50 x 2016

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In un anno che è sembrato più che altro una prolungata camera ardente, la musica ha dato ancora una volta segnali di discreta vitalità. Una frase che, detta così, può anche non significare un accidente.  Definire “musica” e magari anche “vitalità”, please. No, magari un’altra volta. Quello che voglio dire, banalmente, è che anche quest’anno sono usciti tanti dischi belli, interessanti, coinvolgenti. E ci mancherebbe pure, vista la gigantesca quantità di dischi che escono. Il paradosso è che la ciclopica e per certi versi insensata produzione musicale annua è inversamente proporzionale – e lo diventa sempre più ogni anno che passa – all’importanza e al ruolo che siamo disposti ad assegnare alla musica oggi. Tolto il cicaleccio da social, che come al solito confonde le acque facendoci credere di vivere nel mondo reale invece che in una bolla a tenuta stagna con altri pesci simili a noi, si tratta di un ruolo e di un’importanza ai loro minimi storici. La musica – ok: la musica genericamente definibile come “pop” – non è più al centro di nessun discorso. Anzi, è proprio fuori dalla conversazione. Non influenza culture o sotto-culture, non innesca né mode né correnti di pensiero, non si sedimenta. L’unica koinè sembra, per l’appunto, quella del pianto dei cari estinti, rituale ormai quotidiano. Mancano narrazioni forti e ipotesi di futuro in divenire, tranne che in un ambito: quello della nuova musica nera (per usare una definizione generica). Piaccia o meno, è lì – a cavallo tra r&b, elettronica, hip hop, neo-soul –  che si stanno ri-formulando le concezioni stesse di canzone, produzione, ritmi, persino di “disco” (sostituire a piacere con “mixtape”).  Non sappiamo quanto durerà e dove porterà, ma intanto è una strada. Limitarsi a percorrere solo quella, tuttavia, mi sembra uno sterile esercizio ideologico. Proprio in un periodo nel quale, invece, l’orizzonte musicale è decisamente post-ideologico. Un po’ di pensiero debole applicato al pop a mio parere non fa affatto male. Mancheranno anche le idee forti – fatte salve le dovute eccezioni – ma di sicuro non mancano dischi belli. Consumabili nelle maniere e nelle situazioni che si preferiscono. Ascoltare musica oggi è come girare per gli scaffali di un magazzino, da cui puoi prendere quello che ti serve sul momento sapendo che comunque c’è tutto. Anche per questo l’idea di stabilire gerarchie e graduatorie, di classificare il meglio dell’anno (il meglio secondo chi? in base a quali parametri? su che campione di ascolti?), è un’idea senza alcun senso.  Ciascuno di noi può portare il suo frammento di interpretazione, ma finisce lì. Sommando assieme le prospettive parziali e personali forse – molto “forse” – si può ricostruire una parvenza di quadro, che peraltro non avremo mai tempo di esaminare nei suoi particolari. Ecco, questa è la mia prospettiva sul 2016. Cinquanta dischi che ho apprezzato e in diversi casi amato, sui quali sono tornato spesso, che hanno segnato la mia annata. Tutto qui. Il “meglio dell’anno” cercatelo pure da un’altra parte. Questo è solo il mio promemoria: valido come quella di chiunque altro, limitato come quella di chiunque altro.

Playlist qui

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A TRIBE CALLED QUEST – We Got it from Here…

Neanche a farlo apposta, si comincia con un gruppo che ha visto andarsene prematuramente uno dei suoi membri (Phife Dawg) all’inizio dell’anno. Proprio l’anno in cui gli ATCQ hanno deciso di tornare a dirne quattro al Sistema. Termine desueto e fuori moda, quest’ultimo,  come desueta e fuori moda è la musica politica (non “politicizzata”, concetto orrendo). Beh, chi se ne frega. We Got It From Here è un disco splendido perché oltre all’indiscutibile qualità sonora è proprio la rabbia e la consapevolezza a dare il ritmo, come succedeva una volta. La rivoluzione non andrà in televisione  e neanche sui social, ma qui se ne conserva ancora un prezioso simulacro. There ain’t no space program for niggas/Yo you stuck here nigga. Lascio a chi è competente il compito di spiegare dove sta andando l’hip hop oggi. Io non lo so. Nel settore ho sempre solo bazzicato queste propaggini, e saluto commosso il ritorno della Tribù.

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IDRIS ACKAMOOR   & THE PYRAMIDS – We Be All Africans

Neanche di “spiritual jazz” sono un esperto, ma qui le connessioni – ideali e concrete – con Sun Ra, Herbie Hancock e Cecil Taylor vengono in aiuto, e comunque in questo fiume ci si deve abbandonare alla corrente senza aggrapparsi  disperatamente ai rami della razionalizzazione. L’ho fatto spesso, nel corso di quest’anno, ipnotizzato da questo sublime intreccio di classicità jazz, africanismo, fiati e synth, ed è sempre stata un’esperienza pacificante e rigenerante.

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BEACH SLANG – A Loud Brash of Teenage Feeling

In attesa di Japandroids e Cloud Nothings, per quell rock’n’roll “emotivo” che negli ultimi anni mi ha riservato parecchie soddisfazioni – nonostante il sottoscritto sia ormai drammaticamente fuori quota per questi rigurgiti di teenage feelings – tocca un po’ accontentarsi. D’altra parte, questa è roba che non trovi più neanche “left of the dial”, per citare i cattivi maestri dei Beach Slang. Ma è esattamente lì che stanno, almeno in spirito.

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WILLIAM BELL – This is Where I Live

Una vecchia leggenda della Stax che torna a farsi sentire è una buona notizia a prescindere, se poi la forma  e lo stile sono quelli impeccabili dei bei tempi meglio per tutti. Languore sudista, ripescaggi azzeccati e una voce che è velluto purissimo ancora oggi. You didn’t miss your water, Will.

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BEYOND THE WIZARDS SLEEVE – The Soft Bounce

L’elettronica servita con un pizzico di psichedelia (ma pure il contrario, volendo) mi è sempre piaciuta. Un po’ del vecchio spirito crossover dei Chemical Brothers e dei Future Sound of London (e della loro filiazione Amorphous Androgynous) sopravvive nel progetto portato avanti da Richard Norris e Erol Alkan. Il suffisso “acid” qui viene declinato in entrambe le sue versioni storiche, innescando trip inquieti e tutt’altro che estatici. Le summer of love del ’67 e dell’88 fuse assieme: una maniera come un’altra per scappare dall’estate dell’odio 2016.

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BLOOD ORANGE – Freetown Sound

Nonostante il titolo che omaggia la Sierra Leone, il disco dell’artista-una-volta-conosciuto-come Lightspeed Champion non suona particolarmente “africano”, se non in certi pattern ritmici. È invece il suono urbano globale, solo leggermente più mainstream e melodico. Quello nel quale la musica black che al momento domina la scena ama affondare le mani. C’è presunzione a livelli stellari come da prammatica nell’ambito, ma in questo come in altri illustri casi l’hybris è giustificata dalla solidità narrativa, dalla capacità di fondere elementi e collaboratori  disparati (le tante voci femminili che si alternano), da canzoni che nella loro vaghezza provocano comunque assuefazione.  Lavoro di gran classe.

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DAVID BOWIE – Blackstar

Che altro aggiungere? Il Duca si è preso il 2016 con – purtroppo – un colpo da maestro. Il fatto che sia in testa a quasi tutte le graduatorie di fine anno da un lato rappresenta il commovente saluto del mondo a un grande artista, dall’altro può far sorgere il dubbio che se su questa stella nera non pesasse tutto il carico simbolico che sappiamo forse il giudizio avrebbe potuto essere meno universalmente concorde. Lo sforzo da fare, anche se è praticamente impossibile, sarebbe proprio quello di provare a separare almeno per un ascolto questi brani – meno ostici e sperimentali di quanto si tenda a pensare – dal concetto di “morte” e di “assenza”. Ci si renderebbe conto che in realtà qui Bowie è più vitale e propositivo di quanto lo fosse stato nei precedenti vent’anni. In ogni caso, una delle più eleganti uscite di scena di sempre, da parte di una delle più belle menti pop di sempre.

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CHARLES BRADLEY – Changes

Il vecchio James Brown impersonator tiene botta con orgoglio, cover improbabili (una ballata dei Black Sabbath, nientemeno) e la solita grande voce. Non è un momento facile per Bradley: ha visto andarsene un’amica come Sharon Jones, portata via da un nemico che sta combattendo anche lui. Ma per uno che nella vita ne ha passate così tante, un tumore allo stomaco è solo un’altra occasione per dimostrare che non si molla mai. Credici, Charles.

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CHILDISH GAMBINO – Awaken, My Love!

Furbo è furbo, per carità. Anche un bel po’ paraculo. D’altra parte, chi meglio di un attore può indossare come se niente fosse i panni che vuole e che gli fanno più comodo sul momento, fossero quelli dei Parliament/Funkadelic, di Sly Stone, di Curtis Mayfield, degli Earth Wind & Fire, di Prince? Awaken, My Love riciccia tutti questi e altri ancora senza minimamente sfiorare la genialità di nessuno di loro, ma ha il merito di rappresentare il lato più fisico e funk in un panorama black a volte fin troppo astratto e concettuale.

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SHIRLEY COLLINS – Lodestar

In un anno in cui tanti suoi contemporanei (e tanti anche più giovani) se ne sono andati, lei è tornata. Era stata via, come la protagonista di quel vecchio film, ma eccola di nuovo qui. Austera e rigorosa come sempre. Shirley Collins è un monumento del folk britannico, e il paradosso è che con la sua voce grave e a tratti incespicante da anziana e le sue ballate diafane che nascono dal ceppo stesso della tradizione (niente trucchi, qui) suona più aliena di tanti altri improvvisati “acid-weird-folkie” che l’hanno eletta a santa patrona. Un inchino alla regina.

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COOL GHOULS – Animal Races

In una jingle jangle morning come questa, io sarei pronto a seguire chiunque. Sono cresciuto in un periodo in cui la metà delle band che non si ispirava ai Velvet Underground si ispirava ai Byrds, e in un mondo psych-pop a 12 corde come quello della band San Francisco mi trovo come nel salotto di casa mia. Oggi, trent’anni dopo, non è neanche più questione di fare del revival. Significa solo (solo?) essere custodi di un linguaggio e di una tradizione che non devono assolutamente perdersi. E comunque le canzoni qui sono superbe: se non volano otto miglia in alto siamo almeno a sette, sette e mezzo.

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CARLA DAL FORNO – You Know What It’s Like

Una persona che ne capisce ha tirato in ballo nomi come Anna Domino e Young Marble Giants. Nel mio piccolo, e nel mio essere distante per formazione dai paesaggi gelidi e dall’ascetismo sonoro evidentemente prediletti dalla Dal Forno,  sono sostanzialmente d’accordo. Frammenti di discorso amoroso che si ricompongono in un diario minimo dal fascino altamente seduttivo. Una polaroid  sfocata, eppure generatrice di suggestioni e di infinite storie da immaginare.

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MORGAN DELT – Phase Zero

La copertina rivela già tutto. La fantasilandia psichedelica di Morgan Delt è la stessa di uno Jacco Gardner o di un Doug Tuttle (vedi sotto), e se a tratti mi fa venire in mente nomi come Plasticland (giusto per non citare i soliti riferimenti dei ’60) c’è sempre quella sottile vena di malinconia e instabilità che contraddistingue il presente. Psichedelia precaria, in un certo senso.

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THE DIVINE COMEDY – Foreverland

Negli ultimi dieci anni credo di aver usato il nome di Neil Hannon più come termine di paragone, per indicare cioè un archetipo di pop letterario e orchestrale, che per parlare effettivamente di un suo disco. Felice di fare finalmente un’eccezione grazie a questo album baciato da una grazia rara persino per il maestro Neil. Canzoni straordinarie nelle quali si passa da Caterina la Grande alla Legione Straniera e dal vaudeville a Bacharach, con uno schiocco di dita e un’aggiustatina allo smoking.

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FANTASTIC NEGRITO – The Last Days of Oakland

La vita pericolosa e romanzesca di Xavier Dphrepaulezz mi interessa molto meno della sua musica. Una ricetta urban-blues-spiritual che è difficile pensare nasca proprio dalla strada e non sia rifinita dall’esperienza e dal lavoro in studio (il qui presente fantastic negrito è ancora giovane, ma non così giovane), ma alla fine importa poco. Riuscire, tra le altre cose, a destreggiarsi alla grande con  un vecchio e stanco ronzino come In the Pines significa avere talento da vendere. O da spacciare.

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LEE FIELDS & THE EXPRESSIONS – Special Night

Dei vari esponenti del soul della terza età, tornati (anzi: arrivatici per la prima volta) alla ribalta nell’ultimo decennio, Lee Fields mi è sempre sembrato quello che se l’è goduta di più. Quello con una vita tutto sommato tranquilla, sexy & easy come le sue ballate r&b. Un gran seduttore che l’età non ha scalfito in nulla. Comunque sia, Special Night è un catalogo soul di un’eleganza fuori dal comune.

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FIRE! ORCHESTRA – Ritual

Ci piace il free-jazz punk svedese? Diciamo che almeno uno dei cinque movimenti in cui è suddiviso questo rito officiato da Mats Gustafsson con mega-gruppo appresso mi sfianca e lo skippo regolarmente, così come quei tre-quattro minuti di intro totally free che piagano gli altri. Poi però quando entra la voce femminile i pezzi mi prendono terribilmente bene. Roba dura e fisica, che so inquadrare. Gli Ex che suonano prog? I Centipede con Julie Driscoll versione 2.0? I Curved Air con Yoko Ono al posto di Sonja Kristina? Ma quanto si può essere nerd a scrivere cazzate come queste? Comunque: non la mia piastrella abituale, ma mi è piaciuto molto e quando mi serve una botta lo metto su.

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CHRIS FORSYTH & THE SOLAR MOTEL BAND – The Rarity of Experience

Se si amano le chitarre (o un certo tipo di chitarre) non si può non amare un musicista come Chris Forsyth e le sue acid-jam tra Quicksilver, Television, Dream Syndicate, Crazy Horse, Richard Thompson (c’è una cover strepitosa e alienata di Calvary Cross) e…va beh, gli altri metteteceli voi.  I got some Chris Forsyth on the stereo babe, and I feel alright.

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STEVE GUNN – Eyes on the Lines

In teoria potrei riciclare quello che ho appena scritto per Forsyth. L’approccio dei due è simile, anche se Steve Gunn ha un tocco più morbido e fluido. L’entusiasmo iniziale – dovuto anche al video di Ancient Jules con il venerando Michael Chapman –  mi è un po’ calato col tempo, soprattutto dopo aver visto un suo scialbo concerto al Primavera (con l’attenuante di vari problemi tecnici). Ma Gunn è comunque uno su cui conto per il futuro.

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TERRY LEE HALE – Bound, Chained, Fettered

Si può essere dei grandi storyteller anche facendo economia di parole e senza ricorrere a trucchi ed effetti speciali. Ho sempre apprezzato l’approccio scarno, tutta sostanza e polvere sugli stivali, di Terry Lee Hale, ma mai come in questo album. C’entra forse anche la produzione azzeccata (in cabina di regia Antonio Gramentieri dei Sacri Cuori), sicuramente c’entra la qualità delle canzoni. Tra le migliori (e le più “waitsiane”)che questo vecchio hobo partito dalla Seattle grunge abbia mai scritto.

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PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project

Senza alcun dubbio, il mio disco dell’anno. Le ragioni ho provato a spiegarle qui.

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HERON OBLIVION – Heron Oblivion

Gli Heron Oblivion fanno molto bene quello che già facevano band come gli Arbouretum, i Dead Meadows e ovviamente i Comets on Fire da cui nascono. Psichedelia a rilascio lento, riff e wah wah, ma in questo caso con un’arma in più: la magnifica voce di Meg Baird, che fa subito folk-rock inglese timbrato 1970 (Trees più ancora che Fairport Convention). E con roba del genere mi faccio sempre fregare. Sempre.

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CHARLIE HILTON – Palana

Nico insieme agli Stereolab? Idea carina, tutto sommato. Disco apparentemente vaporoso e impalpabile ma con un doppio fondo di tristezza che ne potenzia il fascino.

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IMARHAN – Imarhan

Giovani cugini (nel vero senso della parola) dei Tinariwen, questi ragazzi algerini hanno più grinta funk e un approccio leggermente più moderno e “radiofonico”. Le chitarre guizzano come serpenti del deserto, e in diversi casi sono altrettanto letali.

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DAMIEN JURADO – Visions of Us on the Land

Non ho ancora ben chiaro di cosa parli, e dove voglia andare a parare, il “ciclo di Maraqopa” che negli ultimi anni ha rivitalizzato (grazie anche alla collaborazione con Richard Swift) la carriera di Damien Jurado. Con l’ultimo disco si compie la trilogia, vediamo se l’arco narrativo si amplierà ancora in futuro. Sta di fatto che nella sua personale versione della faulkneriana Yoknapatawpah il buon Damien ha trovato ispirazione felice, nuovi colori e dimensioni sconosciute. L’opacità di fondo di alcuni momenti non toglie nulla alla potenza immaginifica del quadro.

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THE LEMON TWIGS – Do Hollywood

Se a qualcuno mancassero i Foxygen (ma alla fine si sono sciolti davvero?) eccone la versione ancora più camp ed esagerata, con tanto di produzione di Jonathan Rado. Questi due teenager, un po’ genietti e un po’ (tanto) cazzari, posseggono la stessa bulimica smania citazionista da FM anni 70 – ELO, Elton John, Macca, Supertramp, Todd Rundgren, i musical più beceri, il funk più sbiancato– ma anche maggior sensibilità pop e migliori qualità di arrangiatori. A due così, dotati di questa dose vergognosamente alta di talento, o vorresti dare fuoco o li adori. Io li adoro.

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THE MONKEES – Good Times!

Hey hey we’re the Monkees/and people say we monkee around/but we’re too busy singing/to put anybody down. Sarà assurda e anacronistica quanto vi pare, ma una bella iniezione di gentilezza e ottimismo Sixties in tempi infami come questi è una benedizione. I Monkees…ma chi l’avrebbe mai detto? Eppure funziona, ‘sto dischetto. Merito del parterre de roi che ha scritto le canzoni, ma anche delle scimmiette che le cantano con convinzione e entusiasmo quasi commoventi. Come se fossero appena usciti dai camerini di American Bandstand o del Dick Clark Show.

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MOTORPSYCHO – Here Be Monsters

Se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno i Motorpsycho sarebbero stati considerati “classic rock” mi sarei fatto una ghignata e avrei alzato il volume di Timothy’s Monster o Blissard. Eppure così è andata, e comunque quanti vorrebbero invecchiare con la stessa integrità e la stessa dignità artistica di quei ragazzacci di Bent e Snah (buono anche il suo disco con i BOL). Here Be Monsters è splendido nel suo, ehm, classicismo rock, e personalmente i  norvegesi li preferisco quando sono più introspettivi e lisergici come in questo caso. La cover di Spin Spin Spin (Terry Callier via HP Lovecraft) è una dichiarazione di appartenenza, e Lacuna/Sunrise semplicemente la mia canzone preferita del 2016. Un brano di una bellezza e di una purezza assolute, quasi dieci minuti di maestosità pinkfloydiana che passano come una brezza leggera.

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NAP EYES – Thought, Rock, Fish, Scale

Qualcuno ha scritto che ascoltare i Nap Eyes è come addormentarsi con un disco dei Velvet Underground rimasto a girare sul piatto. Esiste un modo migliore per addormentarsi? Me ne viene in mente solo uno, sinceramente. I riferimenti vanno anche dai Pavement a Jonathan Richman ai Feelies, ma il punto di forza sono soprattutto i testi, tanto verbosi quanto intelligenti e spiazzanti.

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FRANK OCEAN – Blonde

Di certi dischi sembra sia impossibile discutere serenamente. Ci si deve schierare per forza, o di là o di qua.  O ti iscrivi alla schiera degli haters o urli al capolavoro epocale, e quel che è peggio è che in molti casi lo si fa preventivamente. Capolavoro Blonde non lo è, a mio parere: troppe imperfezioni, troppa ambizione non tenuta a bada da un adeguato senso dei propri limiti, troppi momenti che girano a vuoto. Ma non c’è bisogno di essere un capolavoro per essere un disco importante. Un disco che respira, più che riflettere, lo spirito del tempo. Un disco in molte parti – quelle che funzionano – avvincente e (vivaddio) con un vago senso di “nuovo”. Il soul contemporaneo, piaccia o no, sta qui,: in queste melodie spettrali e fratturate, circoscritte e definite dal beat. Ma non è solo un fatto di “suono”. Pezzi come Nike, Self Control, Godspeed, Seigfried sono grandi canzoni, e qui non c’è hype che tenga.

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PARQUET COURTS – Human Performance

Sempre più Pavement-oriented (con un goccio di Television), e allo stesso tempo più efficaci nella scrittura. Tra le poche certezze dell’indie-rock odierno.

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REVERBERATIONS – Messed Up Your Minds

Questi me li ha fatti conoscere un amico che di garage se ne intende. Modestamente, di garage me ne intendo un po’ anch’io, e so quello che mi piace. Niente trash, i Reverberations sono chiaramente old school: “fuzz, screams & tambourines” come ai vecchi tempi di Fuzztones, Chesterfield Kings, Miracle Workers, Lyres, Optic Nerve e compagnia. Hanno anche un gran bel tiro e melodie jangle/folk-rock che si ricordano. Tenetevi pure tutti gli Oh Sees e i Ty Segall di questo mondo, che io mi tengo band come queste.

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RICHMOND FONTAINE – You Can’t Go Back If There’s Nothing to Go Back

Ennesime storie di rassegnazione (occhio al titolo del disco) e di romanticismo white trash. Storie che può scrivere solo uno con il talento narrativo, da scrittore vero, di Willy Vlautin. Peccato che per quanto riguarda i Richmond Fontaine siano anche le ultime.

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SHABAKA AND THE ANCESTOR – The Wisdom of Elders

Vale quanto scritto per Idris Ackamoor. Jazz afro-futurista, nuovamente con Sun Ra come stella polare ma ancora più ipnotico e misticheggiante. Ah, la saggezza degli anziani!

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PAUL SIMON – Stranger to Stranger

La contemporaneità – musicale, sociale, tecnologica – vista dagli occhi di un signore di 75 anni che non ha perso nulla della sua capacità di osservazione. Album denso di strofe illuminanti, di aperture sonore spiazzanti (dalla strumentazione alla Harry Partch ai campionamenti) e di una compassione nei confronti della realtà che solo un grande vecchio come Paul Simon può manifestare senza sembrare un trombone retorico. Forse tra i suoi migliori dischi in assoluto.

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SOLANGE – A Seat at the Table

Nel derby in casa Knowles, sto dalla parte di Solange. Che poi è un modo molto superficiale di porre la questione, sempre che la questione esista. Per A Seat at The Table vale più come termine di paragone musicale il disco di Blood Orange, semmai, che non quello di Beyoncè. Consapevolezza black e di genere veicolata tramite morbidezze electro-funk-soul, ma senza esagerare. In fin dei conti, pur suonando ultra-contemporanee, queste sono canzoni costruite e cantate in modo abbastanza tradizionale. Al centro di tutto, equidistante dai beat pronunciati e dalle melodie lineari, la voce assurdamente bella di Solange.

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Se a qualcuno mancasse il Josh Rouse di una volta – quello ispirato che faceva gran bei dischi, cioè – può provare con Chris Staples. Storie e strumentazione minima, canzoni dolcissime che parlano di bisogno di vacanze e Katharine Heburn, parcheggi sotterranei e nostalgia per un’età dell’oro mai esistita.

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SUNFLOWER BEAN – Human Ceremony

Come per i Lemon Twigs, è un mistero come dei teenager abbiano trovato il tempo per assorbire e metabolizzare così tante influenze musicali. Psichedelia, shoegazing, hard rock, sunshine 60’s: è il patchwork-pop della generazione dello streaming 24 or su 24. Benedetta la grandeur e la sfrontatezza di questi ragazzi di Brooklyn, e di chi almeno ci prova a scappare da quella pappetta informe, insapore e inodore che è diventato l’indie rock contemporaneo.

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TEENAGE FANCLUB – Here

I Teenage Fanclub sono come quei vecchi amici che ormai rivedi una volta ogni quattro-cinque anni, e con i quali riprendi la conversazione come se ti fossi lasciato il giorno prima. Troppi ricordi, troppi bei momenti vissuti assieme. I cinquant’anni incombono, e qui ci sono inevitabilmente meno esplosioni power-pop e più ballate pacificate dal sapore bucolico, ma le melodie restano inattaccabili. Il loro miglior disco da Songs From Northern Britain.

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THOSE PRETTY WRONG – Those Pretty Wrongs

Uno dei due Those Pretty Wrongs è Jody Stephens dei Big Star,  e potrei anche fermarmi qua. Oppure potrei fermarmi agli “oooh ahhh” dopo neanche un minuto della prima canzone. Sono quelli di Watch The Sunrise, di Give Me Another Chance, di Ballad of El Goodo. Che altro serve?

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Che peccato che un gioiellino pop retro-futurista come questo sia uscito in versione semi-clandestina, e che in Italia Giorgio Tuma sia materia per pochi. Paesaggi incantevoli tra Stereolab (partecipa Laetitia Sadier) e Broadcast, tra Air e High Llamas.

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DOUG TUTTLE – It Calls On Me

La classica ricetta del one man show psichedelico, con tutti gli ingredienti consigliati dal Cucchiaio d’Oro dell’acid-pop. Un po’ di Strawberry Fields  Forever qui, un pizzico di Mac Bolan là, una manciata di Syd Barrett e una spolverata di Nuggets. Funziona sempre, se sai scrivere canzoni. E Doug Tuttle le sa scrivere eccome.

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La paranoia è quella di noi che dobbiamo sempre trovare riferimenti da citare. No problem, eccoli qua: Spacemen 3, Sonic Youth, Black Angels, Dinosaur Jr. Non ci aveva mai pensato nessuno, eh? Malignità a parte, nel suo ambito – che sarebbe “chitarre! chitarre! chitarre!” – uno dei dischi più piacevoli dell’anno, forse proprio per la smaccata riconoscibilità delle fonti.

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AMERIGO VERARDI – Hippie Dixit

Un volo magico e visionario, fuori dalle rotte della musica italiana di oggi. Forse pure di quella di ieri. Amerigo Verardi viaggia in uno spazio-tempo tutto suo, e questo doppio album così inattuale e coraggioso ne è una splendida, preziosa testimonianza.

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WHITNEY – Light Upon the Lake

Parlando dei Whitney con un amico. “Non male questi qui, no?”, “Sì, ricordano la Band”. “La Band? Ma dai. A me sembrano i Midlake”. “Appunto”.  Forse abbiamo ragione – o più probabilmente torto – tutti e due, comunque sia gran bel disco.

williams-hannaHANNA WILLIAMS & THE AFFIRMATIONS – Late Nights & Heartbreak

Retro-soul di eccellente fattura. Esercizio di stile finché si vuole, ma la differenza in questi casi la fa la voce. Quella di Hanna Williams, bianca e inglese, è potente come quelle delle sue cantanti di riferimento nere e americane. E comunque una che ha il buon gusto di accreditare Dazed and Confused a Jake Holmes merita rispetto a prescindere.

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LUCINDA WILLIAMS – The Ghosts of Highway 20

I know about pain, and all that jazz”. Frase che suonerebbe ridicola e impostata sulla bocca di chiunque, a meno di non essere Lucinda Williams. Gli anni passano, ma lei migliora con loro. Questo è il suo Time Out of The Mind: racconto di strada e di fantasmi dalla risonanza quasi omerica, messo in rima da una voce antica e stropicciata, un drawl dotato di un magnetismo unico. Con le chitarre di Bill Frisell e Greg Leisz a fare da valore aggiunto.

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WIRE – Nocturnal Koreans

Potrei fare una lista di dischi dell’anno senza metterci gli Wire? Dai, siamo seri.

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WUSSY – Forever Sounds

In un post su facebook ho scritto che i Wussy mi fanno pensare a degli 11th Dream Day shoegaze. Un buon modo per datare la band, oltre che me stesso. Lisa Walker e Chuck Cleaver in effetti non sono esattamente di primissimo pelo, anche se a quanto pare ci si è accorti di loro solo negli ultimi due-tre anni, e quello di Forever Sounds è rock chitarristico indipendente proprio come si usava una volta. Nel senso di “indipendente” da quasi tutto, a partire dalle possibilità di successo. Elettricità oscura e pessimista, nella quale nuotano parole tutt’altro che banali.

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ADRIAN YOUNGE – Something About April II

Younge è da tempo un gran fornitore di materiale da campionamento, e anche in questo secondo Something About April si annidano decine di frammenti ad alto potenziale di riciclo. L’exploitation della Blaxploitation è un bel concetto, ma qui Younge omaggia l’epoca d’oro del soul più cinematografico privilegiando languore e sensualità più che il ritmo. A tal proposito, giuro che non l’ho messo per la copertina (per un’esperienza completa consiglio comunque la versione in vinile gatefold).

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2 thoughts on “50 x 2016

  1. Finalmente arriva la tua lista bella corposa Carlo, interessante come al solito (pochi italiani però !
    Aspetto quella dedicata alle ristampe (per la serie “non siete mai contenti”)
    Tanti carissimi auguri Carlo !

  2. Accidenti che meraviglia! Non mi aspettavo alcuni titoli, Blonde su tutti. Interessante anche la presenza di Solange ( lo devo ancora ascoltare). Quello di PJ Harvey è anche per me il disco dell’ anno e sono molto contento di vedere gli Heron Oblivion. Sono nella mia playlist. Quando li ascolto immagino che a suonare siano Lou Reed, John Cale, i fratelli Asheton e Sandy Denny.

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