No (more) fun. A proposito di Gimme Danger, gli Stooges e tutto il resto.

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C’è un momento, in Gimme Danger, nel quale quel mito assoluto chiamato Danny Fields ricorda il suo primo incontro con gli Stooges. Era andato, pressato da Wayne Kramer, a un loro concerto in un liceo di Detroit. Fields racconta che mentre era nel corridoio della scuola venne trafitto dal casino mostruoso che arrivava dalla palestra nella quale Iggy e soci avevano già attaccato a suonare. “Iggy e gli Stooges li sentii prima ancora di vederli”. Per me fu l’opposto: li vidi prima di sentirli, e andò avanti così per un paio d’anni. Nel senso che per un paio d’anni, più o meno dai quindici ai diciassette, mi sono rigirato tra le mani la copertina del primo album senza che mi decidessi mai a comprarlo. Il negozio di dischi in cui si svolgeva a cadenze regolari questo patetico tira-e-molla si chiamava piuttosto incongruamente Maschio. Era uno dei negozi storici di Torino, ma a dire la verità il me stesso liceale ci andava perché attirato, più che dal fornitissimo catalogo, dalla presenza di una bella commessa vagamente somigliante a Grace Slick. Una presenza fatata e inarrivabile, che contrastava con l’inquietante virilità del nome del negozio e della quale tutta la Torino che comprava dischi era innamorata. Naturalmente non ebbi mai il coraggio di rivolgerle la parola, tanto meno per chiederle che tipo di musica facessero quelle quattro facce da tossici che puntualmente mi capitavano in mano mentre frugavo nelle vaschette degli lp. A quindici anni ne sapevo ancora poco di storia del rock, Iggy Pop era un nome che avevo vagamente orecchiato da qualche parte ma non sono sicuro, ripensandoci, che avessi colto che era proprio uno dei quattro sulla copertina del disco. Collegare il passato al presente era molto più problematico, allora. Nel 1983 (o era già l’84? boh) il 1969 sembrava distante un millennio, e per quanto ne sapevo quei tizi potevano già essere tutti morti. Viste le facce era anche abbastanza probabile (e su uno, in effetti non mi sbagliavo). Comunque sia, quel disco mi attirava da bestia solo in virtù di quelle due foto del gruppo, in particolare quella sul retro. Mi sembrava che quei quattro avessero il look più figo che avessi mai visto, persino più dei Ramones ai quali un po’ assomigliavano. Il concetto di “proto-punk” per un quindicenne del 1983, alla fine, si fermava a questo.

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Comunque sia: mi attirava, quel disco, ma mi faceva anche una paura fottuta. Quei quattro saranno stati pure fighissimi con i loro capelli a caschetto e le giacchette di cuoio, ma avevano uno sguardo luciferino che mi faceva cagare sotto. Lì dentro c’era una forza maligna per la quale – intuivo – bisognava essere pronti.  Lo sarei stato, quel tanto che bastava,  solo un paio d’anni più tardi. In una intervista Frank Black dei Pixies, alla domanda “qual è la cosa più figa che ti è capitata nella vita?”, aveva risposto “ascoltare gli Stooges per la prima volta su un walkman scassato…ecco, quella è stata una cosa veramente figa”. A me capitò lo stesso. C-90 prestata da un amico, su un lato il primo disco e sull’altro Fun House. L’amico aveva avuto l’idea geniale di registrare quella rottura di coglioni di We Will Fall al fondo del disco, per cui dopo il wah wah tribale di 1969 e il sabba di I Wanna Be Your Dog arrivavano subito la batteria e l’handclapping di No Fun per non spezzare il ritmo. Al primo “oh c’mon!” la mia vita era già cambiata, il mio mondo sottosopra, l’idea stessa di cosa fosse “musica rock” trasfigurata per sempre. Penso sia successo a quasi tutti quelli che hanno ascoltato la prima volta gli Stooges, o forse a chi lo ha fatto quando ancora non c’erano troppe sovrastrutture – il mito codificato, i luoghi comuni critici, i video su youtube, persino la reunion – a gravare sopra quell’esperienza primale e animale. Alla fine di Little Doll avrei voluto scendere in strada e spaccare tutto. Ci misi una settimana prima di decidermi a girare lato della cassetta,  e…va beh, ma cosa volete che vi racconti sull’impatto di Fun House? È una botta dalla quale non mi sono ancora ripreso dopo trent’anni. Dato che non mi ricordo dove ho lasciato la macchina ieri sera ma posso citare a memoria, parola per parola, articoli di Rockerilla del 1989, mi torna in mente una recensione di Claudio Sorge del primo album dei Mudhoney nella quale per metà parla della sua prima volta con gli Stooges, avvenuta – fortunato lui – in tempo reale. “C’erano gli scioperi spontanei e l’aria era bollente…”. Ecco, quando li ho sentiti io invece non stava succedendo un cazzo – another year with nothing to do, come tutti gli anni 80 – ma l’effetto devastante è stato identico. In quel momento non avrei saputo spiegarmelo in questi termini, ma in un certo senso è come se gli Stooges mi avessero dettato le regole d’ingaggio. Non avrei più saputo ascoltare il rock’n’roll (quello che era venuto dopo gli Stooges, quello a loro contemporaneo e persino quello che c’era stato prima) senza parametrarlo a quella scossa. E la prova ulteriore e finale l’avrei avuta una sera d’estate del 2004 alla Pellerina di Torino, quando Iggy, Ron, Scott e quel grand’uomo di Mike Watt si sarebbero esibiti al Traffic Festival. Uno degli organizzatori, prima del concerto, mi aveva detto: “mah, speriamo bene…Iggy ha dei problemi a un’anca, e poi oh, ha cinquantasette anni”. Certo. A metà del secondo pezzo si era già arrampicato su tre metri di amplificatori. Quel concerto è e resterà in eterno nella mia top 5 di esperienze più emozionanti in una vita di appassionato di musica. Quella sera mi parve che tutto il rock’n’roll che avevo ascoltato in quei vent’anni – tutta la sacra litania che delimita il mio perimetro magico: Chuck Berry e Jerry Lee-le girls band  e la Motown-la british invasion-i gruppi garage-Velvet/MC5/Flamin’Groovies/New York Dolls/Modern Lovers- i Pistols e i Ramones-tutto il punk-i Radio Birdman e le band australiane-tutto il rock sotterraneo degli anni 80-i Sonic Youth, i Dinosaur Jr, Seattle, i Mudhoney e quello là che si è sparato-ecco, che tutto ciò convergesse esattamente in quel momento. Tutto aveva senso, Dio era nei cieli e Iggy a rotolarsi sul palco. Il rock’n’roll era lì, davanti ai miei occhi, come non lo sarebbe stato mai più.

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Ingenuamente, ho pensato che la visione di Gimme Danger avrebbe – fuori tempo massimo, ok, ma chi se ne frega – attivato ancora una volta quella scossa. Non è stato così. Anzi, la sensazione è stata forse quella opposta. Il che non significa che non mi sia piaciuto. Tutt’altro. Sono contento che alla fine esista un documentario sugli Stooges, e che a farlo sia stato uno come Jim Jarmusch. Ci sono abbastanza aneddoti spassosi da giustificare gli undici euro di biglietto – i miei preferiti: Iggy che tenta di essiccare la pianta di marijuana in lavanderia, la telefonata di Ron Asheton a quello dei Three Stooges per avvisarlo che si sarebbero chiamati come loro, la faccia dell’Iguana quando ricorda che Tony Defries voleva fargli fare Peter Pan a Broadway – e anche quel tanto di commozione e nodo in gola che ti prende qui e là con gli occhi che si inumidiscono a tradimento (il volto sofferente del moribondo Scott Asheton, Watt che racconta le vicende che hanno portato alla reunion, James Williamson che dice “hey, they were my buddies” quando spiega perché un ex CEO della Silicon Valley e manager della Sony in pensione decide di tornare a farsi il mazzo suonando la pennata di Search and Destroy in giro per il mondo). Con la scarsezza di materiale video a disposizione – imparagonabile, giusto per fare un esempio, alla quantità di materiale d’archivio che riguarda gli MC5 – Jarmusch ha fatto tutto quel che poteva e pure qualcosa in più. Ho anche trovato apprezzabile la decisone del regista di non voler dare un taglio troppo “autoriale” al film, rischiando tuttavia di adagiarsi un po’ sugli stereotipi del genere “rockumentary”, in particolare quelli imposti dallo stile di Julien Temple.  Avrei forse gradito che ci soffermasse di più su alcuni momenti della vicenda Stooges – il periodo a Londra, l’ultimo concerto al Michigan Palace che viene evocato solo all’inizio – e se da un lato si può intuire la ragione per cui a Bowie si accenna il minimo indispensabile dall’altro non viene neppure fatto il nome di Don Gallucci, il produttore di Fun House. E poi diciamolo: se hai a disposizione un archivio umano di ricordi e lercissimi aneddoti r’n’r come Danny Fields dovresti sfruttarlo un po’ di più, come sa chiunque abbia letto Please Kill Me. Ma forse queste sono solo minuzie e pretese da fan. Nel suo concentrare il focus esclusivamente sui protagonisti della storia, il racconto funziona e trasmette anche un piacevole senso di intimità. Il punto, però, è che trasmette anche qualcos’altro di meno piacevole, anche se tutto sommato inevitabile. È  una sensazione da end of the season, definitiva e malinconica. Alla fine ciò che ci rimane è una vecchia rockstar che, pur con tutta l’intelligenza, il talento e il senso dell’umorismo di cui Iggy è dotato,  ci racconta probabilmente per l’ultima volta una storia che in fondo conoscevamo a memoria e che ci siamo raccontati migliaia di volte come fanno i bambini con le fiabe. Il ritmo, come dire?, stranamente “sedato” e sobrio del documentario si abbina perfettamente, e anche un po’ dolorosamente, alla visione di un uomo sopravvissuto a tutti tranne uno dei suoi vecchi compagni di band, a David Bowie, a Lou Reed, a tre quinti degli MC5. Un uomo di granito, ma che ormai deve fare i conti con la consapevolezza che il ciclo di quella vicenda si è esaurito nella sua interezza: gioventù, caduta, resurrezione, crescita della leggenda, riunione in extremis. Ora è davvero tutto finito. Quella storia l’abbiamo consumata fin dove abbiamo potuto, ora è impacchettata in uno scatolone, pronta per la soffitta della cultura popolare. Iggy andrà avanti e farà il cazzo che vuole come ha sempre fatto, come quando a ventidue anni spiegava a John Cale che voleva mischiare il r’n’r con Harry Partch e John Coltrane. Ma la malinconia rimane.

In un certo senso, Gimme Danger è un esempio perfetto di quella che gli americani chiamano “closure”. Una sorta di veglia per l’avventura di quattro disgraziati di Ann Arbor (cinque con Williamson). Per una piccola garage band come migliaia di altre che per una inspiegabile concomitanza di circostanze e di personalità, per un clinamen impossibile da definire, ha colto miracolosamente l’essenza stessa di questa musica diventandone la rappresentazione ideale. Ma è anche una closure su un mondo che gli Stooges hanno definito – quella cascata di dischi che si vede alla fine: ecco, quel mondo –  e che non tornerà mai più. O semplicemente non tornerà mai più in quelle forme. Essendo un appassionato di musica e un ottimista, sono convinto nonostante tutto che da qualche parte altri quattro rifiuti della società saranno capaci di crearne un altro. Accadrà, ne sono sicuro.

Nell’attesa? Well…maybe go out, maybe stay home, maybe call mom on the telephone.

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