GENIUS & LOVE – Yo la Tengo per noi.

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L’ultimo dei sei o sette concerti che ho visto degli Yo la Tengo risale a cinque anni fa, e non lo dimenticherò mai. Non per il concerto in sé – bello, anche perché un live degli Yo la Tengo lo è ontologicamente, ma non più che in altre occasioni – quanto per quello che è successo dopo. La data era a Milano, e per un torinese fan all’ultimo stadio dei ragazzi e ragazza del New Jersey cosa vuoi che siano due orette di auto andata e ritorno? Tanto, pensavo, in questa stagione mica ci sarà la nebbia.
Infatti.
Appena lasciatisi alle spalle la capitale morale dopo il concerto, praticamente siamo entrati in Avalon. Già tanto che riuscissi a vedere il volante. Per colmo di sfiga, a un certo punto scoprimmo che l’autostrada era chiusa e di colpo io e i miei compagni di viaggio ci ritrovammo nella twilight zone da qualche parte tra Novara e Vercelli, visibilità a mezzo centimetro, bestemmie in svariate lingue morte e la speranza di essere rapiti dagli alieni pur di togliersi da lì. Nei miei incubi ogni tanto mi appare ancora il cartello indicatore al bivio di una stradina secondaria: GHEMME-ROMAGNANO. Pensai che quella fosse la sliding door definitiva. Cosa sono Ghemme e Romagnano? Esistono davvero? Dove girare? A destra c’era la morte per fame, a sinistra quella per assideramento. In ogni caso, ci avrebbero trovato in estate.
Invece, incredibilmente, alle sei del mattino facemmo il nostro trionfale ingresso a Torino sulle note di Stockholm Syndrome e con un unico pensiero in testa: ”mai più”. La cosa divertente fu tuttavia scoprire il giorno dopo, rimbalzando tra Facebook e sms, che avevamo vissuto in parecchi la stessa terrificante esperienza, che ci raccontavamo reciprocamente con il tono dei reduci dell’ARMIR. Maurizio Blatto ne ha tratto anche un capitolo formidabile nel suo libro My Tunes: in quel caso compaiono anche poliziotti della stradale, volpi e camionisti probabili serial killer. La morale del racconto, comunque, era: una cosa del genere, solo per gli Yo la Tengo. E io non potrei essere più d’accordo.

Perché il trio di Hoboken non è solo una band del cuore: in qualche modo, loro sono la parte migliore di noi. Quella che nel suo modo goffo e tenerissimo incarna, per dirla con il Kevin Costner di Fandango, quello che siamo stati, quello che siamo, e quello che saremo. Scegliere di amare un gruppo così – e gli YLT o li ami o neppure sai chi sono, non ci sono vie di mezzo – vuol dire posizionarsi nel mondo. O almeno, lo voleva dire quando queste cose avevano un senso. Sia come sia, loro c’erano trent’anni fa e ci sono oggi. Sempre uguali, sempre adorabili: Ira stropicciato e scarmigliato a grattugiare la chitarra, Georgia a battere i tamburi con il suo eterno viso da “pioniera che guida il carro verso il West, ed è bellissima” (sempre Blatto, maestro di stile); James pacioccone e rassicurante al basso. Io, da bravo ragazzo cresciuto negli anni Ottanta, li ho sempre visti come la versione indie-sfigata dei protagonisti di Cuore e batticuore, con Ira&Georgia nei ruoli di Robert Wagner e Stephanie Powers, e James in quello del fido Lionel Stander.
Il mio tributo personale agli Yo la Tengo lo espletai quasi una decina di anni fa con il lungo articolo per il Mucchio Extra che segue, costruito sulla base di una piacevolissima chiacchierata telefonica con Kaplan. Mi pare giusto ripescarlo oggi che è uscito da poco il nuovo disco, There’s a Riot Going On. Sul quale mi sento di sottoscrivere la descrizione ispirata che ne ha dato l’amico e collega Paolo Bassotti: più che suonato, sembra sognato. Una ninna nanna per adulti, e forse anche per la contemporaneità, che in comune con il capolavoro di Sly & the Family Stone del ’71 ha non solo il titolo ma pure una certa atmosfera sedata e oppiacea (anche se, al contrario del vecchio Sly, il massimo del doping che possiamo supporre per gli Yo la Tengo credo sia il tè al bergamotto). In tempi di crisi, reagire con un riot sussurrato invece che urlato può anche essere una buona strategia. Comunque, una scelta rispettabile e a suo modo radicale. Nessuna cavalcata elettrica, nessun accenno pop: solo un prolungato e benefico massaggio mentale fatto di ballate impalpabili, a volte sconfinanti nell’ambient e nell’immobilità quasi assoluta, nelle quali si possono rintracciare ombre di John Fahey così come dei Labradford, dei Free Design così come degli Stereolab o di Brian Eno, ma non è comunque questo il punto. There’s a Riot Going On esalta il concetto di musico-terapia. Abbandonarvisi significa rinunciare almeno per un’ora alle gratificazioni istantanee e pavloviane sulle quali ci stiamo adagiando nella nostra nuova natura di animali non più sociali ma social. Significa riscoprire un diverso scandire del tempo, che di per sé è già un atto di resistenza. Capisco chi può trovarlo noioso o ripetitivo, ma lo invito ad approcciarlo con le difese abbassate e la disponibilità a farsi prendere per mano, e forse cambierà idea. Per quanto mi riguarda, penso che sia un disco bellissimo. Sono di parte, lo so. E magari mi accontento solo della felicità di sapere che una band come gli Yo la Tengo ha fatto parte della mia vita, e che dopo tutti questi anni ci sia ancora.
Il15 maggio suonano a Milano, ovviamente ho già il biglietto.
Non dovrebbe esserci nebbia.
Forse.

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Genio + Amore = Yo La Tengo

(da Mucchio Extra n. 37, inverno 2012)

Su quello che è, a oggi, l’ultimo album degli Yo La Tengo c’è una canzone che si chiama If It’s True. Un delizioso omaggio all’era gloriosa dei gruppi femminili, introdotto da un giro di basso che più Motown non si può, condotto da un organo meravigliosamente Sixties e avvolto in un irresistibile svolazzare di archi. Le voci di Ira Kaplan e di Georgia Hubley si alternano tra una strofa e l’altra, in un botta-e-risposta che fa sembrare il brano quasi una conversazione privata. A due terzi della durata, dopo il bridge, Georgia chiede “Wont’ you try a little bit harder”, Ira replica “I could try a little bit more”, lei insiste “If you could only stop thinking about of” e lui ammette che “maybe we’ll find just what we’re looking for”. È uno di quegli istanti di purezza assoluta in cui il pop si fa poesia. E forse racchiude il mistero del fascino che da un quarto di secolo questa piccola band indipendente dal nome buffo esercita su tanti di noi. Si può sintetizzare in due parole, le stesse che davano il titolo a una loro raccolta di inediti: genius and love.

 

Sinceramente, non riesco a pensare a un mondo senza Yo La Tengo. In qualche modo è come se Georgia, Ira e James ci fossero sempre stati. Vecchi amici sui quali fare affidamento, qualunque cosa succeda: puoi perderli di vista per un po’, ma hai la certezza che quando ne avrai bisogno loro saranno lì. Quando ti starai annoiando a morte ascoltando il milionesimo dischetto indie uguale agli altri milioni di dischetti indie che hai ascoltato nella vita, prova a dare un’occhiata al calendario: se ti renderai conto che sono passati tre anni dall’ultimo album degli Yo La Tengo avrai la matematica certezza che sta per arrivarne uno nuovo e ti tornerà il sorriso. Quando ti troverai a vagare come un’anima in pena tra un palco e l’altro del solito festival rock alternativo, cercando qualcosa di meglio della nuova sensazione del momento buona giusto a scopiazzare musiche di trent’anni fa (9.8 su Pitchfork!), di vecchi tromboni riciclati nell’ennesima inutile reunion (cinque stelle su Mojo!), di “sperimentatori” segaioli e dj cafonissimi, butta sempre un orecchio a quel che arriva da qualche palco minore: potrà capitarti di sentire un rumore familiare di chitarra grattugiata e rock’n’roll in feedback. Se seguirai quell’irresistibile richiamo da pifferaio magico ci sono ottime probabilità che ti troverai davanti Kaplan con la maglietta a strisce tutto ingobbito sulla sua sei corde, McNew che rumina pacioso al basso e miss Hubley nella sua eterna posa da Moe Tucker più sbarazzina, e a quel punto… beh, ti sentirai di nuovo a casa.
No, non riesco proprio a immaginare una vita da appassionato di rock senza quell’oasi di sana, rassicurante umanità e di buonissima musica chiamata Yo La Tengo. Fare riferimento a un videoclip per provare a descrivere l’anima di un gruppo è sciocco, ma nel caso dei ragazzi del New Jersey ce n’è uno che è quasi una carta d’identità. È quello di Sugarcube, nel quale i nostri eroi vengono spediti dalla casa discografica a “ripetizioni di rock” in una Alma Mater con degli orrendi professori metallari: tra una lezione di assolo, session di tatuaggi e interrogazioni sul “primo principio dei Foghat”, i tre teneri imbranati si diplomano e poi tornano a suonare esattamente come prima. A quindici anni di distanza quel video fa ancora morire dal ridere, suscitando un liberatorio impulso di identificazione. Quei tre sfigati con la foto spiegazzata di Lou Reed in tasca e i dischi dei Black Flag nascosti sotto il banco sono tutti noi.
Mi è venuto spontaneo ripensarci, durante la conversazione telefonica con Ira Kaplan. Un’ora di chiacchierata in cui abbiamo parlato della storia degli Yo La Tengo ma pure dei nostri dischi dei Kinks preferiti, di ciclismo e della crisi delle Borse (solo per accorgerci che, al contrario dei primi due argomenti, nessuno di noi due ne capiva un accidente). Non mi vengono in mente molti altri musicisti, anche di area indipendente, che avrebbero concesso fuori da ogni obbligo promozionale un’ora del loro tempo a un giornalista italiano, raccontandosi con la stessa gentilezza e la stessa passione di Ira. Riavvolgiamo il nastro, quindi, e partiamo dalle origini.

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Yo La Tengo presidente!
“We stared at the sun, too long
until the shapes before our eyes
turned into the sun, in our eyes”
(The Story Of Yo La Tengo)
“Sono nato nel 1957 a New York. Georgia è del ’60, e anche lei è newyorkese doc. In casa mia la musica non è mai mancata. Mia madre suonava chitarra e piano, i miei fratelli sapevano tutti maneggiare uno strumento, quindi è toccato anche a me andare a lezione di chitarra classica e piano, intorno ai nove-dieci anni. Non che mi sia mai servito a molto. Tecnicamente rimango un chitarrista semi-analfabeta, e di come suono le tastiere non ne parliamo neanche. In compenso la passione per la musica pop, da ascoltatore, è esplosa prestissimo. Da pre-adolescente avevo dei gusti decisamente all’avanguardia! Le prime grandi infatuazioni le ho avute per le band inglesi, quelle della british invasion: Beatles, Stones, Troggs, un po’ più tardi ho scoperto i Kinks che sono diventati subito il mio gruppo del cuore. Poi andando avanti ho scoperto un sacco di altre cose, a cominciare dai Velvet Underground. Naturalmente, da newyorkese ho vissuto in pieno l’era del CBGB’s e del Max’s. Al college pensavo solo alla musica, e forse anche per questo ho ottenuto risultati disastrosi. Georgia ha frequentato la scuola d’arte, ma lei al contrario di me era una che studiava”.
Ira e Georgia, Georgia e Ira. Il leitmotiv di una vita, in musica e non. I due si conoscono intorno alla fine degli anni Settanta, e molto probabilmente in quel momento c’era qualcuno a suonare su un palco o un disco a girare su un piatto.

“Avevamo parecchi amici in comune, ci piacevano le stesse band. Ci si incrociava quasi ogni sera in qualche club, ovunque ci fosse un concerto. Frequentando quel piccolo giro di appassionati di rock sotterraneo, a New York, era inevitabile incontrarsi”. Kaplan non rivela se fu amore a prima vista, ma si suppone di sì se già l’anno successivo la coppia fugge da New York, e si trasferisce armi, bagagli e chitarre a Hoboken, nel New Jersey. La cittadina è a pochi chilometri da Manhattan, ma dal punto di vista economico e sociale – almeno all’epoca – era come se fosse in un’altra galassia. “Non potevamo più permetterci di stare a New York. Troppo cara. A Hoboken la vita costava la metà, ma soprattutto a Hoboken c’era il Maxwell’s”.

Jesse Jarnow

E per fortuna c’è ancora. Oggi come ieri incrollabile avamposto indie, nonostante le vicissitudini e i cambi di proprietà degli ultimi venticinque anni. Il piccolo locale si era riconvertito da tavola calda a rock-club nel 1978, grazie all’intraprendenza di colui al quale il nome del Maxwell’s (così come quello dell’etichetta da lui fondata, la Coyote Records) rimarrà legato per sempre: Steve Fallon.
“Facemmo subito amicizia con Steve. Eravamo tutte le sere al Maxwell’s, dato che c’era un’atmosfera fantastica e si ascoltava sempre grande musica. C’è da dire che era anche l’unico locale decente di Hoboken. In pratica io e Georgia vivevamo lì: io davo una mano a Steve con la programmazione, Georgia metteva i dischi. Fu un gran bel periodo”.

Naturale che ai due venga anche voglia di suonarci, al Maxwell’s. E di suonarci tanto. L’idea di formare una band però prende corpo in un secondo tempo. All’inizio è puro sfogo estemporaneo, una delle tante manifestazioni del virus rock’n’roll che ha ormai preso pieno possesso degli organismi di Kaplan e della Hubley. Si suona per il gusto di suonare, per scaricare l’adrenalina, per passare le notti con i vari amici insieme ai quali si sta creando una piccola “scena”. Roba casalinga e senza troppe pretese “artistiche”, sia chiaro. Ira e Georgia non sono mai stati tipi da loft, e con la no wave e i suoi algidi maestrini c’entravano poco o niente. Tra i personaggi a cui si legano in quel lungo periodo di riscaldamento figurano invece alcuni che hanno poi lasciato tracce importanti nella storia dell’alternative/college rock degli anni 80 e oltre. Per esempio Sue Garner (originaria di Athens, perno di band quali Shams, The Last Round Up e Run On), gli Antietam di Tara Key e Tim Harris (anch’essi marito e moglie, autori di una decina di dischi a partire dall’omonimo esordio su Homestead del 1985), i Feelies e soprattutto i dB’s.

“Il rapporto con loro è sempre stato molto stretto. Peter Holsapple ci ha incoraggiato a fondare la band, è stato uno dei nostri più grandi supporter. Si adattava persino a suonare il basso con noi, quando aveva del tempo libero. Così come ha fatto Gene Holder in President Yo La Tengo, disco che ha anche prodotto con l’aiuto di Chris Stamey. Insomma, ai dB’s siamo riconoscenti per un sacco di motivi”.
Dopo qualche anno passato a ravvivare party e serate al Maxwell’s, nel 1984 finalmente si decide che è ora di fare le cose sul serio. Mancano solo tre elementi: un chitarrista solista, un bassista e un nome. I primi due verranno trovati tramite un’inserzione con cui si cercano spiriti affini, “appassionati di Soft Boys, Love e Mission of Burma” (guarda caso sarà proprio il bassista degli ultimi, Clint Conley, a produrre l’album di debutto). Il problema è che nell’arco dei successivi quattro dischi non saranno mai le stesse persone, e fino all’arrivo di James McNew nel 1992 la line up del gruppo soffrirà di instabilità cronica. Quanto al nome… lo sapevate che Hoboken è stata la culla del baseball americano? Fu sui suoi Elysian Fields che nel 1846 venne giocato il primo incontro, tra i Knickerbockers e i New York Nine. Purtroppo l’ho scoperto dopo la chiacchierata con Kaplan, altrimenti gli avrei chiesto se “Yo La Tengo” (espressione ispanica che sta per “l’ho presa!”, a quanto pare tipica del catcher a baseball) fosse un omaggio obliquo alla loro città adottiva. Di sicuro è un colpo di genio. Una ragione sociale istantaneamente memorizzabile e diversa da qualunque altra, anche se foriera di qualche comica possibilità di fraintendimento.

“Il nome è venuto in mente a me, ma a sceglierlo fu Georgia. Non dirò neanche sotto tortura quali erano le alternative. Ci piacque fin dall’inizio, soprattutto perché era quanto di più lontano dai nomi tipici delle band di revival psichedelico che andavano forte all’epoca. Era un’espressione che non c’entrava niente con il nostro mondo, da quello che si supponeva fosse il nostro immaginario. Sembrava il nome di un gruppo di salsa. E infatti per diversi anni nei negozi non specializzati ci hanno regolarmente messo nel reparto della latino-americana”.
Nel frattempo, Ira intraprende una carriera che per breve tempo si sovrapporrà a quella di musicista.

“Iniziai a fare recensioni di dischi per New York Rocker, Village Voice, SoHo News e altre piccole testate. In realtà non mi è mai piaciuto fare il giornalista. Non amavo affatto scrivere, mentre amavo moltissimo ricevere i promo e entrare gratis nei locali. Diciamo che non ho mai avuto la vocazione dello scrittore. Il vecchio luogo comune secondo cui i critici rock vorrebbero in realtà fare i musicisti non sempre è vero, ma nel mio caso lo era di sicuro. E a parte quello, preferivo comunque di gran lunga organizzare concerti o far girare i dischi nei club. Dopo l’uscita del primo album degli Yo la Tengo ho smesso con la penna, salvo una piccola reprise nei primi anni Novanta quando un mio amico che lavorava per Spin mi propose di intervistare Neil Young, e poi di andare a Parigi a seguire un concerto del tour di reunion dei Velvet Underground. Potevo forse rifiutare? Quelli sì che sono i momenti in cui vale la pena fare il giornalista musicale: quando puoi incontrare i tuoi eroi”.

Condivido, anche se non ho mai avuto il piacere di far due chiacchiere né con zio Neil né con Lou Reed o John Cale (e manco con la buonanima di Sterling Morrison o Maureen Tucker, se è per questo). A proposito dei Velvet, il fatto che sia lo stesso Ira a citarli mi toglie dall’imbarazzo di porre la vexata quaestio che da venticinque anni tormenta il povero musicista di Hoboken. Avessero ricevuto un dollaro per ogni volta in cui Lulù e soci sono stati tirati in ballo in un articolo sugli Yo La Tengo, Ira e Georgia come minimo avrebbero una Ferrari in garage. Del resto, è una maledizione che si sono attirati volontariamente. Basti dire che già sul secondo disco, tanto per segnare il territorio, sfoggiano una cover di It’s Alrigth (The Way That You Live), oscuro demo “vellutato”. In quegli anni roba da cultori sopraffini e fan terminali.

“Non ho mai nascosto la mia passione per i Velvet Underground, e sono ben consapevole di quanto questa venga fuori all’ascolto dei nostri dischi. Il mio modo di cantare, certe parti di chitarra… lo so, lo so benissimo. Ma mi secca che i critici spesso si siano fermati a quello. Non siamo mai stati una band-fotocopia di qualcun altro, come tante altre che si trovavano in giro quando iniziammo e anche dopo. E in ogni caso nel nostro suono, anche nei primi tempi, si potevano trovare molte altre influenze, non solo i Velvet. Inoltre, c’è un fatto importante: raramente i nostri ascolti del momento si riflettono nei dischi che facciamo uscire in quel periodo. Per dire, nel periodo a metà anni Novanta in cui ci dicevano che suonavamo krautrock stavamo ascoltando quasi solo folk. Il krautrock lo avevamo ascoltato anni prima, ma è emerso come suggestione solo in quel frangente. Il punto è che siamo sempre stati degli appassionati voraci e onnivori, abbiamo assorbito tanta di quella musica diversa che poi questa è stata rigurgitata, se mi passi il termine, a distanza di anni e forse senza neppure volerlo”.
Questo concetto tornerà più volte nel corso dell’intervista, quasi come se Ira ci tenesse a negare qualunque tipo di calcolo nella genesi dei lavori firmati Yo La Tengo. Ricalcare coscientemente l’impronta artistica di qualcun altro non va d’accordo con l’ispirazione genuina e “sregolata” che, a detta del chitarrista, da sempre fa da propellente alla creatività del gruppo. Mentre invece vi si adatta benissimo la passione quasi morbosa per le cover. Una pratica nella quale indulgono voluttuosamente fin dal “pronti, via”, come testimonia la rilettura – morbida e quasi morriconiana – di A House Is Not A Motel dei Love, retro del primo singolo The River Of Water. Il lato A è un pacifico esercizio di strimpellamento folk-rock (con una irruzione di fiati vagamente incongrua), e verrà aggiunto sulle ristampe dell’esordio in lungo Ride The Tiger, pubblicato in origine nel 1986 dalla Coyote dell’amico Fallon. Non a caso, è l’unico estratto da quell’album a figurare nella scaletta di Prisoners Of Love, antologia che nel 2005 univa un cd di rarità e inediti a due dischetti riassuntivi della carriera della band. E vi compare forse più per l’affetto dovuto al primo passo discografico che per riconosciuti meriti artistici. Tutti gli altri album sono rappresentati da due o tre brani, tanto per sottolineare ulteriormente la natura di brutto anatroccolo di Ride The Tiger. Certo fa un po’ male, a chi si innamorò degli Yo La Tengo in tempo reale proprio con quel disco, dover leggere sulla All Music Guide che oggi è giusto considerarlo un “decidedly modest affair”. Sarà. Ovvio che il confronto con ciò che è seguito – a partire dall’immediato successore – risulti impietoso, ma personalmente trovo ancora gustoso il jangle-rock più (The Evil That Men Do, Screaming Lead Balloons) o meno (The Cone Of Silence) aggressivo che contraddistingue quasi tutte le canzoni, con le parziali eccezioni di qualche episodio da Velvet Underground – mannaggia – incrociati con la new wave (The Forest Green e Empty Pools, che non avrebbero sfigurato nel repertorio dei Go-Betweens o dei Felt) e di un paio di inevitabili cover (Big Sky, dai Kinks di Village Green Preservation Society, e Living In The Country, di Pete Seeger). In fin dei conti è il suono di tanto rock sotterraneo di quegli anni, e con tutto il doveroso ridimensionamento di un’operina ancora ingenua e qui e là insicura, all’epoca parve comunque già con una marcia in più rispetto alla media indie del periodo. Grazie soprattutto a un fattore, che non è la scrittura di Kaplan quanto semmai lo stile chitarristico di Dave Schramm (che con il bassista Mike Lewis completava la formazione). Solista dotato di tecnica sopraffina e di una voce miagolante e dylaniana (la si può ascoltare su The Way Some People Die e Five Years), ricomparirà soltanto su Fakebook qualche anno dopo, incidendo con il suo gruppo (chiamato con scarsa fantasia Schramms) diversi ottimi album. Soprattutto i primi due – Walk To Delphi (OKra, 1990) e Rock, Paper, Scissors & Dynamite (Okra, 1992) – non dovrebbero mancare nella discoteca di qualunque cultore di college rock a cavallo tra Ottanta e Novanta. Non sorprende che Kaplan, pur riconoscendo i meriti di Schramm, non abbia particolarmente a cuore Ride The Tiger. Stupisce piuttosto il giudizio severo sugli album immediatamente successivi.

“Il nostro esordio è davvero un disco troppo naïf. Mi correggo: io e Georgia eravamo naïf, non certo Dave che come musicista era molto più bravo di noi. Non riascolto Ride The Tiger da una vita, ma posso comunque dirti che i due dischi venuti dopo non è che siano molto meglio”.

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New Wave Hot Dogs (1987) e il mini-lp President Yo La Tengo (1989) stanno ora fianco a fianco in un’unica ristampa della Matador datata 1996, a sottolinearne la continuità e una certa affinità stilistica. Oggi Kaplan ammette di non suonare praticamente mai dal vivo canzoni del primo, mentre ogni tanto si diverte a ripescare qualcosa del secondo. Nuovamente la distanza temporale e la tanta musica passata sotto i ponti non giocano a favore, e nuovamente mi tocca ammettere che sì, I Can Hear Your Heart Beating As One e And Then Nothing Turned Itself Inside Out stanno su un altro pianeta, eppure questi due lavori suonano tuttora vivaci, energici e rumorosi. Le schitarrate nervose di Clunk, House Fall Down e The Story Of Jazz sono coinvolgenti oggi come allora, se si ama un certo r’n’r “di base”, tanto ingenuo e distorto quanto eccitante. Al pari delle melodie accattivanti di Lewis e Did I Tell You, della frenesia di Serpentine (con tanto di organetto garage) e di una Shy Dog quasi alla Dinosaur Jr, dell’ipnotica quiete di Lost In Bessemer (antenata di altre, più convinte, divagazioni strumentali che la band svilupperà in futuro). Il tasso di elettricità e furore chitarristico si impenna ulteriormente in President Yo La Tengo e poco possono, per bilanciare in senso inverso, l’interpretazione devota del Dylan di I Threw It All Away , la cavalcata western da far invidia a Steve Wynn di Drug Test e la ballata Alyda (nella quale si rivelano le potenzialità della voce di Georgia, anche se qui utilizzata solo come controcanto). Sono le folate noisy di Orange Song (un brano degli Antietam), il riff circolare e ripetitivo di Barnaby Hardly Working e soprattutto le randellate dei dieci mostruosi minuti di The Evil That Men Do a dettare legge. Dell’ultima c’è anche una versione più breve, dai toni languidamente surf, ed entrambe hanno poco in comune con il brano dallo stesso titolo nella scaletta di Ride The Tiger. Mania innocente ma significativa, quella di re-incidere più volte la stessa canzone su dischi diversi: anche le citate Barnaby Hardly Working e Did I Tell You compariranno nuovamente su Fakebook.

“Non sono sicuro di cosa ci spingesse a fare una cosa del genere, ma soprattutto nei primi tempi trovavamo irresistibile tornare più volte sullo stesso brano. A volte risuonandolo nelle prove ci accorgevamo che ci portava da un’altra parte. Era eccitante, accorgersi di come potevamo far evolvere una canzone che avevamo scritto noi. Del resto, fare cover ci è sempre piaciuto: in un certo senso, era come fare una cover di se stessi”.
Ed è proprio assecondando questa tendenza alla rilettura creativa – tanto del repertorio altrui quanto del proprio – che si creano i presupposti per il disco che inaugura il decennio più intenso degli Yo La Tengo. Fakebook uscì nel 1990 (per la Bar/None) e sulle prime parve un piccolo passo indietro nell’evoluzione del gruppo, se non altro per la provenienza del materiale. In quegli anni i dischi di sole cover non erano ancora così diffusi, e qualcuno ipotizzò che il carburante nel serbatoio Yo La Tengo fosse già agli sgoccioli. Bastarono tuttavia a spazzare via i dubbi dei più cinici tra gli ascoltatori la piacevolezza assoluta, la fragranza della morbida pasta acustica di cui erano fatti i brani, l’evidente coinvolgimento dei musicisti. Non era un giocare in difesa per mancanza di ispirazione, quello di Fakebook, semmai una piccola lezione sul concetto spesso frainteso di “cover”, e su come si possano omaggiare le proprie passioni musicali senza suonare in un solo istante approssimativi, derivativi o svogliati (aggettivi che qualificano un gran numero di cover-record). Non si può neanche dire che Kaplan, Hubley e il redivivo Schramm volessero fare i furbetti, agganciandosi al traino di qualche brano famoso per guadagnare un po’ notorietà a costo zero. La scaletta sembra (no, non sembra: è) stilata dal più classico dei nerd musicofili, con il recupero di nuggets sepolte sotto strati di terra. Da veri tombaroli pop, i nostri rispolverano gioielli come Yellow Sarong, che dal disteso fraseggiare melodico si penserebbe opera di qualche sconosciuto gruppo beat dei Sixties e invece è di un ensemble sperimentale della New York di vent’anni dopo (i The Scene Is Now), oppure il rock’n’roll parodistico di Emulsified, classica novelty-song dal repertorio di Rex Garvin & The Mighty Cravers, o ancora il giocoso bluegrass di Griselda degli Holy Modal Rounders di Peter Stampfel. Per non parlare di quella Speeding Motorcycle scritta da un Daniel Johnston allora ignoto ai più e che qualche tempo dopo la canterà al telefono con la band, in uno dei momenti più geniali nella storia degli Yo La Tengo (potete ascoltarla sulla citata Genius + Love = Yo La Tengo). Appena più “famose” You Tore Me Down dei Flamin’ Groovies e Tried So Hard di Gene Clark, immaginette sacre del power pop e del folk-rock esibite con grande devozione, così come il sinuoso country-swing di What Can I Say della NRBQ, cantata dalla Hubley con quel delizioso tono “da conversazione” che sarà sempre uno sei suoi tratti caratteristici e che purtroppo è stato utilizzato con eccessiva parsimonia nei dischi della band. Detto dei brani autografi già apparsi sui dischi precedenti e qui rivisti in chiave acustica, ai quali per far buon peso vengono aggiunti un paio di inediti (Can’t Forget e The Summer), resta ancora da citare la dolcezza con cui vengono affrontati gli unici due pesi massimi, John Cale e i soliti Kinks, dei quali vengono rilette rispettivamente Andalucia e Oklahoma USA. In sintesi: album godibilissimo dalla prima canzone all’ultima, nel quale oltretutto si mette in mostra il lato più quieto e lunare del Kaplan chitarrista, altrettanto efficace di quello tutto feedback e fischi.

“Fakebook era figlio di un periodo in cui io e Georgia, a causa dell’instabilità della formazione e della nostra cronica incapacità di tenerci lo stesso bassista per più di cinque minuti, giravamo in duo per programmi radiofonici, campus, pub e piccoli locali, suonando in acustico. Piuttosto che ri-arrangiare pezzi nostri nati su presupposti completamente diversi, preferivamo divertirci con brani che abbiamo sempre amato. L’idea di un disco di cover fu una conseguenza naturale: ci piaceva da un lato far vedere che non eravamo solo una band di casinisti, e dall’altro far conoscere pezzi magari poco noti ma che personalmente ho sempre ritenuto essere classici. Amo quel piccolo disco: c’è un’atmosfera di grande intimità, un po’ come quando vai a cena da qualcuno e a un certo punto il padrone di casa tira fuori la chitarra e si mette a suonare. Magari è stonato o un po’ brillo, magari le canzoni non sono cantate proprio nella maniera giusta, ma sai che ci sta mettendo il cuore”.

YLT

Big Days Coming
We made up our minds to lose and never once looked back
We only looked back just once
We opened our hearts, it’s true
But not to any of you
(The Story Of Yo La Tengo)
C’è sempre, nella storia di qualunque grande band, un momento in cui si raggiunge l’equilibrio perfetto con l’aggiunta di qualcosa o qualcuno che prima non c’era. Il tassello che arriva a completare il puzzle, il Ringo Starr dopo il quale si può dire “ok, adesso ci siamo tutti, si può partire davvero”. Nel caso degli Yo La Tengo, questo elemento ha l’aspetto pienotto e rassicurante di James McNew. Una sorta di Lou Barlow con qualche chilo in più (e la capacità di scrivere canzoni migliori) che finalmente nel 1992 risolve l’annoso problema del bassista. Dopo l’avvicendarsi di Mike Lewis, Clint Conley, Stephen Wichnewski, Gene Holder e qualche altro carneade raccattato qui e là per suonare dal vivo, McNew sembra inizialmente solo un altro ripiego. Quasi vent’anni dopo è ancora lì, al servizio della coppia Kaplan/Hubley. Oddio, considerarlo una specie di maggiordomo di casa suona davvero offensivo. Il suo ruolo nelle dinamiche della band è essenziale, musicalmente e umanamente, e il primo a riconoscerlo è lo stesso Kaplan.

“Sottovalutare l’apporto di James agli Yo La Tengo è impossibile. La verità è che siamo diventati sul serio una band solo quando è arrivato lui. Era evidente che prima mancava qualcosa. Sul piano umano, che è quello davvero importante, rappresenta il terzo vertice di un triangolo perfetto. Quasi perfetto (ride, NdI). Prima faticavamo tantissimo a comunicare, con altri membri temporanei e a volte persino tra noi due. Con James quel problema è magicamente evaporato”.

McNew, virginiano di origine, nel 1990 suona il basso nei Christmas, il gruppo di Elizabeth Cox e Michael Cudahy che poi evolverà nei Combustible Edison, autori di un lounge-pop che riscuoterà una certa notorietà nel corso del decennio. L’unico album in cui si sente la sua mano è Vortex, pubblicato proprio quell’anno; la band ne incide un altro subito dopo, ma la casa discografica lo mette su uno scaffale impedendone l’uscita. Trovandosi professionalmente in stand by, McNew fa un colpo di telefono a quella simpatica coppia del New Jersey con cui i Christmas avevano diviso il palco più di una volta.

“Ci fa: ehi, ragazzi, guardate che al momento sono libero. Se un giorno aveste bisogno di me, fatevi sentire. Dopo Fakebook ci ritrovammo per l’ennesima volta senza un bassista, mi ricordai della sua offerta e lo cercai per reclutarlo in vista di un tour. La prima cosa che mi disse, ‘ehi, Ira, guarda che scherzavo, mica pensavo che mi chiamassi sul serio!’. Ancora adesso sostiene di essere entrato negli Yo La Tengo per sbaglio, e di essere solo temporaneamente nella band”.
McNew inizia a prestare servizio, in qualità di bassista pro-tempore più fedele nella storia del rock, con May I Sing With Me, che nel 1992 segna un ennesimo cambio di etichetta (esce per la Alias). Il suo apporto si fa notare dal punto di vista strumentale – è decisamente più un “martello”, rispetto a chi lo ha preceduto – ma non ancora da quello della scrittura né da quello dell’amalgama musicale con i suoi due nuovi compagni di avventura. È Kaplan a spadroneggiare, invece, sfogando la propria voglia di rock crudo e distorto e abbandonandosi a orgasmi con la sua sei corde un tantino eccessivi. Ululati e guaiti da far svegliare il vicinato, a tratti però francamente fastidiosi. Sotto accusa soprattutto le due maratone strumentali (quasi venti minuti in totale) Mushroom Cloud Of Hiss e Sleeping Pill: la prima stipata di noise fuori controllo, come una specie di Sister Ray suonata dai Sonic Youth un giorno in cui si sono alzati con la luna di traverso, la seconda più pachidermica, riverberata e “drogata”. Noiose e poco risolte entrambe, comunque. Non è, come abbiamo visto, la prima e non sarà l’ultima volta in cui il chitarrista – chiariamo: un buonissimo chitarrista, perfettamente in grado di sostenere tour de force come questi – si fa sviare dall’auto-indulgenza. Il primo a riconoscerlo è lo stesso Kaplan.

“Quando leggo in giro che May I Sing With Me è il nostro album più debole mi girano le scatole, perché ho sempre pensato che fosse migliore di quanto pensino quasi tutti i critici e i nostri fan. Ci sono ottime cose lì dentro, ma quando lo riascolto devo ammettere di essermi fatto prendere la mano, ogni tanto. Più per insicurezza che per presunzione: probabilmente non avevamo le idee così chiare sulla direzione da imboccare. Tieni conto che anche se James suona nel disco le canzoni erano state scritte prima del suo arrivo. Così semplicemente ho alzato il volume e mi sono lasciato andare. È una strategia che a volte funziona, altre volte no. In alcuni momenti di May I Sing With Me non funziona affatto, ma nonostante questo continuo a credere che sia un buon album. Molto meglio di Ride The Tiger, come qualità dei pezzi. Il fatto è che probabilmente Ride The Tiger rappresenta il massimo dei risultati che potevamo ottenere in quel momento, mentre lo stesso non si può dire di May I Sing With Me”.

Questa volta condividiamo in pieno la severità del giudizio, ma capiamo anche perché Ira nutra ancora affetto per questo disco, fratellino un po’ problematico dei lavori più maturi che sarebbero giunti da lì a poco. Di “cose buone”, per citare le sue parole, ce ne sono eccome, anche se messe in ombra dalla prolissità dei due brani citati. Tanto per cominciare la copertina, che non è mai un dettaglio da poco: nettamente la migliore nella discografia degli Yo La Tengo, che peraltro temiamo non verrà mai esposta al MOMA. In secondo luogo, il fatto che Georgia prenda il microfono più spesso: come in Satellite, prototipo di tante altre ballate notturne a venire, o anche soltanto quando fa la seconda voce nell’irresistibile Upside-Down. È in pezzi come quest’ultimo, oppure come l’ultra-rock’n’roll Some Kinda Fatigue (in cui Ira azzecca il riff giusto, a metà strada tra Feelies e Television) o Five Cornered Drone (Crispy Duck), che tutta quella frenesia chitarristica viene portata a buon fine.
Riassumendo: il più tipico dei lavori di transizione. Verso dove, comincerà a chiarirlo Painful, l’anno successivo. Siamo a questo punto a uno snodo fondamentale nella carriera dei ragazzi di Hoboken. Per tornare alla similitudine di prima, dopo Ringo Starr trovano anche il loro George Martin e il loro Brian Epstein. Nelle persone, rispettivamente, di Roger Moutenot e di Gerard Cosloy, uno dei patron di quella Matador che da lì in poi marchierà tutte le uscite della band. Per quanto riguarda il produttore, fino a quel momento gli Yo La Tengo avevano lavorato in simbiosi con Gene Holder, dietro al mixer negli ultimi tre album, ma l’ex dB’s a un certo punto ha altri impegni da seguire, e forse c’è anche qualche dissapore con Kaplan a causa della non perfetta riuscita di May I Sing With Me.

“Il rapporto con Roger e la Matador nacque più o meno nello stesso periodo. È importante sottolineare che la lavorazione di Painful era già più che avviata, prima che firmassimo con l’etichetta. Praticamente avevamo un album quasi finito, ma senza una casa discografica che lo facesse uscire. Eravamo disperati, poi casualmente riallacciai i rapporti con Gerry (Cosloy, NdI), che conoscevo dai tempi di New York Rocker. Lui era il corrispondente da Boston. Lo avevo frequentato parecchio nella seconda metà degli anni Ottanta, dato che ero un grande fan dei dischi che pubblicava con la Homestead. Quando entrò come socio alla Matador (l’etichetta era stata fondata nel 1989 da Chris Lombardi, NdI) mi disse ‘teniamoci in contatto, prima o poi faremo qualcosa assieme’. Non pensavo potesse accadere così presto, però. Fu proprio Gerard a lanciarci un salvagente, all’epoca. E per noi non poteva esserci soluzione migliore”.

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Surreale a ripensarci, ma quello che è il primo, vero grande disco degli Yo La Tengo da più parti all’epoca venne giudicato lavoro mal riuscito. Troppo soffocante e “difficile”, si scrisse. Poco comunicativo. Ma che sono questi interminabili drone di chitarra, a che serve tutta questa ripetitività, ma dove vogliono andare a parare questi sfigati di Hoboken? Non erano contenti di suonare il loro rock’n’roll casinaro e di fare i piccoli Velvet portatili? Ennesima dimostrazione della miopia e della pigrizia di quella che pomposamente si autodefinisce “critica” rock. Quella che vorrebbe imbalsamare qualunque band, indie o meno, in uno stereotipo immutabile, precludendosi la possibilità di cogliere l’unica forza capace di far progredire la musica pop: il desiderio di cambiare. In Painful gli Yo La Tengo si mettono coraggiosamente alla prova, guardandosi dall’esterno e provando a forzare i loro limiti. La chitarra è sempre regina, ma utilizzata in modalità e contesti nuovi. La tentazione nei confronti del rumore viene incanalata in strutture più rigorose, quasi geometriche. È il meccanismo della ripetizione a dettare legge, alternandosi tra crudezza formale e violenza trattenuta (il riff spietato di I Was The Fool Beside You, le minacciose spirali elettriche che avvolgono il mormorare di Georgia in From A Motel 6) e atmosfere rarefatte, sospese in una sorta di limbo oppiaceo (Nowhere Near, Superstar Watcher). A conferire profondità e tonalità più drammatiche al suono è la maggiore interazione tra chitarra e tastiere, e non solo in Sudden Organ, deliquio psichedelico che scopre il suo gioco già dal titolo. Nella trasformazione si mantengono comunque alcune sane consuetudini. Metterci la solita cover da connoisseurs, per esempio: con l’interpretazione eterea, quasi impalpabile di Whole Of The Law degli Only Ones si conquistano per sempre il cuore del sottoscritto. Non manca neanche la doppia versione dello stesso brano, che in questo caso si chiama Big Day Coming: quella che apre il disco è un sogno a occhi aperti punteggiato da rade interferenze elettriche, come se la 4AD avesse traslocato nel New Jersey, mentre quella più breve è puro meccanicismo krautrock, con il feedback al posto del beat elettronico. E poi c’è l’appassionante cavalcata di I Heard You Looking, in cui il distendersi della chitarra, finalmente libera da costrizioni, fa esplodere lampi di melodia e apre spazi di percezione che quasi giustificano l’ardita sinestesia espressa nel titolo.
È con questo disco, che per tagliare con l’accetta delle formule preconfezionate si può definire “dream-pop” o addirittura “shoegazing” ma in realtà è qualcosa di più e di meglio, che gli Yo La Tengo cominciano a farsi grandi sul serio. Stranamente, Kaplan tende a situare il vero scarto stilistico e creativo all’altezza dell’album successivo, pur definendo Painful “estremamente sperimentale”. Forse c’entrano i ricordi non proprio piacevolissimi legati alla genesi del disco, inciso in un arco di tempo prolungato, con troppe interruzioni tra una session e l’altra e soprattutto con l’angoscia di non vederlo mai uscire.

“Fu l’ultima volta in cui registrammo in quel modo, da lì in poi le incisioni sono sempre state concentrate in un tempo ben definito, senza distrazioni. È il modo migliore per lavorare, ti permette di non disperdere le energie e di non farti cadere preda dei dubbi e dei ripensamenti. Ma nel 1993 eravamo ancora in un periodo un po’ confuso della nostra storia”.

La band suona parecchio, negli Stati Uniti e in Europa. Il primo tour nel nostro continente avviene già all’epoca di New Wave Hot Dogs, e del resto il palco è ab origine la dimensione ideale del gruppo. Naturale che a lungo andare la fatica si faccia sentire. E poi quello è un momento caotico un po’ per tutto il mondo del rock indipendente, non solo per gli Yo La Tengo. Il fallout del grunge – con il quale non c’era alcun rischio potessero essere confusi, nonostante l’estrazione fosse la stessa – ha depositato scorie di disillusione e di spaesamento creativo su quel rock che una volta era underground, per cinque minuti non lo è più stato e che a quel punto si stava preparando a ritornare nei bassifondi. Rivolgimenti, rivoluzioni mancate e riflussi che non sfiorano minimamente il piccolo mondo degli Yo La Tengo.

“Guardavamo quel che stava succedendo, ma dal di fuori. Dalla nostra tana di Hoboken, dove eravamo rinchiusi a provare e riprovare, niente sembrava avere davvero importanza. ‘Ehi, guarda, ci sono i Nirvana primi in classifica’. ‘Oh, figo, sono contento per Kurt. Dov’è finita la mia pedaliera?’ Questo non perché giocassimo a fare i cani sciolti o per snobismo, ma semplicemente perché chiudevamo fuori dalla nostra sala prove qualunque cosa non ci riguardasse. È sempre stato così, e lo è tuttora. Siamo focalizzati solo su di noi. Ci sono diversi dischi di quel periodo che mi piacciono, e non nego certo l’impatto che ha avuto il grunge, ma non mi sono mai sentito davvero coinvolto in quell’ondata. Ci accorgevamo che stava capitando qualcosa perché la gente che conoscevamo ci guardava in modo diverso, come se si aspettasse anche da noi il botto che ci facesse schizzare in classifica e il contratto major. Per noi erano prospettive semplicemente inesistenti: non che rifiutassimo l’idea del successo in sé, è proprio che era una cosa che non avrebbe mai potuto riguardarci, non rientrava nel nostro orizzonte”.
Si avverte, in effetti, una certa “insularità” nella musica della band, una tendenza ad avvolgersi nella propria coperta di Linus musicale che tocca l’apice nel periodo tra Painful e il suo successore, Electr-o-Pura. Pubblicato dalla Matador (ma distribuito dalla Atlantic) alla metà esatta degli anni 90 e inciso con Moutenot a Nashville (“Roger si era trasferito lì, e dato che ci eravamo trovati bene per Painful siamo andati da lui a registrare: tolto qualche missaggio a Boston, era la prima volta che ci spostavamo da Hoboken per fare un disco”), rappresenta l’archetipo di un certo rock alternativo dell’epoca, serrato nel mezzo tra tentazioni sperimentali e richiami al passato (psichedelia, punk, wave). Può considerarsi il gemello di Painful, ma più solido e meno sognatore. Tolta un po’ di paccottiglia noise inutilmente dissonante (Attack On Love, False Ending, False Alarm) e qualche esperimento divertente ma riuscito a metà (Paul Is Dead, con vocalizzi che vorrebbero ricordare i Residents o i Beach Boys ma finiscono per assomigliare più al Muppet Show) è un lavoro compatto e di grande fascino. I drone di chitarra di The Ballads Of Red Buckets e le atmosfere incantate di The Hour Grows Late e Pablo & Andrea (una delle ballate più intense mai scritte dalla band: a proposito, da qui in avanti sotto ogni brano ci sarà democraticamente la firma Hubley/Kaplan/McNew) sottolineano l’intenzione di ripartire dal suono del predecessore, ma con maggior fisicità e un senso più accentuato del pathos. Al posto di I Heard You Looking troviamo Blue Line Swinger, simile nella durata e nell’idea di fondo, con la differenza che qui invece che sciogliere subito le briglie alla chitarra si procede per accumulo progressivo: organo, batteria, sei corde e, proprio a metà, la voce di Georgia che sembra arrivare da un’altra dimensione e che accompagna con poetica discrezione il brano fino al suo climax. Uno dei momenti più sublimi dell’intera epopea Yo la Tengo, come del resto pensa lo stesso Ira (“se mi chiedi qual è il mio pezzo preferito tra quelli che ho scritto, beninteso puntandomi una pistola alla tempia, ti rispondo Blue Line Swinger”). Al pari di Tom Courtenay, è chiaro: un favoloso esemplare di hit possibile solo in un universo parallelo nonché gioiello power pop che inchioda fin dall’attacco nostalgicamente cinefilo come il titolo (“Julie Christie, the rumors are true…”; proseguendo con le citazioni Sixties-britanniche nel testo si fa anche il nome di Eleanor Bron, protagonista femminile in Help! di Richard Lester). Per chiudere il cerchio, al brano venne abbinato un video strepitoso, nel quale non a caso intervengono i Beatles. In spirito, almeno. Vediamo infatti i Nostri convocati da uno squaletto dell’industria discografica come band di spalla per il concerto di reunion dei Favolosi Quattro, che ovviamente non si presentano (al loro posto però arriva Marshall Creenshaw: chi s’accontenta gode…). Il clip finisce con la band che suona Twist And Shout per tenere buono il pubblico. “Il video lo ha girato Phil Morrison, che è sempre stato il nostro regista e fotografo di fiducia. C’è la sua firma anche su quelli di Big Day Coming e di Sugarcube. L’idea nacque cazzeggiando una sera a cena, lo spunto probabilmente era mio ma Phil lo migliorò, come succedeva quasi sempre. Quelli erano gli anni in cui si dava per scontato che si dovesse fare un video, era una voce di spesa fissa nella promozione di un disco, ma nella stragrande maggioranza dei casi la gente tirava fuori cose di routine, poco ispirate. Con Phil ci siamo divertiti a inventarci qualcosa di diverso, cercando di rimanere sempre dentro budget risicatissimi”.

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Quando la notte scese su Hoboken
We stared at the road ahead
Closed our eyes and then
sped up to the turn, around the bend
(The Story Of Yo la Tengo)
Nel 1997 la parola d’ordine per essere invitati al festino della musica alternativa al mainstream è una sola: post-rock. Formuletta prêt-à-porter con cui un po’ tutti in quel periodo ci si riempiva la bocca, definizione multiuso che significava tutto e niente (più che altro “niente”, come si scoprirà passata la sbornia critico-ideologica). Per quelle quattro o cinque band (parliamo dei primi Tortoise, di June of 44, For Carnation e Labradford, degli esordi della Constellation) davvero in grado di sperimentare, partendo dalle recenti lezioni di Slint e Talk Talk e mischiando i detriti lasciati da quarant’anni di rock a influssi provenienti dal jazz, dall’elettronica, dal dub, c’erano altresì centinaia di pretenziosi e anemici fusionari dei quali come è giusto si è persa la memoria. Per quanto possa sembrare strano, tra i migliori interpreti di quella vaga – ma per un breve periodo sincera, e a tratti propulsiva – aspirazione a rimodellare le forme del genere più popolare del dopoguerra spiccavano proprio tre umili rockettari del New Jersey di nostra conoscenza. Gli Yo La Tengo post-rock? Sì, no, forse. Non è così importante appiccicare etichette, per di più su una band che le ha sempre rifiutate. Sta di fatto che pochissimi altri, partiti come loro da un background tradizionale e “garage” (si intenda il termine nel senso più generico possibile), hanno avuto il fegato di approdare al linguaggio contaminato, che a un certo punto si fa quasi astratto, di I Can Hear The Heart Beating As One (1997) e soprattutto di And The Nothing Turned Itself Inside Out (2000). Inevitabile, a dieci-quindici anni di distanza, considerarli quasi come la fase 1 e la fase 2 di uno stesso esperimento. Pur essendo sotto molti aspetti dischi assai diversi tra loro, segnano il momento di massima sovrapposizione del trio con la contemporaneità, per una volta in linea con lo spirito del tempo. Ira, Georgia e James non diventano delle star, ovviamente, ma se ancora oggi sono una delle pochissime band indipendenti nate negli anni Ottanta conosciute e amate dalle nuove generazioni (con la “dismissione” dei R.E.M. rimangono giusto Flaming Lips e Giant Sand) lo devono soprattutto ai paletti fissati con quei due album, nuovamente incisi in quel di Nashville con la supervisione del fido Moutenot. A tal proposito, ecco una delle pillole di saggezza firmate Kaplan: “Per il nostro modo di lavorare e di intendere la musica, o forse dovrei dire la vita, avere delle ancore di sicurezza è fondamentale. Roger e la Matador rappresentano esattamente quello. Siamo stati fortunati, ad averli incontrati a metà strada. Da lì in poi non abbiamo più voluto cambiare. Che senso ha saltare da una parte all’altra, cambiare produttori e studi di registrazione come facevamo agli inizi, per poi fare dischi che si assomigliano tutti?”.
Di sicuro I Can Hear The Heart Beating As One assomiglia a poco di ciò che gli Yo La Tengo hanno fatto in precedenza, e meno ancora vi assomiglierà And Then Nothing… Per cominciare a descrivere il primo, comunque, si può partire dalle similitudini già evidenziate in Electr-O-Pura con un altro gruppo, anch’esso iscritto di forza alla congrega post-rock e con cui i Nostri andranno anche in tour: gli Stereolab. Lasciando perdere l’attrazione per il post-modernismo pop amplificato dal gusto per le citazioni (nei titoli, nei testi, nei suoni) e il sempre più ricorrente occhieggiare a musiche fin lì considerate laterali dal rocker medio (dalla bossa – si ascolti Center Of Gravity – al lounge), basterebbe da sola Moby Octopad, con il suo pa-pa-pa-pa-pa, il campionamento di Bacharach e il modo di cantare di Georgia assai simile a quello di Laetitia Sadier, per far sorgere qualche legittimo sospetto.

“Il primo a parlarci di loro fu un nostro amico, subito dopo aver ascoltato Painful. Ci disse che gli ricordavamo questo strano gruppo inglese, gli Stereolab, ma non sapeva perché! Noi non li avevamo mai sentiti nominare. Mi procurai i loro dischi, ed effettivamente c’era un’aria di famiglia. Sono una band per cui nutro grande ammirazione e rispetto, ma non posso dire che ci abbiano influenzato durante le registrazioni di I Can Hear… Come ho detto prima, cerchiamo sempre di allontanarci dai nostri ascolti del momento. Lo stesso discorso vale per il post-rock. Potevano esserci somiglianze con altre cose di quel periodo, ma personalmente il dub o il krautrock li ascoltavo già da anni, non avevo bisogno di farmi suggestionare dai Tortoise. C’è un fatto, innegabile: da I Can Hear…, ma a ben vedere già da Electr-O-Pura, il nostro stile è cambiato. Ci siamo aperti a influenze diverse, cercando di incorporare nel nostro suono musiche che non avevamo mai esplorato prima. Le canzoni si sono fatte più lunghe, e in generale c’è stato meno ‘self-editing’: se prima ci censuravamo certe cose perché non ci sentivamo in grado, da lì in avanti ci siamo detti ‘perché no, proviamoci’”.

Un brano su tutti, nell’ottavo album della band, esemplifica questo nuovo approccio: si intitola Autumn Sweater, una delle più scintillanti tra le tante perle regalate dagli Yo La Tengo nella loro storia. Percussioni minacciose – alle quali non è probabilmente estranea l’influenza del trip hop, ma neppure quella di certa exotica richiamata dalle tablas -, basso cavernoso e un organo leggiadro costituiscono il tappeto sonoro su cui rotola un po’ assonnato il cantato di Kaplan: un brano mirabile per equilibrio, grazia, capacità di mantenere l’attenzione pur restando praticamente immobile. Un mash-up tra i Portishead e i Beatles di Tomorrow Never Knows (a un certo punto a Ira scappa un “in the beginning…” rivelativo) che solo una grande, grandissima band come questa poteva inventarsi. Zero chitarra, ma d’altro canto la sei corde si riprende il palcoscenico in pezzi furiosamente pop-gazing come Sugarcube e Little Honda (i Beach Boys fatti a brandelli dai Jesus & Mary Chain) o in ballate di straordinaria orecchiabilità come Stockholm Syndrome, cantata da McNew e da lì in poi immancabile in qualunque scaletta di concerto. In Deeper Into Movies si torna nei luoghi tormentati dei due dischi precedenti, con le voci letteralmente affondate nell’elettricità, mentre Damage getta un ponte verso quello che verrà, con un “ahhh ahhh” etereo in lontananza, drone attorcigliati al feedback, stridori di sottofondo e un beat metronomico. Altro scenario immancabile è quello agreste e notturno di delizie come Green Arrow, tra slide e frinire di uccelli, o quello da grandi spazi country di One PM Again. Tutto talmente perfetto e amalgamato che i Nostri possono permettersi la consueta sbrodolatura rumorista (i dieci minuti di Spec Bebop, proprio quel genere di cose per cui è stata inventata la funzione “skip” dei lettori cd) e la chiusura deliziosamente kitsch con la voce di Georgia – una voce da ragazzina che non viene invitata alle feste del liceo – alle prese con una cover degli Osmonds, My Little Corner Of The World.

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E poi, improvvisamente, tre anni dopo calano le tenebre. Ma è un’oscurità morbida, avvolgente, benigna, quella di And Then Nothing Turned Itself Inside Out. Una coperta di suoni vellutati che ti tiene caldo per tutta la notte e ti accompagna fino al mattino, quando ti risvegli con flash di sogni confusi in mente e un senso di profondo benessere nel cuore. Un descrizione da non intendere solo metaforicamente: tanto per fare un esempio, ho un amico che per mesi ha usato questo disco per cullare e far addormentare la figlia appena nata. Qualche maligno potrebbe insinuare che musica del genere potrebbe far crollare pure gli elefanti, non solo i neonati, ma non dategli retta. Se è vero che quando uscì, ATNTIIO (perdonate la bruttezza dell’acronimo) spiazzò gli stessi fan della band per la lunghezza biblica, la densità del suono e l’omogeneità delle atmosfere, oggi sono pochi a non riconoscerlo per il capolavoro che è. La frase fatta sui dischi “che richiedono attenzione” non è mai stata così vera come in questo caso. Ci si deve abbandonare a queste canzoni, le si può ascoltare solo come ci si mette in ascolto della risacca dell’oceano o della pioggia che batte sulla finestra. Persino quando il ritmo si scuote leggermente – come nella dolcissima ballata Madeline o in You Can Have It All, cover di un vecchio pezzo disco di George McCrae (quello di Rock Your Baby) rivisto con un arrangiamento “stereolabico” che lo trasforma in una sorta di samba futuristico – l’andamento della musica è volutamente circolare e narcotico. Proprio per questo pare stridere un pezzo per altri versi fantastico come Cherry Chapstick, orgia di chitarre fuzzate e distorte che avrebbe fatto la sua porca figura su qualunque album precedente ma che in questo contesto spezza in modo un po’ troppo brutale la quiete del vicinato.

“Lo inserimmo a registrazioni praticamente già ultimate, probabilmente per movimentare un minimo una scaletta che avevamo paura potesse sembrare troppo monocorde. Riascoltando il disco oggi forse un po’ me ne pento, anche se adoro quella canzone”.

In quasi tutti gli altri brani la chitarra di Ira è un sussurro, al pari della voce. Entrambe hanno una funzione quasi paesaggistica, considerando che lo scheletro delle composizioni si regge molto di più sul basso, le percussioni, i sequencer e una scalcinata rhythm-box. Non sono l’impatto epidermico, le linee melodiche o il volume a dare profondità, ma l’intreccio di suoni, le tessiture armoniche, le tenui ma incessanti colorazioni ritmiche sullo sfondo. In un certo senso, è quasi più un lavoro di Hubley e McNew che di Kaplan. Basti ascoltare l’apertura severa di Everyday o il procedere a singhiozzo di Last Days Of Disco. Tired Hippo profuma di medio Oriente, mentre la batteria spazzolata e il contrabbasso di Our Way To Fall manifestano chiare influenze jazz, così come i tocchi sparsi di pianoforte sul beat sintetico d’antan – tra Suicide e Silver Apples – di Saturday fanno venire in mente l’astrattismo dell’amico Howe Gelb. Per raccontare della magnificenza di Tears Are In Your Eyes, cantata da Georgia in modo che si può definire solo come “angelico” e sarebbe già farle torto, mancano invece le parole. Così come mancano le parole agli ultimi tredici minuti – su diciassette in totale – di Night Falls On Hoboken, dove riverberi, clangori, soffi, sprazzi di ritmo e rumori fanno sfociare il disco nell’incorporeità.
Stranamente (o forse no), Ira mantiene un certo riserbo su questo trionfo artistico degli Yo La Tengo, quasi avesse timore di rovinarne il ricordo.

“Credo che in quel preciso momento della nostra storia volessimo provare a fare qualcosa di nuovo. È forse l’album che più degli altri rappresenta il nostro microcosmo, e contemporaneamente la nostra abitudine di concentrarci totalmente sulla musica. Sono anche molto legato ai testi, di quel disco. A essere sincero, prima non è che me ne curassi troppo. Per la prima volta ci siamo sforzati di raccontare qualcosa di diverso, forse di aprirci un po’ al mondo. In gran parte quelle canzoni parlano di amore, degli alti e bassi di una lunga relazione tra due persone. Non necessariamente me e Georgia, anzi spero che in quei testi chiunque possa almeno in parte riconoscersi. Qualcuno ha scritto che And Then…è l’anti-Blood On The Tracks, nel senso che racconta la parte positiva del matrimonio; credo che esageri, ma è un bel paragone”.

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They are not afraid of you and they will (still) beat your ass
We lied to ourselves for a while
In our usual style
Now I wish we could ride, we wish we could lie to ourselves again
(The Story Of Yo La Tengo)
E siamo così planati sugli ultimi dieci anni nella storia degli Yo La Tengo. Passato prossimo sul quale possiamo cavarcela abbastanza velocemente, perché più fresco nella mente di chi segue le cronache indie rock, e perché in fondo non ci sono svolte radicali o eventi capitali da raccontare. Il gruppo si è ormai assestato nel limbo della sua sofferta e nuova maturità, per citare Battisti e Mogol. E di qui i tre del New Jersey potranno andare avanti all’infinito, con i loro album nuovi ogni tre anni, i dischi “strani” distribuiti solo sul loro sito, i concerti in giro per il mondo, le colonne sonore (in questo momento sono al lavoro su uno score per un film importante, anche se “per scaramanzia” Ira non vuole anticipare nulla), i vari progetti più o meno bislacchi che li tengono occupati nei ritagli di tempo. Dal punto di vista del linguaggio musicale per gli Yo la Tengo non è più tempo di rivoluzioni. Semmai di (piccole) variazioni sul tema, come hanno dimostrato i tre dischi usciti tra il 2003 e il 2009, gli ultimi fino a questo momento. Summer Sun, al di là del perverso umorismo del titolo in netto contrasto con la foto di copertina e il tono medio dell’album, riparte dalle atmosfere del predecessore lasciando tuttavia filtrare un po’ di luce e di leggerezza. Lo testimoniano la morbidezza di brani come Season Of The Shark (pervaso da un sottile aroma Belle & Sebastian), Little Eyes e la quasi bossa nova di How To Make a Baby Elephant Float. Non mancano l’inevitabile cover (una spoglia Take Care, dal terzo dei Big Star) e l’altrettanto inevitabile pezzo-fiume (la quieta, come da titolo, Let’s Be Still), ma da segnalare sono soprattutto le venature black che cominciano ad apparire – peraltro già annunciate dal doppio 7” Nuclear War del 2001, dove rifanno Sun Ra – in alcuni brani. Inflessioni jazzate, sincopi funk (Georgia vs Yo La Tengo, titolo che è tutto un programma), sinuose melodie tra soul classico, Motown e disco: niente di sconvolgente, e tuttavia gustose aggiunte alla solita ricetta.

“La musica nera ci è sempre piaciuta e ne abbiamo sempre ascoltata un sacco, ma è stato solo dopo And Then Nothing… che abbiamo provato davvero a incorporare alcune di quelle influenze nel nostro suono. Un nostro amico frequentava parecchio il giro dei musicisti impro-jazz di New York, che noi non conoscevamo per nulla. Un po’ timidamente gli abbiamo detto di sondare il terreno con alcuni di loro, chiedendogli se avevano voglia di suonare con noi anche se facevamo tutt’altra musica. Così è stato, e da quell’esperienza è nato Nuclear War. Un incontro che ci ha aperto spazi che prima non riuscivamo neanche a cogliere,e che ci ha in un certo senso liberati”.

È anche grazie a questa nuova linfa nera che I Am Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass (2006) e Popular Songs (2009) manifestano vitalità e persino una certa freschezza. Bastino come esempio Mr. Tough sul primo (Yo La Prince?) e il funkaccio Periodically Triple Or Double sul secondo. Per il resto sono due album gemelli, facilmente sintetizzabili con i consueti “tag”: lunghezza spropositata, maratone soniche più (Pass The Hatchet I Think I’m Goodkind e The Story Of Yo La Tengo, da I Am Not Afraid…)) o meno riuscite (The Fireside, And The Glitter Is Gone, da Popular Songs), rock’n’roll garagista, sospensioni folk, psichedelia jazzata (la notevole The Room Got Heavy), notturni country, ballate pop, cavalcate rumorose, svisate vecchio stile sul Farfisa. Aumenta il ricorso alle tastiere, mentre stranamente scompaiono le cover (anche se ce ne sono due “mascherate”, rispettivamente Black Flowers e I’m On My Way: la prima sembra molto più che un omaggio a Paris 1919 di John Cale, la seconda ha sospette assonanze con Didn’t Want To Have To Do It dei Lovin’ Spoonful). Dischi dignitosissimi, comunque, e in gran parte assolutamente godibili. Sarebbe ingiusto chiedere di più, e lecito aspettarsi molto meno da una band in pista da un quarto di secolo.
“Uno dei motivi per cui ci mettiamo tre anni fra un album e l’altro è che ci piace fare un sacco di altre cose, musicalmente parlando. Se ci viene voglia di pubblicare un disco di cover r’n’r tipo quello dei Condo Fucks lo facciamo, senza stare a pensarci tanto su. Se ci chiamano per delle session radiofoniche partiamo e andiamo. Se abbiamo voglia di buttare giù delle idee che magari potranno tornarci utili quando ci commissioneranno una colonna sonora, ci troviamo in studio e registriamo. Non diciamo mai di no a niente”.

Ecco spiegato l’elenco quasi surreale di progetti e stranezze assortite che riempie il curriculum del gruppo, per il quale vi rimando al box che trovate in queste pagine. Oltre all’amore per la musica, c’è un’altra ragione per questa iper-attività. Altrettanto nobile.

“L’ho detto più volte nel corso di questa intervista: gli Yo La Tengo sono un’entità autosufficiente. A volte fin troppo. Quando suoniamo, esistiamo solo noi tre e basta; fondamentalmente suoniamo solo per noi. Io in particolare. A volte, dopo i concerti, James o Georgia parlano di com’era il pubblico, e io non so cosa dire: in genere chiudo gli occhi, suono e non mi accorgo di niente. Alla lunga si rischia di diventare egoisti e forse anche un po’ autistici. Per cui, visto che spesso chiudiamo fuori tutto, ogni tanto cerchiamo di realizzare qualcosa di più inclusivo, di lasciar entrare la gente nel nostro mondo. Ecco perché poi andiamo a fare show in radio in cui suoniamo sul momento le canzoni che ci richiedono gli ascoltatori, o altre piccole follie del genere”.
Genio e amore, di nuovo. E a tal proposito, l’ultima domanda per Ira riguarda Georgia: quale è la sua più grande qualità, come musicista? Dopo qualche secondo di silenzio arriva la risposta: “La sua voce. Ogni volta che canta, mi spezza il cuore”.

Anche a noi, Ira. Anche a noi.

 

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