ELLIOTT SMITH. Lettere da nessun luogo.

 

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Quando si apprese la notizia della morte di Elliott Smith, a tutti coloro che avevano amato la sua musica è probabilmente venuto in mente un frammento di canzone, un giro di chitarra, una frase, un’immagine. Qualsiasi cosa facesse dimenticare anche solo per un secondo l’idea agghiacciante di un uomo che si era appena tirato (o gli era stata inferta, non è ancora stato stabilito ma in fondo poco importa) una coltellata al cuore. A chi scrive queste righe, in quel momento tornarono alla memoria tre flash: tra le tante emozioni donategli da Elliott Smith forse quelle che più ne hanno toccato l’anima. Una sequenza del film Royal Tenenbaum, quando il protagonista Luke Wilson si taglia le vene davanti allo specchio del bagno e in sottofondo parte, inaspettata e straziante, Needle In The Hay; l’attacco di Waltz #2, quella strofa che recita “first the mic and a half cigarette / singing Cathy’s Clown / that’s the man she is married to now / that’s the girl that he takes around town” (che frase bellissima e misteriosa! chi è che canta al microfono? e perché proprio quel vecchio pezzo degli Everly Brothers?); infine, una dichiarazione letta in un’intervista qualche anno prima, dove Elliott diceva “se riuscissi a scrivere una canzone perfetta come Thirteen dei Big Star, potrei morire felice”. Sono solo tre ricordi personali, ognuno avrà avuto i suoi com’è giusto che sia nel caso di artisti capaci di colpire così profondamente le sensibilità più diverse. Eppure adesso, dovendo tracciare uno stringatissimo sunto della vita breve e infelice di colui che non ho alcuna difficoltà a considerare uno dei più grandi cantautori della mia generazione (era nato con il nome di Steven Paul Smith il 6 agosto del ’69, più o meno nei giorni di Woodstock, a Omaha, Nebraska) mi sembrano dei buoni punti di partenza. Soprattutto i primi due. Nella loro casualità, Introducono ad alcuni dei tratti salienti della biografia di Smith. Il malessere disperato di Needle In The Hay, dipinto però con ironica autocommiserazione e uno straordinario gusto per il dettaglio, dice dei suoi anni da junkie, tra eroina e bottiglia. Allo stesso tempo è un esempio della tecnica con cui, liricamente, Smith raccontava se stesso nelle canzoni, con tanta efficacia poetica quanta era la distanza da cui incredibilmente riusciva a osservare i suoi inferni privati, mentre il fatto che quella canzone commentasse la scena di un film permette di accennare al rapporto di Elliot con il cinema. D’ora in avanti sarà impossibile, quando si rivedrà quella meraviglia di film che è American Beauty, Trattenere la commozione ascoltando la sua versione di Because dei Beatles sui titoli di coda. Così come assumerà tutta un’altra pregnanza quella Miss Misery che, insieme ad altri brani di Smith, faceva da colonna sonora a Good Will Hunting, la pellicola dell’amico Gus Van Sant interpretata da Matt Damon e Robin Williams. Una Miss Misery che si è trasformata per incanto in una Mrs. Robinson, tanto per citare uno dei numi tutelari del songwriting smithiano. A quella canzone, infatti, è legato il momento di massima esposizione del Nostro, visto che nel 1997 gli procurò una nomination all’Oscar con tanto di esibizione surreale la notte degli Award al Dorothy Chandler Pavillion di Hollywood. Ancora oggi qualche membro parruccone dell’Academy si chiede chi fosse quel freak in giacca bianca che strimpellò mezzo ubriaco prima di Celine Dion (che, per la cronaca, vinse la statuetta con l’angosciante tormentone di Titanic). In quel periodo, la vita e la carriera di Smith stavano correndo velocissime, anche se purtroppo in direzioni opposte. La critica rock, presa in contropiede dalla storia dell’Oscar, si era finalmente accorta di lui coprendo di elogi (strameritati) il suo terzo album Either/Or. A ruota, era arrivato un contratto con la DreamWorks, la nuova super-major che aveva nel board di comando nientemeno che Steven Spielberg. Contemporaneamente, però, era riemersa la dipendenza da alcol e droga che andava ad aggravare la già patologica insicurezza dell’artista, combinandosi per di più con i postumi dei trattamenti psichiatrici degli anni precedenti (evocati poi in modo raggelante in Everybody Cares, Everybody Understands su XO: “it’s a chemical embrace that kicks you in the head / To a pure synthetic sympathy that infuriates you totally) e ai disastri sentimentali (la fine della storia con la musicista Joanna Bolmc, forse l’unico vero amore nella vita di Smith, la “ragazza che mi sta ancora intorno il mattino dopo” rimpianta in quell’abisso di struggimento intitolato Say Yes).

Le radici della sofferenza di Smith affondano del resto negli anni dell’infanzia, ed ecco che torniamo alla strofa di Waltz #2. Grazie a una dettagliatissima biografia sul sito semi-ufficiale sweetadeline.net ho finalmente scoperto chi è quella donna che cantava Cathy’s Clown: è la madre di Smith, ricordata in una esibizione improvvisata in un karaoke bar di Dallas, dove si era trasferita con il figlio dopo il divorzio dal marito. “L’uomo a cui è sposata adesso” della canzone è il patrigno di Elliott, figura odiatissima nella quale il musicista in varie interviste (e più velatamente, in alcuni testi) individua la fonte di molto del dolore che lo accompagnerà tutta la vita. Per sfuggire alla opprimente situazione familiare, il teenager nel frattempo diventato punk si rifugia a metà degli anni ’80 dal padre a Portland. Qui studia filosofia e scienze politiche al college, ma soprattutto forma una band con altri spostati del luogo. Si chiamano Heatmiser. Con loro incide, tra il ’93 e il ’96, tre album di rock sporco e arruffato, del tutto incapace di concedere il giusto spazio al fascino ombroso dei testi di Smith. Sentendosi compresso dalla formula post-grunge imposta da Neil Gust, l’altro leader, alla fine del ’94 Elliot decide di giocare da solo. Rimane nella band, che si scioglie ufficialmente solo un paio di anni dopo, ma pubblica per la minuscola Cavity Search Records un album a suo nome intitolato Roman Candle, seguito nel ’95 da Elliott Smith per la Kill Rock Stars. Sono dischi fatti di niente, se non parole spesse e corde di chitarra pizzicate (non sorprenda sapere che Smith era un grande appassionato di flamenco), carezzate o percosse a seconda dei casi. Un folk a bassissima fedeltà che tuttavia, nonostante i tratti scheletrici, taglia in profondità con le sue storie dai margini, le sue istantanee di “drugstore cowboy”, tossici, sociopatici e perdenti vari. Tutta gente conosciuta da Elliott Smith, oppure tanti Elliott Smith diversi, chi lo sa.

L’abbandono e il mal di vivere espressi attraverso la pura gioia della melodia, le strutture classicamente pop (da Brian Wilson a Paul Simon, da Harry Nillson ai Beatles, in particolare quelli versante Harrison) al servizio dei propri demoni: questa la prometeica sfida intrapresa da Elliott Smith. Non poteva durare, perché non esiste melodia pop in grado di trattenere i demoni. Elliott Smith avrebbe dovuto suonare al festival All Tomorrow Parties il 9 novembre del 2003; saranno invece amici come Lou Barlow, Beth Orton e Beck a salutarlo, due settimane dopo la tragedia, salendo sul palco di un teatro di Los Angeles per un benefit i cui proventi andranno alla fondazione per i bambini vittime di violenza, intitolata alla memoria del musicista di Omaha. Non crediamo che sia morto felice, Elliott Smith. Ma, per tornare al terzo ricordo personale di quel maledetto 21 ottobre 2003, almeno quel suo piccolo obbiettivo musicale – scrivere un brano perfetto come Thirteen – lo aveva raggiunto, più di una volta. E lo scrive uno per cui Thirteen è la canzone della vita.

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(pubblicato originariamente sul “Mucchio”, autunno 2004)

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