervi assieme”. Una delle più grandi r’n’r band femminili di sempre. Anzi, leviamo quell’aggettivo antipatico e maschilista: una delle più grandi r’n’r band di sempre, punto.

Sonics

THE SONICS – This is The Sonics (Re:Vox)

Tutti a casa, boys. Sono tornati i maestri di Tacoma. Questi non sono pensionati che stanno a guardare i cantieri: questi i cantieri li fanno esplodere.

Spaccamonti Paolo

PAOLO SPACCAMONTI – Rumors (Santeria)

Mi accorgo di aver messo in questa lista tre dischi italiani in croce, e tutti strumentali. Non credo ci sia bisogno di Freud per interpretare la questione. Questo comunque non c’entra con Spaccamonti, che fa musica eccellente da anni.  Suoni di chitarra incorporei, frustate noise alternate a momenti di vera e propria ecstatic peace, per citare qualcuno davanti al quale il musicista torinese non sfigurerebbe e col quale avrebbe sicuramente molto da dire.

Swamp Dogg

SWAMP DOGG – The White Man Made Me Do It (Alive)

Il vecchio sporcaccione è più vivo e linguacciuto che mai. Soul-funk dritto e volgare come ai tempi in cui cavalcava i topi sulle copertine dei dischi.

Tame Impala

TAME IMPALA – Currents (Fiction)

Ne ho parlato qui. Haters fuck off.

Thomas Pat

PAT THOMAS & KWABISHU AREA BAND – Pat Thomas &…(Strut)

Col suo bel faccione alla Isaac Hayes, Pat Thomas mi è già simpatico prima ancora di ascoltarlo. Una leggenda dell’high life a me totalmente sconosciuta prima di questo disco, al quale partecipano Tony Allen e Ebo Taylor.

Thompson Richard

RICHARD THOMPSON – Still (Proper Rec.)

Richard Thompson fa dischi magnifici da quarant’anni,  peccato che siamo sempre gli stessi ad ascoltarli e ce la contiamo tra noi su quanto sia bravo. Solito tocco chitarristico alla Chet Atkins/Scotty Moore modernizzati, solita voce nasale, solita acre malinconia, solite grandi canzoni. Ottima la produzione di Jeff Tweedy: ci ha messo più cura e amore qua che nelle canzoni dell’ultimo Wilco.

Toro Y Moi

TORO Y MOI – What For? (Carpak Rec.)

Dal downtempo al pop stile Teenage Fanclub/Phoenix. Un bel salto ma il ragazzo se la cava con una disinvoltura persino imbarazzante. Forza Toro, sempre.

Walker Ryley

RYLEY WALKER – Primrose Green (Dead Oceans)

Il talento chitarristico di Ryley Walker è spaventoso, e questo lo abbiamo capito tutti. Quando nella scrittura si affrancherà dai suoi santini di riferimento (Tim Buckley e John Martyn su tutti), dando briglia sciolta all’improvvisazione, ci regalerà qualcosa di memorabile. Comunque già qui ci siamo quasi.

Washington Kamasi

KAMASI WASHINGTON – The Epic (Brainfeeder)

Sì, lo so. Il disco che piace alla gente che piace, quello odiato dai “veri” appassionati di jazz, l’hype e tutto quanto. Lo so. E so anche che per molti basta vedere uno col dashiki, i capelli afro, il sassofono in mano e un fondale anni 70 per (stra)parlare di Coltrane, Sun Ra e compagnia. Falsi problemi: preso per quello che è – un bignami di cose jazz, derivativo ma in gran parte estremamente godibile – riserva ottime vibrazioni, indipendentemente da quanti dischi jazz uno abbia in casa.

Weller Paul

PAUL WELLER – Saturns Pattern (Parlophone)

Fa molto classifica di fine anno di Mojo, me ne rendo conto. “Sti grancazzi” è un commento abbastanza mod? Uno dei dischi più coraggiosi e ispirati di Paolino nostro.

Willis Nicole

NICOLE WILLIS & THE SOUL INVESTIGATORS – Happiness in Every Style (Timmion Records)

Anche se l’etichetta è finlandese – la Willis è sposata con Jimi Tenor – anche qua siamo nel più classico mondo  Daptone. Revival soul con minuziosa cura dei particolari vintage, dalle tonalità dell’organo ai wah wah della chitarra, fino alla voce tra Roberta Flack e Minnie Riperton della protagonista.

Wire

WIRE – Wire (Pinkflag)

Una parola sola: classe. Una delle poche band che non ha mai sbagliato un disco in quasi quarant’anni di storia.

 

 

 

 

 

 

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11 thoughts on “50 x 2015

  1. L’idea di portare a 50 i titoli è ottima come pure quella di non fare una classifica ma un semplice ordine alfabetico. La musica bella va segnalata agli amici e rinchiuderla in una classifica per quanto autorevole sembra quasi una violenza.
    In ogni caso grazie, alcuni dischi li avevo già comperati e alcuni me li ero proprio persi, per questi ultimi ti ringrazia anche il mio amico negoziante (battutona!!!).

  2. Bello il tuo listone, stimolante e fuori dal coro. Courtney Barnett, Sonics, Paul Weller, Sleater Kinney e Ought sono anche a mio parere tra il meglio del 2015.
    Non pensi anche tu che sia stata un ottima annata?
    Ti saluto cordialmente con qualche titolo categoria “gente sorprendente che non avevo mai ascoltato prima”
    1. Bop English – Constant Bop
    2. H. Hawkline – In the Pink of Condition
    3. London Souls – Here Come The Girls
    4. Melody Gardot – Currency of Man
    5. Nikki Hill – Heavy Hearts, Hard Fists
    6. Oh! Gunquit – Eat Yuppies And Dance
    7. Phylums – Phylum Phyloid
    8. Tijuana Panthers – Poster
    9. Truls Morck – Truls Morck
    10. Wanton Bishops – Sleep With the Lights On

  3. Grandissimo Carlo, sei sempre il meglio. Non so perché mi era sfuggito il tuo blog: per me è una specie di paradiso della scrittura musicale, Bordone a portata di click.
    Ciao, a presto
    Marco
    ps- ti ricordi chi sono, vero?

      • Sì, ormai da un annetto. Ci avevo riprovato proprio in questi giorni sotto mentite spoglie, ma purtroppo non fa più per me; non sono riuscito a riabituarmi a certe dinamiche. Ad ogni modo, io continuo a leggerti. Complimenti ancora!

  4. Ciao Carlo, sto comperando tutti o quasi i dischi del 2015 che hai consigliato e ne sono entusiasta (anche delle ristampe). Gli ultimi acquisti sono Martin Courtney e Diane Coffee. Proprio a proposito di quest’ultimo volevo chiederti se mi consigli anche il primo disco e quale album dei Foxygen mi consigli.

    • ciao Gian Luigi. Con Diane Coffee vai tranquillo, è molto bello anche il primo. Dei Foxygen ti consiglierei di partire con “We Are The Ambassador…”, quello dopo (l’ultimo) è folle, con molte cose buone ma a tratti un po’ stancante.

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