Extra files #2. Paisley Underground – I giorni del vino e delle rose.

 

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Nell’autunno del 1982 appariva nei negozi un disco dalla copertina essenziale (un rettangolo turchese in campo bianco) e dal titolo straordinariamente evocativo: The Days Of Wine And Roses. Era il debutto di una band chiamata Dream Syndicate, e contemporaneamente il primo capitolo nel romanzo breve del Paisley Underground. Un romanzo appassionante ma, come dire?, d’appendice, le cui pagine sono state mandate a memoria da molti, irrise da altrettanti, fraintese dai più. E oggi, sostanzialmente, quasi dimenticate. Riaprire quel libro significa riconnettersi a un periodo in cui la parola indie non suonava come l’insulto di oggi. Niente, a dir la verità, “suonava” come oggi: i vinili, le fanzine, i club, le cantine, le etichette discografiche, i concerti, le passioni. Tutto diverso. Non necessariamente migliore. Semplicemente diverso.
Dream Syndicate, Long Ryders, Rain Parade/Opal, True West, Green On Red, Three O’ Clock, Bangles: il Paisley Underground era tutto qui, più qualche occasionale compagno di strada e svariati progetti paralleli. Niente più che un gruppo di amici uniti dagli stessi amori musicali, che riprendendo in mano le chitarre – un gesto quasi sovversivo, in quei tempi – provavano a riprendersi il rock’n’roll. Riportando di nuovo tutto a casa, e inventandosi (forse) una vita migliore.

YEARS LONG AGO
“Ehi, lo sapevate che in questi ultimi anni è uscita un sacco di grande musica?”. “Ah, sì? Quale?” (Jeff Goldblum e Kevin Kline ne Il grande freddo, 1983)

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(The Suspects, 1979, con Gavin Blair, Russ Tolman, Steve Wynn e Kendra Smith)

La nostalgia, si sa, è una canaglia. Perché come la memoria è infida e traditrice, soprattutto quando è legata a qualcosa o qualcuno che si è molto amato. L’articolo che state per leggere è nato facendoci letteralmente a pugni, con la nostalgia. Perché va bene sforzarsi di mantenere un minimo di oggettività storica e di neutralità critica, ma se metti uno che ha avuto diciotto anni nel 1986 a scrivere un pezzo sul Paisley Underground non puoi aspettarti asettiche analisi sull’ampiezza limitata del fenomeno o scrupolosi esercizi di riduzionismo. Perché ok, era solo un manipolo di ragazzi californiani con le chitarre elettriche, i pantaloni a sigaretta e i capelli fuori moda, ma a noi che avremmo voluto vedere morti tutti quei cialtroni neoromantici con i loro fottuti synth e la loro fottuta cipria sulla faccia, beh a noi quei ragazzi sembravano l’avanguardia della modernità. E no, non cambiò né il mondo né la storia della musica, il Paisley; però sì, accidenti, qualche vita la cambiò, e anche solo per questo è stato importante. Come qualsiasi altro genere musicale, del resto.
Un momento: quella cosa chiamata da tutti – tranne che da chi ne faceva parte – “Paisley Underground” non fu affatto un genere. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Fu, semmai, una scena. Un fenomeno compresso nell’arco di pochissimi anni, incentrato intorno a una trentina scarsa di persone in un’area ben definita dello sterminato comprensorio losangelino (North Hollywood, con qualche propaggine a Venice Beach e, su a nord verso la Sacramento Valley, il campus universitario di Davis).

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(Dream Syndicate, 1982)

Un attimo perfettamente circoscritto nel tempo e nello spazio, dunque. Questo fu il Paisley. Una brezza pomeridiana alzatasi di colpo e svanita via in un amen, una canzone di tre minuti e mezzo, un sogno lungo un giorno o poco più. Eppure, scambiando la parte per il tutto, la famigerata definizione venne estesa a tutto ciò che nella musica di quel periodo odorava vagamente di anni 60, rock chitarristico, psichedelia, ecc. L’equivoco si è protratto nel tempo, e ancora oggi prestigiose enciclopedie on-line sotto l’ombrello Paisley fanno rientrare di tutto, dai Chesterfield Kings ai Giant Sand, dai Feelies ai R.E.M. (!), dai Replacements (!!) alle band australiane (ho finito i punti esclamativi). Certo, esisteva un sentire comune e innumerevoli fili intrecciati, ma la neopsichedelia fu una cosa e il Paisley Underground un’altra. Affine, ma altra. Così come erano tutt’altra cosa i Thin White Rope, anch’essi spesso associati – in questo caso con qualche ragione – al movimento di Los Angeles. Band grandissima ma appartata, la cui vicenda si è sviluppata tangenzialmente a quella dei gruppi di cui leggerete senza tuttavia mai intersecarsi davvero, se non agli inizi. Dopo aver impiegato qualche migliaio di battute per definire ciò di cui non parleremo, è forse arrivata l’ora di presentare i protagonisti di queste pagine. Per farlo, torniamo indietro nel tempo. Many, many years ago. La didascalia dice: “California, 1982”.

HOLLYWOOD HOLIDAYS
“I dreamed last night/I was born a thousand years ago…” (Dream Syndicate, When You Smile)

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(Green on Red)

Scena: un barbecue nel cortile di un caseggiato a due piani sulle colline di Hollywood. La mecca del cinema è lì vicino, ma i partecipanti alla grigliata sono quanto di più lontano immaginabile dalle star che sguazzano in piscina a Beverly Hills. Sono invece ventenni che campano alla giornata, sognando i loro sogni rock’n’roll. Tutti quanti hanno appena messo su una band, o stanno per farlo. I padroni di casa, un tipo un po’ arcigno e tendente alla pinguedine di nome Dan Stuart e un tastierista taciturno chiamato Chris Cacavas, sono già in pista con il gruppo che avevano formato quando ancora stavano a Tucson, in Arizona. Hanno appena deciso di cambiare il nome, da Serfers a un più misterioso Green on Red. Seduti in disparte, un paio di ragazzi allampanati stanno discutendo animatamente di accordature e di vecchie Gibson con un’altra strana coppia, due tizi con i capelli a caschetto e le giacche di pelle, perfetti per fare le controfigure in un documentario sui Byrds. I primi sono Karl Precoda e Russ Tolman. Precoda suona la chitarra nei Dream Syndicate (sono marci per i Velvet Underground, e siccome la sanno lunga hanno scelto come nome quello dell’ensemble sperimentale in cui aveva suonato John Cale prima di incontrare Lou Reed); Tolman è uno studente dell’Univeristà di Davis, dove invece che dare esami metteva dischi punk alla radio del college insieme a una ragazza dal fascino enigmatico, Kendra Smith, e a un giovanotto entusiasta, impallinato dei Creedence e delle garage band di Nuggets, vale a dire Steve Wynn. Insieme i tre avevano formato i Suspects, ma non erano andati da nessuna parte e le poche copie del loro unico 45 giri – Talkin’Loud/It’s Up To You, così riporteranno gli annali – le avevano gettate nel Pacifico per la disperazione. Ora Russ ha una nuova band, i True West, insieme all’ex batterista dei Suspects riciclatosi cantante, l’anglofilo (adora i Pink Floyd periodo Barrett, Echo & the Bunnymen e i Teardrop Explodes) Gavin Blair, e all’altro chitarrista Richard McGrath, con il quale prova fino a farsi sanguinare le dita gli assoli incrociati di Marquee Moon. Kendra e Steve adesso stanno nei Dream Syndicate con Karl.
E i due pseudo-Roger McGuinn? Si chiamano Sid Griffin e Stephen McCarthy: Sid viene dal Kentucky, va fuori di testa per il country-rock e il garage punk (è stato per un po’ negli Unclaimed di quel pazzoide di Shelly Ganz) ma non sa decidere cosa suonare tra i due. Fanculo, dice a Stephen, suoneremo country-rock e garage-punk: ora che ha trovato in lui il contraltare perfetto, è pronto a partire in quarta con la band, i Long Ryders (la “y”, chiaro, è un omaggio ai Byrds). Hanno provato a coinvolgere Wynn, ma lui ha preferito concentrarsi sui ‘Syndicate: meglio così, tanto “non sa fare neanche la seconda voce”. La battuta è di un ragazzetto segaligno, frangia sugli occhi e aria trasognata: è Michael Quercio. Alla high school lo sfottevano a morte perché in pieni anni Settanta si ostinava ad ascoltare i Beatles, cercando persino di convincere i suoi compagni agghindati come Tony Manero che gli unici Bee Gees buoni erano quelli di dieci anni prima. Fortuna che adesso è tra amici. A loro, increduli, sta racontando di come l’Esercito della Salvezza, nientemeno, lo abbia obbligato a cambiare il nome del suo gruppetto psycho-pop: niente più Salvation Army, d’ora in avanti saranno i Three O’ Clock. E che significa? Niente, è psichedelico.

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(Three O’ Clock)

A proposito: ma le ragazze? Suona il campanello: eccole qua. Sono Vicky e Debbi Peterson insieme a quella conturbante brunetta di Susanna Hoffs. Manco a dirlo, anche loro suonano in un gruppo ispirato al pop degli anni Sessanta: tutte ragazze, loro tre più Michael Steele, che in confronto a loro è già una veterana per essere stata nelle Runaways di Joan Jett. Si chiamano Bangs. Le sorelle Peterson abitano a un isolato di distanza da due fratelli musicisti che conoscono da una vita, Dave e Steven Roback. Uno serioso e fascinoso chitarrista, l’altro bassista. Tanto per complicare ancora un po’ l’albero di famiglia, intorno al ’78-’79 suonavano con la Hoffs negli Unconscious. Visto che c’erano sono venuti anche loro, insieme al resto della band che guidano da qualche tempo, i Rain Parade.
Si stappano birre, si scherza, si parla di musica, di musica e poi ancora di musica. Lo stereo, naturalmente, è sempre acceso. I dischi li porta Steve, che lavora al negozio della Rhino. Tutta roba strepitosa, come sempre: prima c’erano su i Blasters, poi il nuovo dei Plimsouls, quel gruppo con Peter Case che sta spaccando nella scena dei club, giù a Los Angeles. Ora sta girando il primo degli Electric Prunes, un 1967 di quelli buoni, e quando parte Bangles Susanna esclama: “però, Bangles… come nome è molto meglio di Bangs, non trovate?”.

ALL OVER THE PLACE
Un secondo dopo che avevo detto a un giornalista quella frase, Paisley Underground, me ne ero già pentito” (Michael Quercio)

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Abbiamo romanzato un po’, ma neanche tanto. Doveva essere proprio così, agli inizi, la giornata tipo del nucleo di quella che diventerà la piccola tribù del Paisley Underground. Anzi, di tutto il Paisley Undeground. Un aspetto su cui concordano i ricordi dei membri delle band coinvolte nell’allegra brigata è proprio quella dimensione di famiglia estesa, di comunità anche un po’ naïf, nella quale lo stile di vita era ossessivamente incentrato sul rock’n’roll piuttosto che sugli altri due aspetti della trimurti dello sballo. Come ricordava Quercio in un’intervista del 1993 alla fanzine inglese Ptolemaic Terrascope, “niente sesso, niente droga, niente di niente. Eravamo monaci. Monaci e suore. Una volta andammo all’isola di Catalina, c’erano quasi tutti quelli della cerchia: i Salvation Army, le Bangles, i Dream Syndicate, i Rain Parade e qualcun altro. Campeggiamo sotto le stelle, ascoltammo un sacco di nastri, al mattino io con Steve Wynn e le sorelle Peterson andammo a cercare qualcosa da mangiare, riprendemmo la barca e tornammo a casa. Mi manca quel senso di comunità, non lo ritrovi più nelle band di oggi”. Curiosamente, lo stesso episodio è stato citato a chi scrive da Steve Wynn, per dare un’esempio dello spirito dei good old days, quando “si andava ognuno ai concerti degli altri e tra tutti ci si scambiava idee, sogni e collezioni di dischi”. Russ Tolman si emoziona ancora al ricordo di quell’adolescenza perduta, anche se ammette che “noi True West eravamo un po’ i cugini di campagna. Il nostro contributo stava nel trovare concerti su a nord per i nostri amici di L.A. Non so quante volte abbiamo suonato sullo stesso palco, in quei giorni”. Anche nella memoria di Sid Griffin il ricordo del periodo è quello di “una scena in cui ci si supportava a vicenda, e fondamentalmente ci si divertiva un sacco. Ma era tutto il panorama alternativo di L.A. a essere fantastico, negli ultimi anni Settanta e primi Ottanta. A Hollywood c’erano club favolosi ogni duecento metri, se eri in una band era facile trovare date per suonare e, wow!, avevi pure un’audience. Se non eri in una band, allora mettevi in piedi un’etichetta indipendente che magari stampava solo un paio di 45 giri, oppure scrivevi per una fanzine oppure lavoravi in qualche negozio di dischi figo come Rhino o Aron’s. Non ho mai più visto una scena come quella. La gente faceva dormire le band a casa propria, quando queste non avevano i soldi dell’albergo. Una notte mi ritrovai in casa Debbi Peterson, Eric Burdon, Billy Bremner dei Rockpile e quattro o cinque dei Celibate Rifles! Finché durò, fu un paradiso.”

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(True West)

Era un circuito sotterraneo ma esteso, che comprendeva locali come il sempiterno Whisky Au-Go-Go “on the fabulous sunset strip”, il Music Machine a West Hollywood, il Madame Wong a Chinatown, il Penny Feathers su La Cienega Boulevard (i primi concerti delle band del Paisley si tennero quasi tutti lì). E poi riviste underground, label fai-da-te – Pvc, Frontier, Enigma, Slash/Ruby, la Down There dello stesso Wynn – e college radio. Ma a dare una mano ai nuovi gruppi in ascesa c’erano anche personaggi più istituzionalizzati, come i dj Phast Phreddie o il bizzarro Rodney Bingenheimer, il “sindaco del Sunset Strip” che fin dagli anni Sessanta animava il demi-monde pop di LA con i programmi sulla radio KROQ e le serate glam nel suo club English Disco, naturalmente sito sul Sunset. Un milieu scoppiettante, nel quale la musica giocava un ruolo predominante.
Su questo argomento le opinioni di Wynn e Griffin tuttavia divergono. Per quest’ultimo si trattava del miglior periodo dopo i tempi d’oro dei Sixties, secondo Steve invece “non era granché. Ok, a tutti noi piacevano i Gun Club, i Wall of Voodoo, i Black Flag, e personalmente amavo gruppi come gli Human Hands e i 45 Grave in cui suonava Paul Cutler, che qualche anno dopo entrò nei Dream Syndicate. A parte pochi nomi, però, il resto del panorama era noioso, stereotipato. Tutti ammanettati alla loro scena e al loro suono; erano spariti sia il senso del divertimento che il piacere di rompere le regole, quindi l’eredità migliore del punk. Credo che i Dream Syndicate e le altre band del Paisley fossero una boccata d’aria fresca perché eravamo innocenti e non avevamo la minima idea di ciò che stavamno facendo. E contrariamente a ciò che si può pensare, avevamo influenze musicali molto varie, nessuno di noi suonava simile agli altri. Non ascoltavamo solo psichedelia anni Sessanta: per noi sono stati altrettanto importanti i Fall e i Joy Division, così come mille altre cose, dal country al jazz”. Un punto sul quale si ritrovano felicemente, dopo tutti questi anni, è l’orgoglio per aver rappresentato qualcosa che andava consapevolmente contro la corrente di quel periodo. Di essere stati, per così dire, compagni in missione. Per conto, si intende, del rock’n’roll.
Wynn: “I gruppi del Paisley nacquero indipendentemente uno dall’altro, ma ci siamo ritrovati subito. Nessuno, dico nessuno suonava quel genere di cose all’epoca. Non solo garage o psichedelia o roots-rock, parlo proprio di musica con le chitarre! Sembrava così arcaico e old-fashioned. Per non parlare del feedback, dei drone, di tutte quelle stranezze che nessuno si aspettava più da un gruppo musicale e che noi più o meno coscientemente ci divertivamo a mischiare. In realtà non eravamo così intenzionalmente radicali. Volevamo solo fare la musica che ci piaceva e che non sentivamo più in giro. Ci fosse stato qualcuno che già suonava quel genere di cose, forse non avremmo neanche iniziato”. Tolman: “Eravamo militanti, certo. Combattevamo per il futuro delle chitarre! (risate, NdI.). Però era un po’ paradossale: da un lato c’erano queste band inglesi con i synth che dicevano ‘le chitarre sono morte’, dall’altro i gruppi di metal che ti facevano sperare che le chitarre morissero sul serio. Noi pensavamo che il suono chitarristico potesse ancora essere innovativo e vitale. La storia ci ha poi dato ragione, no?” Sid Griffin, da parte sua, la mette giù in modo ancora più “hardcore”: “Sì, eravamo consapevolmente contro le mode di quel periodo. Detestavamo i Kajagoogoo, gli Haircut 100, i Duran Duran, gli OMD, i Soft Cell e tutte quelle altre band di coglioni. Se guardi solo alla fama e alle classifiche hanno stravinto loro, ma io quella gente la odio ancora oggi. Odio il modo in cui suonavano, il modo in cui si vestivano, la loro musica del cazzo. Molte persone, all’epoca, non riuscivano neanche a concepire il fatto che suonassimo le chitarre e andassimo in giro con i capelli mediamente lunghi, giacche sfrangiate, pantaloni stretti e beatle-boots, e io dicevo: guardate i Byrds, guardate i Ramones… non sono infinitamente più eleganti di questa manica di deficienti che dominano le charts?”.

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(The Long Ryders)

Visto che siamo in tema di look: il nome appioppato al movimento faceva riferimento ai tipici ghirigori dell’iconografia psichedelica che caratterizzavano una linea d’abbigliamento degli anni Sessanta, il paisley per l’appunto. Quanto all’underground… beh, va da sé. A farsi scappare la definizione fu Michael Quercio, in un’intervista del 1983 al Los Angeles Times che indagava su questa strana progenie di nuove band chitarristiche. Nel giro di poche settimane, con somma disperazione di Quercio, per la stampa musicale e l’intera industria discografica quelle band diventarono tutte, una volta e per sempre, “Paisley Underground”.

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The Long Ryders wish success and happiness to all bands” (dal retrocopertina di State Of Our Union dei Long Ryders)

Nel suo monumentale Rip It Up And Start Again (nell’edizione italiana Post-Punk 1978-1984, ISBN), Simon Reynolds dedica al fenomeno la miseria di una riga e mezzo, liquidandolo con un sintetico “Il Paisley Undeground losangelino, con band retro-psichedeliche come i Dream Syndicate e i Rain Parade”, giudicandolo evidentemente meno importante di gruppi fondamentali come i Frankie Goes To Hollywood. Un po’ snob, ma essendo il grande critico che è si fa perdonare con una considerazione illuminante sul virus “rétro” che aveva colto la musica alternativa in quel periodo. “Certo, la musica degli anni Sessanta possedeva particolari qualità – apertura cosmica, abbandono dionisiaco, una certa libertà esecutiva – che la rendevano appetibile e rinvigorente per chi usciva da un lungo periodo di musica rigida, iperrazionale e concettuale. Dopo le demistificazioni post-punk e lo schematismo ‘new pop’, era un sollievo riascoltare musica radicata nella soggezione mistica e nell’abbandono trasognato. Il post-punk aveva messo al bando ampi settori della musica, bocciati perché troppo sballati, troppo eccessivi, troppo pirotecnici. Scoprire la possibilità di godersi un assolo di Jimi Hendrix fu un’esaltante rivelazione: il brividio del frutto proibito”. Non solo nostalgico revivalismo, quindi. Il ritorno di interesse verso i Sixties, sorto a cavallo tra Settanta e Ottanta anche in seguito ad avvenimenti casuali e molto diversi tra loro (il decennale di Woodstock, la pubblicazione della biografia di Jim Morrison No One Here Gets Out Alive, la fiammata neo-mod seguita al film Quadrophenia, la morte di John Lennon) si era instillato nella visione musicale nei gruppi della seconda generazione post-punk, soprattutto in California: dagli X ai Blasters, dai Flesheaters di quel personaggio incredibile chiamato Chris D (produttore tra le altre cose di The Day Of Wine And Roses) ai Gun Club, dai Wall of Voodoo al…Paisley Underground. Una forma di reazione, come sostiene acutamente Reynolds, ma anche un riappropriarsi del passato per guardare avanti, come dicevano qualche riga più su Wynn e Tolman. Senza bisogno di “demistificare” alcunché o di ricorrere a sterili provocazioni concettuali. A riascoltare molti dei dischi di quegli anni, e in particolare quelli delle Paisley-band, si respira ancora oggi un’aria di gentile serenità, di voglia di (ri)costruire sulle macerie che non mitiga affatto il fremito elettrico e giovanile che li attraversa. E con una certa eleganza formale che non contrastava affatto con le radici punk di quasi tutti i musicisti coinvolti.

 

I primi e forse più significativi album del Paisley Underground, quelli usciti tra il 1982 e il 1983, manifestano tutti questo tentativo di unire opposti inconciliabili, ed è perciò che suonano ancora freschi, vitali, emozionanti. Per i Long Ryders del mini 10-5-60 e di Native Sons erano i “Clash mischiati con i Buffalo Springfield”; per i True West di Hollywood Holiday un tentativo di “garage-jazz, una musica chitarristica che traesse spunto dai Television come dai Quicksilver Messenger Service”; per i Dream Syndicate del mini omonimo e di The Days Of Wine And Roses le suggestioni velvettiane unite alla furia del punk; per i Green On Red dell’ep Two Bibles e di Gravity Talks le nuova visione del roots-rock alla X/Gun Club miscelate a memorie Doors; per i Rain Parade di Emergency Third Rail Power Trip il raga-rock byrdsiano speziato di wave (e con inconsapevoli prodromi di dream-pop e shoegazing a venire). Persino le Bangles, che nel loro esordio sulla lunga distanza All Over The Place coverizzavano sia i Merry-Go-Round che Kimberly Rew dei Soft Boys, cercavano un punto di contatto tra i ’60 dei Mamas And Papas e le nuove istanze pop degli ‘80. Ciò che è importante notare è che la neopsichedelia, quando c’è, è spogliata di qualsiasi rimasuglio freak e si rifà comunque alla tradizione della California del sud. Se lo stile di vita comunitario e solidale poteva ricordare vaghissimamente la San Francisco hippy, non vi è traccia alcuna di essa nella musica (tolti forse i Moby Grape, l’unica band di Frisco adorata indistintamente da tutti).
Al di là della musica, le radici culturali dei gruppi Paisley erano tutt’altro che banali, con riferimenti letterari e cinematografici che andavano dal beat degli anni ’50 all’hard-boiled, dall’Hollywood dei tempi d’oro all’immaginario western. Influenze smascherate già dai nomi delle band e dai titoli di dischi e canzoni. Days Of Wine And Roses era un film di Blake Edwards con Jack Lemmon e Lee Remick, The Lost Weekend (Giorni perduti) un indimenticabile Billy Wilder del ’45 che (come il precedente) parla di alcolismo, Long Riders (I cavalieri dalle lunghe ombre) un western crepuscolare di Walter Hill, True West una delle prime commedie di Sam Shepard. L’indizio forse più rivelatorio di tutti è il brano Songs For The Dreamers, dall’album del “supergruppo Paisley” Danny & Dusty, nel quale si citano Pearl S. Buck, Jackie Kennedy, Jim Thompson, Count Basie, Raymond Chandler. Nostalgia, anche in questo caso?

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“..I can lose everything, in a minute or two…” (Dream Syndicate, When You Smile)

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Volendo continuare a baloccarsi, un po’perversamente, con il parallelo tra anni Ottanta e Sessanta, si potrebbe dire che se il biennio 1982-83 è paragonabile mutatis mutandis al 1965-66 – si pongono le basi, si esce allo scoperto tutti assieme con dischi belli e fondanti -, il 1984 e il 1985 sono stati invece il mitico ’67 del Paisley. Il periodo, breve ma intensissimo, in cui si consolida il fenomeno e si raccolgono i primi frutti. Ma anche quello in cui si viene cannibalizzati dalla stampa e dal business, si attirano imitatori e si innescano i presupposti del declino. In quei due anni escono ancora album favolosi (Medicine Show dei Dream Syndicate, State of Our Union dei Long Ryders, Gas Food Lodging dei Green On Red) o comunque più che dignitosi nonostante turbolenze nelle line-up e problemi di varia natura (Explosions In the Glass Palace dei Rain Parade, Drifters dei True West, Arrive Without Travelling dei Three O’ Clock). Ci si permette anche di auto-celebrarsi, con un paio di opere collettive che fungono da veri e propri manifesti dei due aspetti della sensibilità Paisley: quella più incline al torpore lisergico e al culto delle memorie (Rainy Day, una “gita al faro” al suono di canzoni di Hendrix, Who, Velvet, Byrds, Beach Boys, Big Star ecc.) e quella più rude, roots e mondana (il pluricitato The Lost Weekend di Danny & Dusty, ovvero Stuart & Wynn più Long Ryders, Dream Syndicate e Green On Red vari). Il secondo è forse il disco più amato, retrospettivamente, dai reduci del movimento. Persino Tolman, che non vi partecipò, lo ritiene il suo preferito: “un lampo di innocenza, un gruppo di amici che si divertono a suonare insieme solo per il piacere di farlo”. Wynn e Griffin sostengono di averci lasciato il cuore, su quei solchi, ma di non aver troppi ricordi delle session a causa dei “fiumi di alcol che scorrevano”.
È forse qui l’apice della parabola Paisley, termine che nel frattempo ingloba diversi altri gruppi più o meno legati al nucleo originario: da precursori ancora attivi come Last e Droogs ai duri Leaving Trains, dai Naked Prey dell’ex Serfers Van Christian ai Blood On the Saddle che vedono in formazione la cantante Annette Zilinskas già bassista nelle Bangs, dai Romans allo stralunato e geniale popparolo Scott Miller con i suoi Game Theory. Qualcosa però stava cominciando a sfaldarsi. Secondo Wynn “il movimento si dissolse quando iniziammo ad andare in tour tutti quanti. Seconda metà del 1983, più o meno. La cosa sfuggiva dalle nostre mani e diventava proprietà del mondo. Non c’era nulla di male in questo, ma come in tutti i casi in cui aumentano le responsabilità e gli impegni, finisci col perdere lentamente i contatti con gli amici con cui sei cresciuto”.
Iniziano le defezioni e le scissioni. Tolman lascia i True West dopo Drifters, Roback molla i Rain Parade prima di Explosions In The Glass Palace, Precoda se ne va dai Dream Syndicate dopo aver marchiato a fuoco con la sua chitarra Medicine Show. Kendra Smith aveva salutato la band addirittura prima, insofferente dei ritmi crescenti imposti dal music business e desiderosa di seguire la sua idea di psichedelia libera, influenzata più dai Can o da Terry Riley che dal rock tradizionale verso cui si indirizzava sempre più il movimento. Proverà a cercarla nei Clay Allison e poi nei meravigliosi Opal, insieme a Roback. Ma c’erano anche altri fattori negativi in gioco. Ad esempio il bacio mortale delle major. I gruppi Paisley sono i primi, tra i portabandiera del rock indipendente, a finire su grandi etichette – A&M per i Dream Syndicate, Island per Long Ryders e poi Rain Parade, Parlophone per i Green On Red a partire da No Free Lunch; solo i True West rimarranno al palo – precedendo di qualche anno i tanto commentati “cambi di casacca” di Husker Du, R.E.M. e Sonic Youth. Durerà poco, e sarà disastroso per tutti. La differenza tra il prima e il dopo sta tutta in queste parole di Wynn: “Per fare Days Of Wine And Roses, tra incisione e missaggio ci abbiamo messo tre notti. Per registrare Medicine Show, sei mesi”.
In quel periodo, comunque, il Paisley sbarca in Europa – l’”American Invasion of 85”, secondo la definizione velatamente ironica dei giornali britannici – dove li accoglie una rete di fan ricettiva quanto e forse più che negli States. Grazie anche al supporto di fanzine interamente dedicate alla causa del nuovo rock chitarristico come la francese Nineteen e soprattutto l’inglese Bucketfull Of Brains, che seguì maniacalmente l’evoluzione del fenomeno, tanto che nomi di giornalisti come Nigel Cross, Jon Storey e l’ubiquo Jud Cost sono rimasti nella memoria degli appassionati quasi quanto quelli di Dan Stuart o Karl Precoda. In Italia, una volta tanto, non fummo da meno: la stampa musicale specializzata (Mucchio Selvaggio, Rockerilla, Buscadero) riservò sempre molto spazio alla neopsichedelia in generale e al Paisley in particolare, e addirittura il più maistream Rockstar gli dedicò uno special in un numero del marzo 1985.

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Griffin: “Suonare in Europa fu un’esperienza magnifica. La maggior parte di noi non ci aveva mai messo piede prima di allora. Molti di coloro che vennero a quei concerti non hanno mai smesso di seguirci. Purtroppo in Inghilterra i Long Ryders erano solo la seconda indie band più popolare, dato che c’erano sempre gli Smiths tra le palle”. Ciò che alle platee europee – Italia compresa – sembrò un movimento compatto si stava in realtà sgretolando.
Il 1986 e il 1987 sono gli anni in cui la china si fa verticale. I Dream Syndicate rimangono senza contratto e sono sul punto di sciogliersi, poi con l’entrata del chitarrista Paul B. Cutler e del bassista Mark Walton pubblicano un disco mediocre come Out Of The Grey (nonostante la presenza di un inno come Boston) e nel 1988 il più solido Ghost Stories, dopo il quale sciolgono le fila. I True West e i Rain Parade si dissolvono ancora prima, mentre i Green on Red continueranno fino a metà anni 90 lungo la strada di un rock sempre più tradizionale e sempre meno ispirato. Il sodalizio tra Sid Griffin e Stephen McCarthy si interrompe invece bruscamente nel 1987, appena terminato quello che rimarrà l’ultimo album di studio dei Long Ryders, il piacevole Two Fisted Tales. E il vecchio Michael Quercio? Lui finisce addirittura – una nemesi! – alla Paisley Park, regno privato di quel Prince che intanto aveva firmato sotto pseudonimo Manic Monday, il pezzo che rese le Bangles delle star. L’unico caso in cui il Paisley diventò “Overground”. Era del resto scritto nel loro destino: le brave ragazze vanno in paradiso, quelle cattive vanno dappertutto, ma quelle carine di sicuro vanno in classifica. L’ultimo grande disco del movimento lo firmano nel 1987 gli Opal, con Happy Nightmare Baby. Nella primavera dell’88, le sparute truppe di fanatici del Paisley si riuniscono per andarli a vedere durante il loro tour italiano. Sul palco con Roback non c’è Kendra Smith, ma una sorta di Nastassja Kinski californiana di nome Hope Sandoval. Sono nati i Mazzy Star. In compenso è finito tutto il resto. Ma c’è ancora tempo per un un ultimo hurrà. Nel 1989, a band ormai sciolta, esce Live At Raji’s dei Dream Syndicate: è il Paisley che svanisce tra il crepitare di chitarre mai così elettriche, libere, devastanti, in un finale di partita di una bellezza quasi straziante. Un concerto che è Last Waltz e Happy Trails e Kick Out The Jams e Live At The Max’s e i Pistols al Winterland e tutto ciò che ci scaldava le viscere e il cuore. Non mi vergogno nel dire che è il mio disco dal vivo preferito di ogni tempo e di ogni genere musicale, nonché quello che consiglierei a un amico per capire cos’è stato il Paisley Underground.

RAINY DAYS, DREAM AWAY
Guardandomi indietro, credo che quei giorni siano stati il periodo più bello della mia vita. Perché? Ma per la più egoistica delle ragioni: perché ero giovane. Lo eravamo tutti”. (Matthew Broderick in Biloxi Blues, 1988)

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(Kendra Smith e David Roback, 1985)

Non ci fu una Woodstock per il Paisley. Grazie a dio, neanche una Altamont. Nessun dramma (a parte la scomparsa prematura del bassista dei True West, Kevin Staydohar), nessuna amicizia tradita. I protagonisti di allora hanno continuato a fare musica, in molti casi eccellente, ritrovandosi di tanto in tanto. Mantenendo a modo loro un legame che in fondo è indissolubile, quello tra vecchi compagni d’armi in una guerra mai iniziata, e che comunque avrebbero perso. O forse no. Lasciamo l’ultimo ricordo a Steve Wynn: “Non posso che avere una percezione meravigliosa di quegli anni. Si bruciò tutto in breve tempo, ma era eccitante essere giovani, ascoltare il master del tuo primo disco, andare in tour per la prima volta, vedere che altre band che amavi e che erano formate da tuoi amici stavano vivendo le stesse esperienze. Il brivido della scoperta, la sensazione che niente può andare storto erano davvero intossicanti. E credo che ciò che facemmo allora, insieme ad altre band in altre città allo stesso tempo, aprì realmente la strada a quello che poi sarebbe diventato l’indie-rock.”
Nelle prime pagine di Our band could be your life, fondamentale storia del rock americano indipendente degli anni 80, l’autore Michael Azerrad ricorda il commento della giornalista Gina Arnold quando i Nirvana di Nevermind cacciarono a pedate Michael Jackson dal numero uno di Billboard. Solo una frase: “Abbiamo vinto”. Una piccola parte di merito per quella vittoria (effimera, ma tant’è) spetta anche a quei bravi ragazzi e quelle brave ragazze del Paisley Underground. A quelle band che, anche solo per un attimo, sono state davvero la nostra vita.

Grazie infinite per la disponibilità a Sid Griffin, Russ Tolman e Steve Wynn.

In memoria di Giorgio Borri, cuore paisley.

(originariamente pubblicato su Mucchio Extra n. 27, autunno 2007)

PaisleyUnderground

 

Paisley Underground: 20 dischi (1982-1987)

DREAM SYNDICATE – The Day Before Wine And Roses (Normal, 1994)
Il Paisley allo stato nascente. Come indica il gioco di parole del titolo, siamo a ridosso dell’esordio dei Dream Syndicate. 5 settembre 1982: negli studi ZZZ di North Hollywood, al cospetto di un pubblico esiguo ma selezionato (presente lo stato generale del movimento, dai Rain Parade ai Green On Red alle Bangles, ma anche i R.E.M in visita di cortesia), Steve Wynn e compagni regalano alla radio KPFK un’anteprima anfetaminica e splendidamente psichedelica di ciò che verrà. Suoni crudi e taglienti come si conviene a quattro ventenni fomentati dall’aver appena finito il loro primo disco, con il punk dietro l’angolo e l’estasi lisergica a un passo. L’”underground” più che paisley è vellutato, come dimostra la narcotica Some Kinda Itch, il noise pronto a deflagrare di That’s What You Always Say e una John Coltrane Stereo Blues in embrione (intitolata Open Hour) che si contorce all’ombra di Sister Ray. Per tacere delle cover allucinate di Mr. Soul (Buffalo Springfield), Outlaw Blues (Dylan) e Season Of The Witch (Donovan), e del chitarrismo tanto rozzo quanto visionario del magnifico Karl Precoda.

THREE O’ CLOCK – Baroque Hoedown (Frontier, 1982)
Il vaso di coccio del movimento? In molti lo consideravano tale, il buon Michael Quercio. Forse perché troppo delicato e sognatore per quei tempi rudi – ehi, si stava facendo una rivoluzione, o almeno si credeva di farla -, forse perché la sua vocina efebica era la prova lampante che il punk dalle sue parti non era mai passato, lasciandolo lì a crogiolarsi in cameretta con le sue fantasie sul Sunset Strip del ’66. In realtà il ragazzo meritava rispetto, e non solo perché in fin dei conti il Paisley Underground lo aveva battezzato lui. Questo delizioso ep prodotto da Earle Mankey, uno che stava negli Sparks, fu a modo suo fondamentale per la scena che stava andando a crearsi, rappresentandone l’ala innocente e delicata, devota al sixties pop più frivolo (per esempio quello degli Easybeats, dei quali si riprende Sorry), così come alle tintinnanti vestigia byrdsiane. E con tanto, tanto, tanto ammmore: a chi non farebbero girare la testa una Cantaloupe Girlfriend o una Marjorie (Tells Me) come quelle cantate da Quercio? Poco a poco la melassa prenderà il sopravvento, ma il successivo Sixteen Tambourines è ancora essenziale.

DREAM SYNDICATE – The Days Of Wine And Roses (Ruby, 1982)
La prima pietra miliare del Paisley. Registrato nel giro di tre giorni sotto la supervisione del luminare punk-roots Chris D (che aveva appena girato le manopole per i Gun Club e i Misfits, e si sente), l’album cattura con una vividezza straordinaria l’entusiasmo di quei giorni, mantenendosi venticinque anni dopo ancora inebriante come il buon vino e profumato come un mazzo di rose. Dall’attacco jangle di Tell Me When It’s Over al delirio che chiude in un vortice di eletticità e feedback la title track (hardcore dal volto umano?), The Days of Wine And Roses è un fluire irrefrenabile di emozioni. Proprio quei brividi che si credeva le chitarre non potessero più innescare, all’alba degli anni 80. Ci sono i Crazy Horse, ci sono i soliti irrinunciabili Velvet (When You Smile), ma a ben guardare si scorgono pure i Fall e i Sex Pistols, nonché un basso tondo di scuola post-punk a coprire le fughe in avanti delle sei corde. Quello che manca è un attimo di respiro: Halloween, Until Lately, Definitely Clean trasmettono una positiva, adolescenziale voglia di perdersi nel rumore, e solo la voce di Kendra Smith in Too Little, Too Late rallenta il tiro. Che disco, che canzoni. Non a caso Steve Wynn se le porta in tasca da un quarto di secolo. Nella ristampa Rhino del 2001 si trova anche il primo ep omonimo e il 45 giri dei 15 Minutes, con la versione grezza di That’s What You Always Say e Last Chance For You.

TRUE WEST – Hollywood Holiday Revisited (Atavistic, 2007)
Altro caposaldo, questo. I True West di Russ Tolman erano, tra gli alfieri del movimento, quelli che forse sapevano coniugare al meglio fisicità e poesia, muscolatura rock e mente libera, gli angoli bui della città e gli orizzonti imprendibili del deserto. Simili, in questo, forse più ai concittadini Thin White Rope che agli amichetti paisley di Los Angeles, con i quali tuttavia condivisero in pieno luoghi, tempi, concerti, buone e cattive vibrazioni. Del tutto singolare, comunque, la sintesi di influenze che animava gli insistiti fraseggi psichedelici della band, nonostante il nome la più “inglese” del lotto. Formidabili davvero, le canzoni dell’esordio Hollywood Holiday: roba che teletrasporta i Pink Floyd dell’Ufo Club nello smog delle notti californiane, e non solo per la cover – molto simile all’originale, complice la voce barrettiana di Gavin Blair – di Lucifer Sam. Ma sono dei Floyd passati al setaccio dei Television (Tom Verlaine avrebbe dovuto produrre il secondo album, ma si defilò subito) e degli Stooges (I’m Not Here è una 1969 riveduta, corretta e inacidita), filtrati da una sensibilità vagamente crepuscolare capace tuttavia di librarsi altissima (la splendida And Then The Rain). Ottimo, benché meno febbrile, anche il successivo Drifters. Questa freschissima ristampa contiene entrambi, insieme ai tre demo incisi con lo schizzinoso Verlaine.

UNCLAIMED – The Unclaimed (Hysteria, 1983)
Facciamo un salto in garage. Genere non molto frequentato dalle band del Paisley, nonostante l’innegabile contiguità con i cugini neo-Sixties che proprio nello stesso periodo stavano impazzando a est (Fuzztones, Chesterfield Kings, Fleshtones) e a ovest (Miracle Workers, Morlocks). Benché la venerazione per i ‘60 li accomunasse, l’attitudine dei gruppi Paisley non aveva i tratti ossessivi dei “garagisti”. Gli Unclaimed di Shelley Ganz sono forse l’unica band che stava a cavallo tra i due ambienti, anche se più per ragioni di “albero di famiglia” (Sid Griffin aveva militato nella primissima formazione) che eminentemente musicali. Il calendario di Ganz, strana figura di monomaniaco, come si evince da questo mini-lp è fermo al ’66. Massimo, toh, al gennaio del ’67. Sei brani comunque molto divertenti, tra Chocolate Watchband, Castaways, frat-rock e pure un goccio di exotica. Da ricordare soprattutto Lost Trails, anche perché darà il nome a una leggendaria fanzine di casa nostra.

RAIN PARADE – Emergency Third Rail Power Trip (Enigma, 1983)
Dove portavano quelle mongolfiere ritratte in copertina? Ma che domanda: otto miglia in alto, dritto nella quinta dimensione. Non c’era alcun dubbio allora e non c’è adesso alla prova del riascolto: sono i Byrds del ’66-’67 i numi tutelari di questo esordio dei Rain Parade. I Byrds che si erano lasciati alle spalle il folk-rock e che, prima di scoprire il country, per un anno o poco più sognano un Oriente dell’anima a tempo di raga-rock e psichedelia. Se c’è un disco Paisley capace di far sognare, in effetti, è proprio questo. Un incantesimo gentile, un profluvio di essenze e aromi che irretisce benevolmente la volontà, ottunde i sensi, appaga il desiderio di fuga verso un altrove inesistente e tuttavia continuamente agognato. Talking In My Sleep, What She’s Done To Your Mind, Kaleidoscope, This Can’t Be Today: i titoli parlano da soli. La musica è allo stesso tempo tramite e conseguenza (com’era quella frase? taking drugs to make music to take drugs to? ecco, appunto…) di uno stato narcotico, non importa se indotto o naturale. Le voci vellutate, gli intrecci rigogliosi di chitarra, il violino di Will Glenn, le melodie avvolgenti: tutto rende questo album un’esperienza sensoriale unica e caleidoscopica. Non siamo poi tanto distanti da quel che David Roback farà anni dopo con i Mazzy Star. E ancor più vicini sono i Clay Allison/ Opal: l’annuncio della nuova band è nella voce di Kendra Smith, ospite in This Can’t Be Today.

GREEN ON RED – Gravity Talks (Slash, 1983)
Tutta un’altra dimensione, invece, quella dei Green On Red. Più terrena, aspra, molto meno disposta alle fughe verso colorati paradisi lisergici. Non inganni l’onnipresente organo di Chris Cacavas: è vero che con quel tappeto continuo sotto i piedi le canzoni possono ricordare i Doors e più ancora i Seeds, ma sono piedi sporchi di polvere e di scarpinate on the road. La mitologia personale di Dan Stuart ha più a che fare con Faulkner; Steinbeck e Dos Passos che con Ginsberg o Burroughs, anche se la sua tendenza all’osservazione del sociale, leggermente venata di romanticismo populista – tipica dell’americano di sinistra: si pensi a un John Fogerty, per dire uno dei modelli (inizialmente non dichiarati) di Stuart – si accentuerà a partire dai lavori successivi. Psichedelia o no, comunque, le canzoni di questo esordio lasciano un segno indelebile: profonde e ipnotiche come gli intrecci di chitarre e tastiere, espressive e alcoliche come la voce del leader, letterarie e cinematografiche come i loro titoli (Brave Generation, 5 Easy Pieces, Abigail’s Ghost). Su tutti, due brani che danno l’idea degli estremi tra i quali si muove il suono dei Green On Red: Cheap Wine (se ne ricorderà qualcuno anche in Italia) e Narcolepsy.

AA.VV. – Rainy Day (Rough Trade, 1983)
Il vero dazebao della sensibilità Paisley. Un manifesto sussurato, una wonderland pastorale dove tutto – la musica, le parole, i ricordi – possiede i colori sfumati dell’autunno. Niente più, in fondo, che un gruppo di amici (membri di Dream Syndicate, Three O’ Clock, Rain Parade, Bangles) che omaggiano un passato mitico e nel contempo fanno i conti con le loro ossessioni. Disco di una semplicità estrema, Rainy Day, ma dalla seduzione e dal potere incantatorio incredibili (e, purtroppo, anche un po’ difficile da trovare oggidì). Fa sorridere, e intenerisce, ascoltare la voce da ragazzina di Susanna Hoffs confrontarsi con lo spettro di Nico nella dylaniana I’ll Keep it With Mine e nella velvettiana I’ll Be Your Mirror, così come commuove quella più profonda di Kendra Smith che in un indovinato gioco delle parti si misura con Alex Chilton (Holocaust, che anticipa di un anno la rilettura dei This Mortal Coil) e Neil Young (Flying On The Ground Is Wrong). Ma tutti sono a loro agio, l’atmosfera è quella giocosa del giorno di vacanza: e così ecco Michael Quercio destreggiarsi perfettamente con John Riley dei Byrds e Sloop John B dei Beach Boys, mentre David Roback lasciare andare la chitarra alle morbide divagazioni hendrixiane di Rainy Day, Dream Away. Una giornata uggiosa, sì. Ma indimenticabile.

LONG RYDERS – Native Sons (Frontier, 1984)
Non ci avevano neanche provato, i Long Ryders, a spacciarsi per psichedelici. Il massimo della concessione all’iconografia Paisley era la camicia indossata dal bassista Des Brewer sulla copertina del mini-lp 10-5-60 (contenuto nelle successive ristampe di Native Sons). Certo, erano amici, anzi fratelli di sangue, di quei bravi ragazzi di Wynn, Roback, Tolman, Precoda ecc., ma la vicinanza era puramente affettiva, non musicale. Decisamente più affine la visione tradizionalista di compadre Dan Stuart e dei suoi Green On Red; eppure, nell’esordio della band di Sid Griffin e Stephen McCarthy non si avverte neanche l’ombra delle trame ipnotiche che si agitavano sul muro di Gravity Talks. La loro musica carbura con le anfetamine e non con l’acido, il terreno di battaglia è il country-rock puro e semplice. Corretto quel tanto dalle ascendenze punk di Griffin, ma senza esagerare. La foto della cover dice già tutto: evviva i Byrds di Sweetheart Of The Rodeo (è la voce di Gene Clark a guidare la bellissima Ivory Tower) evviva i Flying Burrito Brothers di papà Gram Parsons (il produttore è lo stesso dei loro dischi), ma soprattutto triplo hurrà per i Buffalo Springfield, dei quali si “coverizza” la copertina del mitico bootleg Stampede. Quante volte si saranno ascoltati questo disco, Jeff Tweedy e Jay Farrar?

LEAVING TRAINS – Well Down Blue Highway (Enigma, 1984)
Per il Paisley sono transitati anche personaggi che passavano di lì e visto che non avevano niente da fare si sono accodati, ma che con lo spirito del movimento avevano poco in comune. Uno di questi è “Fallin” James Moreland, cazzutissimo boss dei Leaving Trains. Radici punk che affondano all’immediato post-’77, forma i Downers con David Roback (eccola qui la connessione “paisleyana”) e successivamente i Leaving Trains, con i fratelli Hofer (Tom al basso, Manfred alla chitarra) e l’affascinante e misteriosa tastierista Sylvia Juncosa (poi nei To Damascus e per un brevissimo periodo nei Clay Allison). In questo primo album della band, Moreland – che intanto ha sposato un’allora sconosciuta cantante punk chiamata Courtney Love – cerca volonterosamente l’allineamento con le traiettorie psych della scena, tenendo a freno l’istinto da rocker puro e duro. I risultati sono notevoli, ma tempo un paio di anni e i Leaving Trains passeranno alla Sst dando libero sfogo, in album come Kill Tunes e Fuck, all’istinto animalesco del loro leader.

BANGLES – All Over The Place (Columbia, 1984)
Ah, le Bangles! Arduo trovare un lato glamour del Paisley, ma se c’era stava tutto nei visini, nelle minigonne, nelle acconciature tragicamente anni 80 di Susanna Hoffs e colleghe. Molto più vintage quelle della Rickenbacker che sorella Suzie tiene in grembo sulla copertina di questo esordio. Anche la musica, del resto, è invecchiata meglio del look. Il pop, questo genere di pop, non ha data di scadenza: va bene nel 2007 come nell’84 o nel ’67. E benché sul successo mainstream del quartetto avrebbe scommesso chiunque (rimanga tra noi: Different Light, quello con le famigerate Manic Monday e Walk Like An Egyptian, è ancora un gran bel dischetto) le ragazze facevano di tutto per farci capire che erano cresciute con il rock’n’roll. Le Bananarama, per dire, non suonavano certo cover di Emitt Rhodes (Live) o di Kimberley Rew dei Soft Boys (Going Down To Liverpool). E pure l’energia di Hero Takes A Fall (dedicata a Steve Wynn da una avvelenata Hoffs), il powerpop di All About You e Dover Beach e i vocalizzi da beach girls della barocca More Than Meets The Eye ci assicuravano che le Bangles erano dei nostri, nonostante il coiffeur. La via di mezzo tra i Mamas & Papas e le Go-Go’s, tra Riot On Sunset Strip e Cercasi Susan disperatamente.

DREAM SYNDICATE – Medicine Show (A&M, 1984)
Centocinquantanove dollari e novantanove centesimi. È questa la valutazione, secondo l’All Music Guide, di Medicine Show nella ristampa in cd pubblicata dalla A&M agli inizi degli anni ’90 (cui era abbinato anche il successivo mini dal vivo This Is Not The New Dream Syndicate Album… Live!). Per poco meno di un terzo del prezzo, sbattendosi un po’, ci si mette in casa il vinile originale. Pleonastico, quindi, dire che questo disco si deve ascoltare sul sacro supporto, non fosse altro che ascoltarlo diversamente è impossibile. L’irriperibilità del capolavoro dei Dream Syndicate danna l’anima di Steve Wynn da anni, ma paradossalmente può avere contribuito a forgiarne lo status quasi mitico. Ma no, cazzate. Basta la musica ad assicurare qualcosa che assomiglia all’immortalità a canzoni come Bullet With My Nome On It e Merrittville, Still Holding On To You e Daddy’s Girl, l’epica title-track e la jam infinita di John Coltrane Stereo Blues (ispirata, più che dal jazz, dalla Butterfield Blues Band di East/West). Medicine Show è uno di quei dischi che incroci una volta e te lo porti dietro per sempre: you can feel it in your heart/feel it in your soul/feel it go around/till you lose control…don’t you feel it burn?, proprio come canta Steve in una delle sue canzoni più belle di sempre. E dire che all’epoca ci fu chi si lamentò per la svolta rock bollata come “springsteeniana” (vero, ma c’erano anche i Crazy Horse, i Quicksilver, Lou Reed), chi non sopportava il piano di Tommy Zvonchek, chi lanciava strali all’indirizzo del produttore Sandy Pearlman (“quello che aveva già rovinato i Clash!”). Poveretti. Andate alla caccia di questo disco, e se già lo avete mettetelo su. Adesso. Non lo sentite bruciare?

OPAL – Early Recordings (Serpent/Rough Trade, 1989)
Il lascito discografico a 33 giri degli Opal, il progetto messo in piedi da Kendra Smith e Dave Roback dopo le rispettive uscite da Dream Syndicate e Rain Parade, si limita al superbo Happy Nightmare Baby (vedere qualche riga più sotto), ma per completare il quadro è essenziale anche questa raccolta della Rough Trade, pubblicata quando Kendra si era ritirata chissà dove e il gruppo si era già trasformato in Mazzy Star. L’album riunisce i singoli e gli ep, più altre canzoni inedite, incise prima dell’esordio sulla lunga distanza (alcune sotto la denominazione Clay Allison). Con un po’ di elettricità in meno, siamo sugli stessi, altissimi livelli. Psichedelia mistica che ipnotizza senza scampo (Fell From The Sun, meravigliosa), romanticismo acid-folk e languori acustici (Strange Delight, Empty Box Blues), ballate dark ferme a una invisibile frontiera tra Oriente e Occidente (Lullabye, Brigit On Sunday). Incantevole.

RAIN PARADE – Explosions In the Glass Palace (Enigma, 1984)
Come avevano reagito, nel frattempo, i Rain Parade alla dipartita del loro chitarrista principe? Con l’arruolamento dell’eccellente John Thoman e con uno scatto d’orgoglio, destinato tuttavia a esaurirsi in fretta. Explosions In the Glass Palace dura poco più di una ventina di minuti, ma è l’ultimo scampolo di magia regalato dalla band, prima di un live raffazzonato, un terzo album ricco in fatto di budget (approdano anche loro, come i Long Ryders, alla Island) ma poverissimo di idee quale Crashing Dream, e infine il dissolversi e disperdersi in altri progetti. Il ricordo di un gruppo fantastico durato troppo poco resta perciò appigliato alle malìe di Emergency…, ma canzoni come You Are My Friend, Blue e l’esotica No Easy Way Down non hanno nulla da invidiare, con i loro intarsi chitarristici, a quelle dell’esordio.

GREEN ON RED – Gas Food Lodging (Enigma, 1985)
Paradossale a ripensarci, ma l’unica elemento in comune tra la California dei ’60 e l’America di vent’anni dopo aveva un nome e cognome ben preciso: Ronald Reagan. Governatore dello stato californiano nei sixties, presidente degli Usa negli ’80. Era tutta lì, l’eredità dei favolosi anni Sessanta? In un vecchio ex-attore ultraliberista e destrorso? Dan Stuart è il primo a rendersi conto che le nostalgie della summer of love non sono certo il mezzo più idoneo per raccontare una realtà come quella degli States, fatta di impoverimento delle classi medie, reaganomics imperanti e cinismo ai massimi storici. Via le camiciole paisley, allora, e diamoci dentro con un rock proletario e diretto, sulle orme dei Fogerty e degli Springsteen. Gas Food Lodging è un tentativo di trasporre in musica l’epos americano della strada, dei misfits, della solidarietà tra reietti. Qualcuno la chiamò normalizzazione, ma cavalcate appassionanti come That’s What Dreams Are Made For, Sea Of Cortez, Easy Way Out e Sea Of Cortez picchiano ancora duro, grazie anche alla chitarra senza fronzoli del nuovo arrivato Chuck Prophet. L’adesione ai canoni tradizionalisti verrà poi formalizzato, nello stesso 1985, da No Free Lunch, primo disco su major.

DANNY & DUSTY – The Lost Weekend (A&M, 1985)
Venite tutti, voi perdenti e sognatori, fuorilegge e ubriaconi: venite qua al bancone, stasera offrono Danny e Dusty. Frutto di una jam-session ad alto tasso alcolico durata, per l’appunto, un intero weekend, questo disco vede all’opera una sorta di dream-team del Paisley Undeground: ci sono Dan Stuart (Danny) e Steve Wynn (Dusty), Chris Cacavas, Dennis Duck e tre quarti dei Long Ryders. Se Rainy Day era stato il manifesto dell’anima trasognata e psych del movimento, Lost Weekend nè è il contraltare debosciato e rock’n’roll. I modelli, qui, sono la Rolling Thunder Revue (non a caso si riprende la dylaniana Knockin’ On Heaven’s Door) oppure la fiesta tex-mex di album come Doug Sahm & Friends. Buttate giù senza grosse pretese, ballate come Song For The Dreamers e The Word Is Out funzionano proprio per la loro divertita spontaneità, ed è impossibile non farsi trascinare sul pavimento da inni per avvinazzati come Baby, We All Gotta Go Down. American music al suo (sgangherato) meglio. Ventidue anni dopo, inaspetttamente, Danny & Dusty si ritroveranno al bancone del bar. Con un nuovo disco, seguito da un tour e un live.

LONG RYDERS – State of Our Union (Island, 1985)
Lo “stato dell’unione” visto da un quartetto di rockettari, con Gram Parsons e Neil Young come guide ideologiche. Tematicamente simile a Gas Food Lodging dei Green On Red, l’esordio su major vede i Long Ryders impegnati a ripassare la lezione del country-rock e i ricordi dell’”american cosmic music”, mentre al contempo lanciano uno sguardo critico alla situazione sociale del loro paese. Good Times Tomorrow, Hard Times Today, dice il titolo di un pezzo: c’è la consapevolezza che si vivono tempi grami, che il patriottismo serve solo a mascherare porcherie in giro per il mondo (Capturing The Flag), che il potere d’acquisto si è dissolto (You Just Can’t Ride The Boxcars Anymore), ma l’onda lunga dei sixties, in questo caso, oltre che lambire le chitarre porta con sé anche una punta l’ottimismo: domani sarà meglio. Il passato serve invece a Griffin e McCarthy come metafora del presente nell’intensa Years Long Ago e nel singolo Lookin’ For Lewis And Clark. Quest’ultima rappresenta forse i cinque minuti migliori dei Long Ryders, con quel fischio iniziale, quel riff e quel “Louie Louie Louie Lu” che riesce a rendere rock’n’roll persino un esploratore ottocentesco.

GAME THEORY – Big Shot Chronicles (Rational, 1986)
Il Paisley non era tutto bolle di sapone psichedeliche e ruvido roots-rock da veri uomini. Tra i tasselli che componevano il mosaico c’era, immancabile, anche quello del power-pop. L’interprete più convinto della lezione di Badfinger e Big Star era Scott Miller, un tipo sfuggente che sotto una massa di capelli alla Jesus & Mary Chain celava idee melodiche di prim’ordine. Voce delicata e una certa propensione per il folk-pop più zuccheroso (non a caso è pappa e ciccia con Michael Quercio dei Three O’ Clock, che produce uno dei primi ep dei Game Theory e col quale collaborerà a lungo in futuro), tuttaiva sapeva anche velocizzare i tempi e alzare il tiro delle chitarre quando era il caso. Big Shot Chronicles, secondo album di una formazione nella quale Miller fa da padre e padrone, è opera che sta al limitare del Paisley – senza saperlo, ha più a che fare con i Sebadoh e i Guided By Voices di dieci anni dopo – ma si fa ricordare per squisiti bigné pop come Erica’s Word e Crash Into June.

NAKED PREY – Under The Blue Marlin (Frontier, 1986)
Cugini sfigati dei Green on Red, i Naked Prey erano la band di Van Christian, buddy inseparabile di Dan Stuart fin dai tempi di Tucson e batterista nei Serfers, embrione del “verde su rosso”. Anima candida e idealista, Christian ha un’idea di rock vigorosamente proletaria, più incline al fast’n’furious del punk che ai trip psichedelici. Ma è a suo agio anche con la formula della ballata elettrica, e ne scrive qualcuna che non sfigura affatto al confronto con quelle del vecchio amico. Però poi deve metterci a fianco una cover degli Stooges per ristabilire l’equilibrio. Il primo album dei Naked Prey – dopo un ep omonimo pubblicato dalla Down There di Wynn – sta in equilibrio su questo filo teso, senza mollare mai il tiro. Un suono ingenuo eppure volitivo, dimostrazione di come, quando c’è la passione che brucia, il rock’n’roll possa fare miracoli fregandosene dei limiti di chi lo mette in scena. Non un fuoriclasse, Van Christian, ma un arrembante mastino di centrocampo che in questo album si gioca la partita della vita.

OPAL – Happy Nightmare Baby (Sst, 1987)
È un wah wah dai singolari tratti orientaleggianti a introdurre all’ultimo, magnifico spasmo del Paisley Underground, nonché al più grande disco di acid-rock degli anni ’80. Che incipit memorabile, Rocket Machine: un razzo che punta dritto al cuore oscuro del sogno psichedelico. Una volta atterrati dall’altra parte della luna, sono i Floyd di A Saucerful Of Secrets a guidare le danze, in una Magick Power che ghermisce la mente con lampi di luce accecante e spirali di organo, chitarre e tablas. Il vecchio Syd è un fantasma che saluta da lontano in Siamese Trap e A Falling Star, Marc Bolan spunta improvvisamente in She’s A Diamond e si mette a jammare con l’Hendrix di Axis: Bold As Love. Ombre che appaiono e scompaiono, stati di alterazione che si alternano a oasi di quiete (Happy Nightmare Baby), fino a quando ci si ritrova a sprofondare nel buco nero di Soul Giver. Un disco memorabile, che forse avrebbe dovuto uscire tre anni prima. Proprio mentre si approssima il “rompete le righe”, Kendra Smith e Dave Roback suggellano un’intera stagione con un epitaffio che ne celebra al meglio lo spirito romantico e le occasioni perdute.

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