Demolition Project: il viaggio di Polly Jean tra le macerie.

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Certi dischi devi portarteli in giro per capirli. Devi provare ad ascoltarli fuori dalle quattro pareti di una stanza, dove alla fine tutti finiscono per assomigliarsi nella loro natura di prodotti di svago. E’ una specie di test. La verifica di come certa musica possa spalmarsi idealmente su quello che ti circonda, di come possa liberarsi e acquistare (ma spesso anche perdere) senso quando si posa su case, alberi, fiumi, automobili, persone che scorrono davanti ai tuoi occhi. Ho provato a farlo con l’ultimo disco di PJ Harvey, The Hope Six Demolition Project, dopo averlo ascoltato in casa una prima decina di volte. Non so se mi è servito per capirlo davvero. Più che difficile o contorto, è un lavoro volutamente opaco e che apparentemente rivela poco di sé. Nei testi c’è un immaginario ellittico e non-lineare, con passaggi bruschi dal piano metaforico a quello brutalmente realistico, dalle riflessioni in prima persona alle frasi di altri riportate non si sa quanto parzialmente o fedelmente. In alcuni casi i livelli sono così intrecciati da non riuscire a distinguerli. Eppure, ascoltare queste canzoni girando in macchina per la città ha un suo senso, perché diverse di queste canzoni sono nate proprio così. Da sguardi attraverso il finestrino di una macchina. Certo, Torino non è il Kosovo, l’Afghanistan e neanche un sobborgo disastrato di Washington, luoghi che PJ Harvey ha visitato e dai quali ha tratto molto più che semplice ispirazione. Nella mia città non ci sono depositi degli autobus sventrati, case abbandonate, crateri di bombe. Il Po è discretamente inquinato, ma probabilmente non come l’Anacostia dell’omonimo brano, avvelenato dalle scorie dei cantieri navali. Ai semafori ci sono i soliti lavavetri, ma non bambini macilenti che ti chiedono “dollar, dollar”. Sicuramente qualche scuola che “looks like a shit-hole” la si può trovare, ma persino al massimo dell’understatement sabaudo difficilmente si potrebbe definire la città come una “well-known pathway of death”, una “drug town” abitata solo da “zombies”. Mi chiedo se, nel caso un’ipotetica PJ Harvey avesse descritto così Torino, mi sarei risentito come gli abitanti del Ward 7 di Washington DC, offesi dall’impietosa fotografia virata esclusivamente al nero  con cui la Harvey apre l’album. Forse sì. Poi magari avrei fatto più caso ai testi, e magari mi sarei accorto dell’inciso (unico non scritto in corsivo nel testo sul libretto del cd, tra l’altro) che prende le distanze: “at least, that’s what I’m told”. Lasciando da parte la polemica, nella quale c’entra forse anche la solita dialettica tra cugini anglofoni (“come si permette un’inglese di venire in America e dire che…” ecc. ecc.), è proprio in quel “almeno, questo è quello che mi hanno detto” che si incardina uno dei temi centrali di The Hope Six Demolition Project. O meglio: più che uno dei temi, la metodologia con cui il disco è stato ideato e assemblato. E secondo qualcuno, anche il suo limite.

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Vale la pena ricordare che questo lavoro nasce dalla collaborazione, già concretizzatasi in un libro, tra PJ e il fotografo e regista Seamus Murphy. Collaborazione iniziata con i “piccoli film” grati da Murphy per le canzoni di Let England Shake, e proseguita con i viaggi di cui sopra e la pubblicazione del libro The Hollow of the Hand. È anche per questo motivo che diversi commentatori hanno tirato in ballo termini come “giornalismo” o “reportage”, mentre altri hanno parlato tout court – molto, troppo ingenerosamente – di “turismo delle tragedie” o “della povertà”. Lo stile impressionistico, rapido, spesso ad effetto di alcune descrizioni sembrano rafforzare questa interpretazione. Lo sguardo dell’osservatore sembra spesso passare attraverso il mirino di una macchina fotografica (quella di Murphy?). La narrazione è congelata in immagini, alcune straordinariamente vivide come quella che chiude, con un non sequitur spiazzante, la canzone intitolata Medicinals, nella quale l’io narrante sente la presenza di una vegetazione arcaica e di erbe medicinali – il sumac, l’amamelide, il sassofrasso – pronte a riprendersi la rivincita sulla caducità delle costruzioni umane. Nell’ultima strofa spunta, dal nulla, “una donna su una sedia a rotelle con il suo berretto dei Redskins al contrario e il suo sacchetto di plastica che dondola – da un involucro di carta sorseggia una bottiglia, un nuovo antidolorifico per le popolazioni indigene”. In un altro flash washingtoniano – Near the Memorials of Vietnam and Lincoln – PJ riporta due scene assolutamente incongrue che nonostante la loro quotidianità sembrano sovraccariche di mistero: un ragazzo che fa finta di gettare del cibo agli uccelli, solo per vederli saltare, e un nero in tuta da lavoro che svuota i cestini dell’immondizia in un tombino, “un passaggio che si apre su un mondo sotterraneo”. Qui siamo davvero al massimo dell’impenetrabilità. Ma c’è molto di non detto, di non spiegato, anche in racconti apparentemente più lineari come Chain of Keys, dove appare forse la figura più indimenticabile del disco: una vecchia donna kosovara (anche se nel testo non è specificato) che custodisce le chiavi delle case dei suoi vicini, fuggiti o forse ammazzati. “Quindici giardini ricoperti di erbacce, quindici case in rovina”. Immaginate cosa hanno visto gli occhi di questa vecchia, dice PJ, e poi aggiunge “le abbiamo chiesto ma lei non ci ha fatto entrare”. Entrare dove? Perché? Chi è “noi”? E perché l’ultima frase del testo è la sentenza sibillina della vecchia, “un circolo si è spezzato”? In canzoni come questa sono evidenti tanto la parzialità del punto di vista di chi cerca di afferrare una realtà che non gli appartiene, quanto l’incolmabile distanza che separa quello sguardo da ciò che viene visto. Che è un po’ il paradosso e il dilemma filosofico di molta fotografia che racconta situazioni e luoghi estremi (di nuovo: guerra, povertà, abusi). Fino a raggiungere l’empasse assoluta, il cortocircuito definitivo, nell’ultimo brano dell’album, quella tremenda Dollar Dollar che da un lato evoca il senso di colpa occidentale e dall’altro l’impossibilità di trovare parole che diano un senso. “All my words get swallowed”, canta PJ mentre non riesce a staccare lo sguardo da quella presenza fantasmatica che elemosina “un dollaro un dollaro” fuori dal finestrino dell’auto.

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Ma cosa sarebbe un’artista, una scrittrice di canzoni, se davvero non trovasse le parole per descrivere ciò che vede? E infatti non è il caso di PJ Harvey. Le parole le ha, eccome, e sono scelte con precisione chirurgica. Tutto, in The Hope Six Demolition Project è calibrato al millimetro, ogni elemento rimanda a un altro e tutti insieme si ricompongono nel quadro complessivo. Un quadro che tuttavia ha più di una prospettiva, più di una via di fuga, ed è appunto difficile da decifrare a una prima occhiata. Eppure ha un senso. L’impalcatura comincia ad apparire chiara dopo un po’ di ascolti. Ci si accorge delle parole che ricorrono, si richiamano e fungono da segnali: “they’ve sprayed graffiti in Arabic” in The Ministry of Defence e “a blind man sings in Arabic” in The Wheel; “three lines of traffic edge past” in The Ministry of Social Affairs e “three lines of traffic pass” in Dollar Dollar; “the bus depot to the right levelled like a building site” in The Ministry of Defence, e “streets that looked like building sites” in The Orange Monkey. I “sette o ottomila uccisi a mani nude” in A Line in the Sand e i ventottomila bambini “scomparsi” in The Wheel. E poi, certo, ci sono quelle due canzoni con nel titolo la parola “ministero”, tanto fosca quanto burocratica. Lo stile narrativo scelto dalla Harvey in questo disco oscilla costantemente tra questi due estremi, tra lirica gravità e asciuttezza cronachistica, tra emotività improvvisa e gelida descrittività. Sono canzoni fatte di luoghi, ma anche di cose, di oggetti e di persone che paiono oggetti. “Fizzy drinks can, magazines, broken glass, a white jawbone, syringes, razors, a plastic spoon, human hair, a kitchen knife” è ciò che si trova nel “ministero dei resti”, insieme al “fantasma di una ragazza che scappa e si nasconde”. Ci sono strade, autostrade, vicoli, cagne incinta, capre, muli, mendicanti, gente con le braccia amputate, rifugiati che si cibano con zoccoli di cavallo. Ma tutto questo, viene da chiedersi, è ciò che ha visto realmente, PJ, o è quello che le è stato raccontato? E se lo ha visto, quanto il suo sguardo ha modificato la scena? Cosa ha scelto di privilegiare, cosa ha lasciato fuori dall’inquadratura? Di nuovo, il solito paradosso.

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Nell’approcciarsi a The Hope Six Demolition Project è praticamente impossibile non fare il confronto con il precedente album di Polly Jean, Let England Shake. Usciva nel 2011 ed è quasi all’unanimità considerato uno dei picchi della sua carriera. Comprensibile che in molti vedano il nuovo disco come un sequel di quello, con il focus spostato dall’Inghilterra al mondo. “Harvey goes global” come ha sintetizzato con una certa sottile perfidia il Guardian. Se in Let England Shake lo sfondo onnipresente è un’Inghilterra sospesa tra un passato di glorie belliche e un presente indecifrabile e inquietante – tra Churchill, le cariche suicide nei Dardanelli e Black Mirror – qui come si è visto la geografia si amplia, lo sguardo non si fa tanto “globale” quanto decentrato. Una differenza sostanziale è che là era la Storia a pesare sulle canzoni e sul concept, qui è una contemporaneità altrettanto pesante e tragica ma della quale non riusciamo ancora a trovare una chiave di interpretazione. Di squisitamente britannico è rimasta la preoccupazione per il modo in cui la pianificazione edilizia, la cosiddetta gentrificazione, impatta sulle piccole comunità fungendo in definitiva da strumento utile al dominio di classe. Un tema che nel pop inglese – dai Kinks di Village Green Preservation Society  ai Madness di The Liberty of Norton Folgate – ha spesso trovato spazio. Ma ciò che è simile, soprattutto, è il processo creativo. Non la musica in sé, che in Let England Shake è pastorale, elegiaca, quasi neo-classica mentre in The Hope Six Demolition Project è nervosa, graffiante, inquieta. In entrambi i casi sono tuttavia sempre le parole a guidarla, come ha spiegato più volte la stessa Harvey. Il suono e gli arrangiamenti nascono dal testo, servono a sottolinearlo e ne sono modellati. Banalizzando molto, è un modo di procedere più da scrittori o sceneggiatori che da rocker. Paradossale dunque che di rock se ne trovi come non accadeva da anni in un album di PJ. The Wheel e The Community of Hope sono grandi pezzi rock, con linee melodiche e riff assolutamente perfetti. Rock sporco e sfregiato dai fiati, in altre occasioni, con più di un riferimento a – per dirne uno – Captain Beefheart. Ma c’è ovviamente molto di più. Il linguaggio d’elezione pare essere soprattutto quello gospel, spiritual, blues (quest’ultimo in realtà appena evocato, come nel campionamento di That’s What They Want di Jerry McCain che apre The Ministry of Social Affairs), i canti da “chain gang” dei campi di lavoro e delle prigioni. Tutte forme musicali nelle quali gioca un ruolo fondamentale il meccanismo del “call and response”, che in un certo senso è la versione afro-americana del coro da tragedia greca (di nuovo, quel raggelante “I heard it was twenty-eigth thousand” di The Wheel, o la citazione esplicita dello spiritual Wade in the Water in Anacostia). Una strategia che rispecchia e rafforza la scelta narrativa di mescolare le voci e i punti di vista, quella apparente confusione di soggetti cui si accennava prima. Voci pensiero, testimonianze, citazioni, ritagli di giornale? I testi di The Hope Six…sono tutte queste cose assieme, e ciascuna ha un ruolo. Alla fine, tutto confluisce in un’idea di fondo che in qualche modo tira le fila di questa babelica pluralità: se non riusciamo a distinguere chi dice cosa, è perché non c’è separazione. Siamo tutti  legati alla stessa catena, come le chiavi di Chain of Keys. Oppure, volendo vederla in maniera più ottimista, nella stessa community of hope. Loro – i migranti di A Line of Sand, la vecchia kosovara, i sottoproletari del Ward 7 di Washington DC, il netturbino che svuota l’immondizia, quelli che stanno nei palazzi sventrati dalle bombe, i ventottomila bambini scomparsi e quello che chiede “dollar, dollar”fuori dal finestrino – sono noi e noi siamo loro. E questa non è “retorica buonista”, come direbbero personaggi che non meritano neanche di essere nominati, ma una semplice presa d’atto. Asciutta, burocratica. La registrazione – in tutti i sensi – di una realtà. L’unica che abbiamo in comune.

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Tra le cose che ho letto in rete riguardo The Hope Six Demolition Project, una delle più interessanti è la recensione di Consequence of Sound. È anche quella in cui viene approfondito di più il legame tra il giornalismo e la scrittura di PJ Harvey in questo disco. Riguardo alla quale ha utilizzato un’analogia azzeccata Beppe Recchia su Blow Up (riferendosi però ai testi di Let England Shake): “nella scrittura della Harvey la guerra non è raccontata con magniloquenza e nella gran parte dei casi non è nemmeno espressa nei testi, ma di questi è causa immediata, come se la penna arrivasse un attimo dopo l’esplosione”. Tristemente, è la stessa cosa che si può dire di gran parte del giornalismo odierno. Arriva sempre un attimo dopo, a raccogliere cocci e raccattare veline. Una volta serviva a raccontare quello che succedeva, poi è diventato embedded e da una decina d’anni non è neanche più quello. Semplicemente è assente. Chi è che ci racconta in tempo reale, sul posto, quello che sta accadendo in Siria, in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Sudan o anche solo in una periferia di una qualunque nostra città? Eppure ci sembra di saperlo. Sappiamo che da qualche parte ci sono dei cattivi, che qualcun altro un po’ meno cattivo li sta combattendo, che c’è gente che scappa e altra che muore. O almeno così ci hanno detto. La verità è che non sappiamo niente, perché non vediamo niente con i nostri occhi. E se anche ne avessimo l’opportunità, probabilmente distoglieremmo lo sguardo. Ed è proprio per questo che gli appunti che vengono mossi alla Harvey da Consequence of Sound paiono fuori fuoco. Particolarmente quando la si accusa di “reggere una cornice. È lei che sceglie dove apporla: il questo, il cosa, il come e il quando. Non esiste una oggettività assoluta. Manipolare i “fatti” è questione di prospettiva indotta. La cornice fa parte del quadro”. Ok, capisco il punto. C’è solo un piccolo particolare: e cioè che PJ non è una giornalista. Non la si può accusare di non fare quello che altri più titolati di lei hanno rinunciato a fare. PJ Harvey è un’artista, e che altro deve fare un artista se non provare a filtrare la realtà attraverso i suoi occhi e la sua poetica? Quella cornice non è qualcosa che taglia fuori parti più o meno grandi di realtà, ma qualcosa che prova a riunire in un’unica immagine ciò che ci arriva frammentato e disperso. Non è questione di oggettività assoluta. E’ questione di reggere lo sguardo. E quindi no, PJ Harvey in The Hope Six Demolition Project non sta facendo “giornalismo”, e tanto meno “turismo del dolore”. Fa qualcosa di molto più complicato, che forse si serve della tecnica giornalistica ma implica un coraggio e una profondità di riflessione che il giornalismo non possiede più. Per tutti questi motivi, alla fine, mi interessa poco stabilire se questo disco è un capolavoro o no, se è più o meno bello di Let England Shake o To Bring You My Love, se è un disco “politico”  (che aggettivo abusato e vuoto) o no. A me piace moltissimo, forse penso anche che sia un capolavoro, ma soprattutto credo che sia un’opera d’arte importante e a modo suo totalmente calata nel presente. Di quanti dischi contemporanei si può dire la stessa cosa?

Dasht-e-Qala,Takhar Province: November 2000 Mother and son.

Un’ultima suggestione che non c’entra niente, e più che altro è frutto di sinapsi che hanno passato troppo tempo a cibarsi di musica e cultura pop. C’è quella frase di The Ministry of Defence, quella che nel testo si dice scritta a biro sotto un arco: this is how the world will end. Mi ricordava vagamente una frase simile pronunciata da qualche musicista, e alla fine mi è venuto in mente da chi e dove. È quello che dice, più o meno con le stesse parole, Pete Townshend sul palco di Monterey, prima di attaccare una delle più devastanti versioni di My Generation nella carriera degli Who. Ecco, appunto: la mia generazione. Che poi è la stessa di PJ Harvey. Una generazione che non solo non ha cambiato il mondo (non ci ha mai neanche provato, se è per questo), ma addirittura lo ha frantumato in milioni di piccoli mondi ego-riferiti e narcisisti, sulla scorta di un benessere illusorio del quale oggi paghiamo (e facciamo pagare) le conseguenze. Il fatto che ci siano artisti come PJ Harvey che provano per noi a raccogliere quei frammenti e a raccontarlo ancora, il mondo, dovremmo accettarlo come un regalo e un privilegio.

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(tutte le foto in questo post sono di Seamus Murphy)

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2 thoughts on “Demolition Project: il viaggio di Polly Jean tra le macerie.

  1. Mamma mia che bello. Mi sono commosso. Davvero. Stavo riascoltando il disco, perché mi sembra il più bello da To bring you my love, e mi sono ricordato di questo articolo. Grazie. Ho capito che lo devo comprare. A questo punto una domanda: il precedente non mi aveva convinto. Che faccio, lo prendo?

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