About Carlo Bordone

Giornalista, copywriter, traduttore (in ordine variabile). Ho collaborato con Rumore, Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra, Bassa Fedeltà. Attualmente scrivo su Il Fatto Quotidiano e saltuariamente su Rumore e la webzine Distorsioni (www.distorsioni.net). Per Arcana ho pubblicato "College pop- storia dei Belle & Sebastian" (2004), "Su la testa!-10 anni di rock indipendente italiano" (con Alessandro Besselva Averame, Luca Castelli e Damir Ivic - 2005), "Oggi ho salvato il mondo-canzoni di protesta 1990-2005" (con Gianluca Testani-2006), e le guide "50x60" e "50x70" (allegate alla rivista Rumore, 2014). Sono inoltre tra i redattori dell'"Enciclopedia Rock" e dell"'Enciclopedia del Rock Italiano" (entrambi Arcana) e dei "1000 dischi fondamentali" (Giunti, 2012- a cura di Federico Guglielmi e Eddy Cilìa). Per Arcana ho tradotto "Psychic Confusion-Storia dei Sonic Youth" di Stevie Chick (2009), "American Indie" di Michael Azerrad (2010), "Apathy for the Devil" di Nick Kent (2011). Sono tra gli autori di "Non ti divertire troppo.1980-1999: 20 anni di rock indipendente americano visto da qui" (Flying Kids, 2014).

Extra files #2. Paisley Underground – I giorni del vino e delle rose.

 

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Nell’autunno del 1982 appariva nei negozi un disco dalla copertina essenziale (un rettangolo turchese in campo bianco) e dal titolo straordinariamente evocativo: The Days Of Wine And Roses. Era il debutto di una band chiamata Dream Syndicate, e contemporaneamente il primo capitolo nel romanzo breve del Paisley Underground. Un romanzo appassionante ma, come dire?, d’appendice, le cui pagine sono state mandate a memoria da molti, irrise da altrettanti, fraintese dai più. E oggi, sostanzialmente, quasi dimenticate. Riaprire quel libro significa riconnettersi a un periodo in cui la parola indie non suonava come l’insulto di oggi. Niente, a dir la verità, “suonava” come oggi: i vinili, le fanzine, i club, le cantine, le etichette discografiche, i concerti, le passioni. Tutto diverso. Non necessariamente migliore. Semplicemente diverso.
Dream Syndicate, Long Ryders, Rain Parade/Opal, True West, Green On Red, Three O’ Clock, Bangles: il Paisley Underground era tutto qui, più qualche occasionale compagno di strada e svariati progetti paralleli. Niente più che un gruppo di amici uniti dagli stessi amori musicali, che riprendendo in mano le chitarre – un gesto quasi sovversivo, in quei tempi – provavano a riprendersi il rock’n’roll. Riportando di nuovo tutto a casa, e inventandosi (forse) una vita migliore.

YEARS LONG AGO
“Ehi, lo sapevate che in questi ultimi anni è uscita un sacco di grande musica?”. “Ah, sì? Quale?” (Jeff Goldblum e Kevin Kline ne Il grande freddo, 1983)

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(The Suspects, 1979, con Gavin Blair, Russ Tolman, Steve Wynn e Kendra Smith)

La nostalgia, si sa, è una canaglia. Perché come la memoria è infida e traditrice, soprattutto quando è legata a qualcosa o qualcuno che si è molto amato. L’articolo che state per leggere è nato facendoci letteralmente a pugni, con la nostalgia. Perché va bene sforzarsi di mantenere un minimo di oggettività storica e di neutralità critica, ma se metti uno che ha avuto diciotto anni nel 1986 a scrivere un pezzo sul Paisley Underground non puoi aspettarti asettiche analisi sull’ampiezza limitata del fenomeno o scrupolosi esercizi di riduzionismo. Perché ok, era solo un manipolo di ragazzi californiani con le chitarre elettriche, i pantaloni a sigaretta e i capelli fuori moda, ma a noi che avremmo voluto vedere morti tutti quei cialtroni neoromantici con i loro fottuti synth e la loro fottuta cipria sulla faccia, beh a noi quei ragazzi sembravano l’avanguardia della modernità. E no, non cambiò né il mondo né la storia della musica, il Paisley; però sì, accidenti, qualche vita la cambiò, e anche solo per questo è stato importante. Come qualsiasi altro genere musicale, del resto.
Un momento: quella cosa chiamata da tutti – tranne che da chi ne faceva parte – “Paisley Underground” non fu affatto un genere. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Fu, semmai, una scena. Un fenomeno compresso nell’arco di pochissimi anni, incentrato intorno a una trentina scarsa di persone in un’area ben definita dello sterminato comprensorio losangelino (North Hollywood, con qualche propaggine a Venice Beach e, su a nord verso la Sacramento Valley, il campus universitario di Davis).

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(Dream Syndicate, 1982)

Un attimo perfettamente circoscritto nel tempo e nello spazio, dunque. Questo fu il Paisley. Una brezza pomeridiana alzatasi di colpo e svanita via in un amen, una canzone di tre minuti e mezzo, un sogno lungo un giorno o poco più. Eppure, scambiando la parte per il tutto, la famigerata definizione venne estesa a tutto ciò che nella musica di quel periodo odorava vagamente di anni 60, rock chitarristico, psichedelia, ecc. L’equivoco si è protratto nel tempo, e ancora oggi prestigiose enciclopedie on-line sotto l’ombrello Paisley fanno rientrare di tutto, dai Chesterfield Kings ai Giant Sand, dai Feelies ai R.E.M. (!), dai Replacements (!!) alle band australiane (ho finito i punti esclamativi). Certo, esisteva un sentire comune e innumerevoli fili intrecciati, ma la neopsichedelia fu una cosa e il Paisley Underground un’altra. Affine, ma altra. Così come erano tutt’altra cosa i Thin White Rope, anch’essi spesso associati – in questo caso con qualche ragione – al movimento di Los Angeles. Band grandissima ma appartata, la cui vicenda si è sviluppata tangenzialmente a quella dei gruppi di cui leggerete senza tuttavia mai intersecarsi davvero, se non agli inizi. Dopo aver impiegato qualche migliaio di battute per definire ciò di cui non parleremo, è forse arrivata l’ora di presentare i protagonisti di queste pagine. Per farlo, torniamo indietro nel tempo. Many, many years ago. La didascalia dice: “California, 1982”.

HOLLYWOOD HOLIDAYS
“I dreamed last night/I was born a thousand years ago…” (Dream Syndicate, When You Smile)

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(Green on Red)

Scena: un barbecue nel cortile di un caseggiato a due piani sulle colline di Hollywood. La mecca del cinema è lì vicino, ma i partecipanti alla grigliata sono quanto di più lontano immaginabile dalle star che sguazzano in piscina a Beverly Hills. Sono invece ventenni che campano alla giornata, sognando i loro sogni rock’n’roll. Tutti quanti hanno appena messo su una band, o stanno per farlo. I padroni di casa, un tipo un po’ arcigno e tendente alla pinguedine di nome Dan Stuart e un tastierista taciturno chiamato Chris Cacavas, sono già in pista con il gruppo che avevano formato quando ancora stavano a Tucson, in Arizona. Hanno appena deciso di cambiare il nome, da Serfers a un più misterioso Green on Red. Seduti in disparte, un paio di ragazzi allampanati stanno discutendo animatamente di accordature e di vecchie Gibson con un’altra strana coppia, due tizi con i capelli a caschetto e le giacche di pelle, perfetti per fare le controfigure in un documentario sui Byrds. I primi sono Karl Precoda e Russ Tolman. Precoda suona la chitarra nei Dream Syndicate (sono marci per i Velvet Underground, e siccome la sanno lunga hanno scelto come nome quello dell’ensemble sperimentale in cui aveva suonato John Cale prima di incontrare Lou Reed); Tolman è uno studente dell’Univeristà di Davis, dove invece che dare esami metteva dischi punk alla radio del college insieme a una ragazza dal fascino enigmatico, Kendra Smith, e a un giovanotto entusiasta, impallinato dei Creedence e delle garage band di Nuggets, vale a dire Steve Wynn. Insieme i tre avevano formato i Suspects, ma non erano andati da nessuna parte e le poche copie del loro unico 45 giri – Talkin’Loud/It’s Up To You, così riporteranno gli annali – le avevano gettate nel Pacifico per la disperazione. Ora Russ ha una nuova band, i True West, insieme all’ex batterista dei Suspects riciclatosi cantante, l’anglofilo (adora i Pink Floyd periodo Barrett, Echo & the Bunnymen e i Teardrop Explodes) Gavin Blair, e all’altro chitarrista Richard McGrath, con il quale prova fino a farsi sanguinare le dita gli assoli incrociati di Marquee Moon. Kendra e Steve adesso stanno nei Dream Syndicate con Karl.
E i due pseudo-Roger McGuinn? Si chiamano Sid Griffin e Stephen McCarthy: Sid viene dal Kentucky, va fuori di testa per il country-rock e il garage punk (è stato per un po’ negli Unclaimed di quel pazzoide di Shelly Ganz) ma non sa decidere cosa suonare tra i due. Fanculo, dice a Stephen, suoneremo country-rock e garage-punk: ora che ha trovato in lui il contraltare perfetto, è pronto a partire in quarta con la band, i Long Ryders (la “y”, chiaro, è un omaggio ai Byrds). Hanno provato a coinvolgere Wynn, ma lui ha preferito concentrarsi sui ‘Syndicate: meglio così, tanto “non sa fare neanche la seconda voce”. La battuta è di un ragazzetto segaligno, frangia sugli occhi e aria trasognata: è Michael Quercio. Alla high school lo sfottevano a morte perché in pieni anni Settanta si ostinava ad ascoltare i Beatles, cercando persino di convincere i suoi compagni agghindati come Tony Manero che gli unici Bee Gees buoni erano quelli di dieci anni prima. Fortuna che adesso è tra amici. A loro, increduli, sta racontando di come l’Esercito della Salvezza, nientemeno, lo abbia obbligato a cambiare il nome del suo gruppetto psycho-pop: niente più Salvation Army, d’ora in avanti saranno i Three O’ Clock. E che significa? Niente, è psichedelico.

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(Three O’ Clock)

A proposito: ma le ragazze? Suona il campanello: eccole qua. Sono Vicky e Debbi Peterson insieme a quella conturbante brunetta di Susanna Hoffs. Manco a dirlo, anche loro suonano in un gruppo ispirato al pop degli anni Sessanta: tutte ragazze, loro tre più Michael Steele, che in confronto a loro è già una veterana per essere stata nelle Runaways di Joan Jett. Si chiamano Bangs. Le sorelle Peterson abitano a un isolato di distanza da due fratelli musicisti che conoscono da una vita, Dave e Steven Roback. Uno serioso e fascinoso chitarrista, l’altro bassista. Tanto per complicare ancora un po’ l’albero di famiglia, intorno al ’78-’79 suonavano con la Hoffs negli Unconscious. Visto che c’erano sono venuti anche loro, insieme al resto della band che guidano da qualche tempo, i Rain Parade.
Si stappano birre, si scherza, si parla di musica, di musica e poi ancora di musica. Lo stereo, naturalmente, è sempre acceso. I dischi li porta Steve, che lavora al negozio della Rhino. Tutta roba strepitosa, come sempre: prima c’erano su i Blasters, poi il nuovo dei Plimsouls, quel gruppo con Peter Case che sta spaccando nella scena dei club, giù a Los Angeles. Ora sta girando il primo degli Electric Prunes, un 1967 di quelli buoni, e quando parte Bangles Susanna esclama: “però, Bangles… come nome è molto meglio di Bangs, non trovate?”.

ALL OVER THE PLACE
Un secondo dopo che avevo detto a un giornalista quella frase, Paisley Underground, me ne ero già pentito” (Michael Quercio)

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Abbiamo romanzato un po’, ma neanche tanto. Doveva essere proprio così, agli inizi, la giornata tipo del nucleo di quella che diventerà la piccola tribù del Paisley Underground. Anzi, di tutto il Paisley Undeground. Un aspetto su cui concordano i ricordi dei membri delle band coinvolte nell’allegra brigata è proprio quella dimensione di famiglia estesa, di comunità anche un po’ naïf, nella quale lo stile di vita era ossessivamente incentrato sul rock’n’roll piuttosto che sugli altri due aspetti della trimurti dello sballo. Come ricordava Quercio in un’intervista del 1993 alla fanzine inglese Ptolemaic Terrascope, “niente sesso, niente droga, niente di niente. Eravamo monaci. Monaci e suore. Una volta andammo all’isola di Catalina, c’erano quasi tutti quelli della cerchia: i Salvation Army, le Bangles, i Dream Syndicate, i Rain Parade e qualcun altro. Campeggiamo sotto le stelle, ascoltammo un sacco di nastri, al mattino io con Steve Wynn e le sorelle Peterson andammo a cercare qualcosa da mangiare, riprendemmo la barca e tornammo a casa. Mi manca quel senso di comunità, non lo ritrovi più nelle band di oggi”. Curiosamente, lo stesso episodio è stato citato a chi scrive da Steve Wynn, per dare un’esempio dello spirito dei good old days, quando “si andava ognuno ai concerti degli altri e tra tutti ci si scambiava idee, sogni e collezioni di dischi”. Russ Tolman si emoziona ancora al ricordo di quell’adolescenza perduta, anche se ammette che “noi True West eravamo un po’ i cugini di campagna. Il nostro contributo stava nel trovare concerti su a nord per i nostri amici di L.A. Non so quante volte abbiamo suonato sullo stesso palco, in quei giorni”. Anche nella memoria di Sid Griffin il ricordo del periodo è quello di “una scena in cui ci si supportava a vicenda, e fondamentalmente ci si divertiva un sacco. Ma era tutto il panorama alternativo di L.A. a essere fantastico, negli ultimi anni Settanta e primi Ottanta. A Hollywood c’erano club favolosi ogni duecento metri, se eri in una band era facile trovare date per suonare e, wow!, avevi pure un’audience. Se non eri in una band, allora mettevi in piedi un’etichetta indipendente che magari stampava solo un paio di 45 giri, oppure scrivevi per una fanzine oppure lavoravi in qualche negozio di dischi figo come Rhino o Aron’s. Non ho mai più visto una scena come quella. La gente faceva dormire le band a casa propria, quando queste non avevano i soldi dell’albergo. Una notte mi ritrovai in casa Debbi Peterson, Eric Burdon, Billy Bremner dei Rockpile e quattro o cinque dei Celibate Rifles! Finché durò, fu un paradiso.”

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(True West)

Era un circuito sotterraneo ma esteso, che comprendeva locali come il sempiterno Whisky Au-Go-Go “on the fabulous sunset strip”, il Music Machine a West Hollywood, il Madame Wong a Chinatown, il Penny Feathers su La Cienega Boulevard (i primi concerti delle band del Paisley si tennero quasi tutti lì). E poi riviste underground, label fai-da-te – Pvc, Frontier, Enigma, Slash/Ruby, la Down There dello stesso Wynn – e college radio. Ma a dare una mano ai nuovi gruppi in ascesa c’erano anche personaggi più istituzionalizzati, come i dj Phast Phreddie o il bizzarro Rodney Bingenheimer, il “sindaco del Sunset Strip” che fin dagli anni Sessanta animava il demi-monde pop di LA con i programmi sulla radio KROQ e le serate glam nel suo club English Disco, naturalmente sito sul Sunset. Un milieu scoppiettante, nel quale la musica giocava un ruolo predominante.
Su questo argomento le opinioni di Wynn e Griffin tuttavia divergono. Per quest’ultimo si trattava del miglior periodo dopo i tempi d’oro dei Sixties, secondo Steve invece “non era granché. Ok, a tutti noi piacevano i Gun Club, i Wall of Voodoo, i Black Flag, e personalmente amavo gruppi come gli Human Hands e i 45 Grave in cui suonava Paul Cutler, che qualche anno dopo entrò nei Dream Syndicate. A parte pochi nomi, però, il resto del panorama era noioso, stereotipato. Tutti ammanettati alla loro scena e al loro suono; erano spariti sia il senso del divertimento che il piacere di rompere le regole, quindi l’eredità migliore del punk. Credo che i Dream Syndicate e le altre band del Paisley fossero una boccata d’aria fresca perché eravamo innocenti e non avevamo la minima idea di ciò che stavamno facendo. E contrariamente a ciò che si può pensare, avevamo influenze musicali molto varie, nessuno di noi suonava simile agli altri. Non ascoltavamo solo psichedelia anni Sessanta: per noi sono stati altrettanto importanti i Fall e i Joy Division, così come mille altre cose, dal country al jazz”. Un punto sul quale si ritrovano felicemente, dopo tutti questi anni, è l’orgoglio per aver rappresentato qualcosa che andava consapevolmente contro la corrente di quel periodo. Di essere stati, per così dire, compagni in missione. Per conto, si intende, del rock’n’roll.
Wynn: “I gruppi del Paisley nacquero indipendentemente uno dall’altro, ma ci siamo ritrovati subito. Nessuno, dico nessuno suonava quel genere di cose all’epoca. Non solo garage o psichedelia o roots-rock, parlo proprio di musica con le chitarre! Sembrava così arcaico e old-fashioned. Per non parlare del feedback, dei drone, di tutte quelle stranezze che nessuno si aspettava più da un gruppo musicale e che noi più o meno coscientemente ci divertivamo a mischiare. In realtà non eravamo così intenzionalmente radicali. Volevamo solo fare la musica che ci piaceva e che non sentivamo più in giro. Ci fosse stato qualcuno che già suonava quel genere di cose, forse non avremmo neanche iniziato”. Tolman: “Eravamo militanti, certo. Combattevamo per il futuro delle chitarre! (risate, NdI.). Però era un po’ paradossale: da un lato c’erano queste band inglesi con i synth che dicevano ‘le chitarre sono morte’, dall’altro i gruppi di metal che ti facevano sperare che le chitarre morissero sul serio. Noi pensavamo che il suono chitarristico potesse ancora essere innovativo e vitale. La storia ci ha poi dato ragione, no?” Sid Griffin, da parte sua, la mette giù in modo ancora più “hardcore”: “Sì, eravamo consapevolmente contro le mode di quel periodo. Detestavamo i Kajagoogoo, gli Haircut 100, i Duran Duran, gli OMD, i Soft Cell e tutte quelle altre band di coglioni. Se guardi solo alla fama e alle classifiche hanno stravinto loro, ma io quella gente la odio ancora oggi. Odio il modo in cui suonavano, il modo in cui si vestivano, la loro musica del cazzo. Molte persone, all’epoca, non riuscivano neanche a concepire il fatto che suonassimo le chitarre e andassimo in giro con i capelli mediamente lunghi, giacche sfrangiate, pantaloni stretti e beatle-boots, e io dicevo: guardate i Byrds, guardate i Ramones… non sono infinitamente più eleganti di questa manica di deficienti che dominano le charts?”.

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(The Long Ryders)

Visto che siamo in tema di look: il nome appioppato al movimento faceva riferimento ai tipici ghirigori dell’iconografia psichedelica che caratterizzavano una linea d’abbigliamento degli anni Sessanta, il paisley per l’appunto. Quanto all’underground… beh, va da sé. A farsi scappare la definizione fu Michael Quercio, in un’intervista del 1983 al Los Angeles Times che indagava su questa strana progenie di nuove band chitarristiche. Nel giro di poche settimane, con somma disperazione di Quercio, per la stampa musicale e l’intera industria discografica quelle band diventarono tutte, una volta e per sempre, “Paisley Underground”.

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The Long Ryders wish success and happiness to all bands” (dal retrocopertina di State Of Our Union dei Long Ryders)

Nel suo monumentale Rip It Up And Start Again (nell’edizione italiana Post-Punk 1978-1984, ISBN), Simon Reynolds dedica al fenomeno la miseria di una riga e mezzo, liquidandolo con un sintetico “Il Paisley Undeground losangelino, con band retro-psichedeliche come i Dream Syndicate e i Rain Parade”, giudicandolo evidentemente meno importante di gruppi fondamentali come i Frankie Goes To Hollywood. Un po’ snob, ma essendo il grande critico che è si fa perdonare con una considerazione illuminante sul virus “rétro” che aveva colto la musica alternativa in quel periodo. “Certo, la musica degli anni Sessanta possedeva particolari qualità – apertura cosmica, abbandono dionisiaco, una certa libertà esecutiva – che la rendevano appetibile e rinvigorente per chi usciva da un lungo periodo di musica rigida, iperrazionale e concettuale. Dopo le demistificazioni post-punk e lo schematismo ‘new pop’, era un sollievo riascoltare musica radicata nella soggezione mistica e nell’abbandono trasognato. Il post-punk aveva messo al bando ampi settori della musica, bocciati perché troppo sballati, troppo eccessivi, troppo pirotecnici. Scoprire la possibilità di godersi un assolo di Jimi Hendrix fu un’esaltante rivelazione: il brividio del frutto proibito”. Non solo nostalgico revivalismo, quindi. Il ritorno di interesse verso i Sixties, sorto a cavallo tra Settanta e Ottanta anche in seguito ad avvenimenti casuali e molto diversi tra loro (il decennale di Woodstock, la pubblicazione della biografia di Jim Morrison No One Here Gets Out Alive, la fiammata neo-mod seguita al film Quadrophenia, la morte di John Lennon) si era instillato nella visione musicale nei gruppi della seconda generazione post-punk, soprattutto in California: dagli X ai Blasters, dai Flesheaters di quel personaggio incredibile chiamato Chris D (produttore tra le altre cose di The Day Of Wine And Roses) ai Gun Club, dai Wall of Voodoo al…Paisley Underground. Una forma di reazione, come sostiene acutamente Reynolds, ma anche un riappropriarsi del passato per guardare avanti, come dicevano qualche riga più su Wynn e Tolman. Senza bisogno di “demistificare” alcunché o di ricorrere a sterili provocazioni concettuali. A riascoltare molti dei dischi di quegli anni, e in particolare quelli delle Paisley-band, si respira ancora oggi un’aria di gentile serenità, di voglia di (ri)costruire sulle macerie che non mitiga affatto il fremito elettrico e giovanile che li attraversa. E con una certa eleganza formale che non contrastava affatto con le radici punk di quasi tutti i musicisti coinvolti.

 

I primi e forse più significativi album del Paisley Underground, quelli usciti tra il 1982 e il 1983, manifestano tutti questo tentativo di unire opposti inconciliabili, ed è perciò che suonano ancora freschi, vitali, emozionanti. Per i Long Ryders del mini 10-5-60 e di Native Sons erano i “Clash mischiati con i Buffalo Springfield”; per i True West di Hollywood Holiday un tentativo di “garage-jazz, una musica chitarristica che traesse spunto dai Television come dai Quicksilver Messenger Service”; per i Dream Syndicate del mini omonimo e di The Days Of Wine And Roses le suggestioni velvettiane unite alla furia del punk; per i Green On Red dell’ep Two Bibles e di Gravity Talks le nuova visione del roots-rock alla X/Gun Club miscelate a memorie Doors; per i Rain Parade di Emergency Third Rail Power Trip il raga-rock byrdsiano speziato di wave (e con inconsapevoli prodromi di dream-pop e shoegazing a venire). Persino le Bangles, che nel loro esordio sulla lunga distanza All Over The Place coverizzavano sia i Merry-Go-Round che Kimberly Rew dei Soft Boys, cercavano un punto di contatto tra i ’60 dei Mamas And Papas e le nuove istanze pop degli ‘80. Ciò che è importante notare è che la neopsichedelia, quando c’è, è spogliata di qualsiasi rimasuglio freak e si rifà comunque alla tradizione della California del sud. Se lo stile di vita comunitario e solidale poteva ricordare vaghissimamente la San Francisco hippy, non vi è traccia alcuna di essa nella musica (tolti forse i Moby Grape, l’unica band di Frisco adorata indistintamente da tutti).
Al di là della musica, le radici culturali dei gruppi Paisley erano tutt’altro che banali, con riferimenti letterari e cinematografici che andavano dal beat degli anni ’50 all’hard-boiled, dall’Hollywood dei tempi d’oro all’immaginario western. Influenze smascherate già dai nomi delle band e dai titoli di dischi e canzoni. Days Of Wine And Roses era un film di Blake Edwards con Jack Lemmon e Lee Remick, The Lost Weekend (Giorni perduti) un indimenticabile Billy Wilder del ’45 che (come il precedente) parla di alcolismo, Long Riders (I cavalieri dalle lunghe ombre) un western crepuscolare di Walter Hill, True West una delle prime commedie di Sam Shepard. L’indizio forse più rivelatorio di tutti è il brano Songs For The Dreamers, dall’album del “supergruppo Paisley” Danny & Dusty, nel quale si citano Pearl S. Buck, Jackie Kennedy, Jim Thompson, Count Basie, Raymond Chandler. Nostalgia, anche in questo caso?

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“..I can lose everything, in a minute or two…” (Dream Syndicate, When You Smile)

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Volendo continuare a baloccarsi, un po’perversamente, con il parallelo tra anni Ottanta e Sessanta, si potrebbe dire che se il biennio 1982-83 è paragonabile mutatis mutandis al 1965-66 – si pongono le basi, si esce allo scoperto tutti assieme con dischi belli e fondanti -, il 1984 e il 1985 sono stati invece il mitico ’67 del Paisley. Il periodo, breve ma intensissimo, in cui si consolida il fenomeno e si raccolgono i primi frutti. Ma anche quello in cui si viene cannibalizzati dalla stampa e dal business, si attirano imitatori e si innescano i presupposti del declino. In quei due anni escono ancora album favolosi (Medicine Show dei Dream Syndicate, State of Our Union dei Long Ryders, Gas Food Lodging dei Green On Red) o comunque più che dignitosi nonostante turbolenze nelle line-up e problemi di varia natura (Explosions In the Glass Palace dei Rain Parade, Drifters dei True West, Arrive Without Travelling dei Three O’ Clock). Ci si permette anche di auto-celebrarsi, con un paio di opere collettive che fungono da veri e propri manifesti dei due aspetti della sensibilità Paisley: quella più incline al torpore lisergico e al culto delle memorie (Rainy Day, una “gita al faro” al suono di canzoni di Hendrix, Who, Velvet, Byrds, Beach Boys, Big Star ecc.) e quella più rude, roots e mondana (il pluricitato The Lost Weekend di Danny & Dusty, ovvero Stuart & Wynn più Long Ryders, Dream Syndicate e Green On Red vari). Il secondo è forse il disco più amato, retrospettivamente, dai reduci del movimento. Persino Tolman, che non vi partecipò, lo ritiene il suo preferito: “un lampo di innocenza, un gruppo di amici che si divertono a suonare insieme solo per il piacere di farlo”. Wynn e Griffin sostengono di averci lasciato il cuore, su quei solchi, ma di non aver troppi ricordi delle session a causa dei “fiumi di alcol che scorrevano”.
È forse qui l’apice della parabola Paisley, termine che nel frattempo ingloba diversi altri gruppi più o meno legati al nucleo originario: da precursori ancora attivi come Last e Droogs ai duri Leaving Trains, dai Naked Prey dell’ex Serfers Van Christian ai Blood On the Saddle che vedono in formazione la cantante Annette Zilinskas già bassista nelle Bangs, dai Romans allo stralunato e geniale popparolo Scott Miller con i suoi Game Theory. Qualcosa però stava cominciando a sfaldarsi. Secondo Wynn “il movimento si dissolse quando iniziammo ad andare in tour tutti quanti. Seconda metà del 1983, più o meno. La cosa sfuggiva dalle nostre mani e diventava proprietà del mondo. Non c’era nulla di male in questo, ma come in tutti i casi in cui aumentano le responsabilità e gli impegni, finisci col perdere lentamente i contatti con gli amici con cui sei cresciuto”.
Iniziano le defezioni e le scissioni. Tolman lascia i True West dopo Drifters, Roback molla i Rain Parade prima di Explosions In The Glass Palace, Precoda se ne va dai Dream Syndicate dopo aver marchiato a fuoco con la sua chitarra Medicine Show. Kendra Smith aveva salutato la band addirittura prima, insofferente dei ritmi crescenti imposti dal music business e desiderosa di seguire la sua idea di psichedelia libera, influenzata più dai Can o da Terry Riley che dal rock tradizionale verso cui si indirizzava sempre più il movimento. Proverà a cercarla nei Clay Allison e poi nei meravigliosi Opal, insieme a Roback. Ma c’erano anche altri fattori negativi in gioco. Ad esempio il bacio mortale delle major. I gruppi Paisley sono i primi, tra i portabandiera del rock indipendente, a finire su grandi etichette – A&M per i Dream Syndicate, Island per Long Ryders e poi Rain Parade, Parlophone per i Green On Red a partire da No Free Lunch; solo i True West rimarranno al palo – precedendo di qualche anno i tanto commentati “cambi di casacca” di Husker Du, R.E.M. e Sonic Youth. Durerà poco, e sarà disastroso per tutti. La differenza tra il prima e il dopo sta tutta in queste parole di Wynn: “Per fare Days Of Wine And Roses, tra incisione e missaggio ci abbiamo messo tre notti. Per registrare Medicine Show, sei mesi”.
In quel periodo, comunque, il Paisley sbarca in Europa – l’”American Invasion of 85”, secondo la definizione velatamente ironica dei giornali britannici – dove li accoglie una rete di fan ricettiva quanto e forse più che negli States. Grazie anche al supporto di fanzine interamente dedicate alla causa del nuovo rock chitarristico come la francese Nineteen e soprattutto l’inglese Bucketfull Of Brains, che seguì maniacalmente l’evoluzione del fenomeno, tanto che nomi di giornalisti come Nigel Cross, Jon Storey e l’ubiquo Jud Cost sono rimasti nella memoria degli appassionati quasi quanto quelli di Dan Stuart o Karl Precoda. In Italia, una volta tanto, non fummo da meno: la stampa musicale specializzata (Mucchio Selvaggio, Rockerilla, Buscadero) riservò sempre molto spazio alla neopsichedelia in generale e al Paisley in particolare, e addirittura il più maistream Rockstar gli dedicò uno special in un numero del marzo 1985.

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Griffin: “Suonare in Europa fu un’esperienza magnifica. La maggior parte di noi non ci aveva mai messo piede prima di allora. Molti di coloro che vennero a quei concerti non hanno mai smesso di seguirci. Purtroppo in Inghilterra i Long Ryders erano solo la seconda indie band più popolare, dato che c’erano sempre gli Smiths tra le palle”. Ciò che alle platee europee – Italia compresa – sembrò un movimento compatto si stava in realtà sgretolando.
Il 1986 e il 1987 sono gli anni in cui la china si fa verticale. I Dream Syndicate rimangono senza contratto e sono sul punto di sciogliersi, poi con l’entrata del chitarrista Paul B. Cutler e del bassista Mark Walton pubblicano un disco mediocre come Out Of The Grey (nonostante la presenza di un inno come Boston) e nel 1988 il più solido Ghost Stories, dopo il quale sciolgono le fila. I True West e i Rain Parade si dissolvono ancora prima, mentre i Green on Red continueranno fino a metà anni 90 lungo la strada di un rock sempre più tradizionale e sempre meno ispirato. Il sodalizio tra Sid Griffin e Stephen McCarthy si interrompe invece bruscamente nel 1987, appena terminato quello che rimarrà l’ultimo album di studio dei Long Ryders, il piacevole Two Fisted Tales. E il vecchio Michael Quercio? Lui finisce addirittura – una nemesi! – alla Paisley Park, regno privato di quel Prince che intanto aveva firmato sotto pseudonimo Manic Monday, il pezzo che rese le Bangles delle star. L’unico caso in cui il Paisley diventò “Overground”. Era del resto scritto nel loro destino: le brave ragazze vanno in paradiso, quelle cattive vanno dappertutto, ma quelle carine di sicuro vanno in classifica. L’ultimo grande disco del movimento lo firmano nel 1987 gli Opal, con Happy Nightmare Baby. Nella primavera dell’88, le sparute truppe di fanatici del Paisley si riuniscono per andarli a vedere durante il loro tour italiano. Sul palco con Roback non c’è Kendra Smith, ma una sorta di Nastassja Kinski californiana di nome Hope Sandoval. Sono nati i Mazzy Star. In compenso è finito tutto il resto. Ma c’è ancora tempo per un un ultimo hurrà. Nel 1989, a band ormai sciolta, esce Live At Raji’s dei Dream Syndicate: è il Paisley che svanisce tra il crepitare di chitarre mai così elettriche, libere, devastanti, in un finale di partita di una bellezza quasi straziante. Un concerto che è Last Waltz e Happy Trails e Kick Out The Jams e Live At The Max’s e i Pistols al Winterland e tutto ciò che ci scaldava le viscere e il cuore. Non mi vergogno nel dire che è il mio disco dal vivo preferito di ogni tempo e di ogni genere musicale, nonché quello che consiglierei a un amico per capire cos’è stato il Paisley Underground.

RAINY DAYS, DREAM AWAY
Guardandomi indietro, credo che quei giorni siano stati il periodo più bello della mia vita. Perché? Ma per la più egoistica delle ragioni: perché ero giovane. Lo eravamo tutti”. (Matthew Broderick in Biloxi Blues, 1988)

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(Kendra Smith e David Roback, 1985)

Non ci fu una Woodstock per il Paisley. Grazie a dio, neanche una Altamont. Nessun dramma (a parte la scomparsa prematura del bassista dei True West, Kevin Staydohar), nessuna amicizia tradita. I protagonisti di allora hanno continuato a fare musica, in molti casi eccellente, ritrovandosi di tanto in tanto. Mantenendo a modo loro un legame che in fondo è indissolubile, quello tra vecchi compagni d’armi in una guerra mai iniziata, e che comunque avrebbero perso. O forse no. Lasciamo l’ultimo ricordo a Steve Wynn: “Non posso che avere una percezione meravigliosa di quegli anni. Si bruciò tutto in breve tempo, ma era eccitante essere giovani, ascoltare il master del tuo primo disco, andare in tour per la prima volta, vedere che altre band che amavi e che erano formate da tuoi amici stavano vivendo le stesse esperienze. Il brivido della scoperta, la sensazione che niente può andare storto erano davvero intossicanti. E credo che ciò che facemmo allora, insieme ad altre band in altre città allo stesso tempo, aprì realmente la strada a quello che poi sarebbe diventato l’indie-rock.”
Nelle prime pagine di Our band could be your life, fondamentale storia del rock americano indipendente degli anni 80, l’autore Michael Azerrad ricorda il commento della giornalista Gina Arnold quando i Nirvana di Nevermind cacciarono a pedate Michael Jackson dal numero uno di Billboard. Solo una frase: “Abbiamo vinto”. Una piccola parte di merito per quella vittoria (effimera, ma tant’è) spetta anche a quei bravi ragazzi e quelle brave ragazze del Paisley Underground. A quelle band che, anche solo per un attimo, sono state davvero la nostra vita.

Grazie infinite per la disponibilità a Sid Griffin, Russ Tolman e Steve Wynn.

In memoria di Giorgio Borri, cuore paisley.

(originariamente pubblicato su Mucchio Extra n. 27, autunno 2007)

PaisleyUnderground

 

Paisley Underground: 20 dischi (1982-1987)

DREAM SYNDICATE – The Day Before Wine And Roses (Normal, 1994)
Il Paisley allo stato nascente. Come indica il gioco di parole del titolo, siamo a ridosso dell’esordio dei Dream Syndicate. 5 settembre 1982: negli studi ZZZ di North Hollywood, al cospetto di un pubblico esiguo ma selezionato (presente lo stato generale del movimento, dai Rain Parade ai Green On Red alle Bangles, ma anche i R.E.M in visita di cortesia), Steve Wynn e compagni regalano alla radio KPFK un’anteprima anfetaminica e splendidamente psichedelica di ciò che verrà. Suoni crudi e taglienti come si conviene a quattro ventenni fomentati dall’aver appena finito il loro primo disco, con il punk dietro l’angolo e l’estasi lisergica a un passo. L’”underground” più che paisley è vellutato, come dimostra la narcotica Some Kinda Itch, il noise pronto a deflagrare di That’s What You Always Say e una John Coltrane Stereo Blues in embrione (intitolata Open Hour) che si contorce all’ombra di Sister Ray. Per tacere delle cover allucinate di Mr. Soul (Buffalo Springfield), Outlaw Blues (Dylan) e Season Of The Witch (Donovan), e del chitarrismo tanto rozzo quanto visionario del magnifico Karl Precoda.

THREE O’ CLOCK – Baroque Hoedown (Frontier, 1982)
Il vaso di coccio del movimento? In molti lo consideravano tale, il buon Michael Quercio. Forse perché troppo delicato e sognatore per quei tempi rudi – ehi, si stava facendo una rivoluzione, o almeno si credeva di farla -, forse perché la sua vocina efebica era la prova lampante che il punk dalle sue parti non era mai passato, lasciandolo lì a crogiolarsi in cameretta con le sue fantasie sul Sunset Strip del ’66. In realtà il ragazzo meritava rispetto, e non solo perché in fin dei conti il Paisley Underground lo aveva battezzato lui. Questo delizioso ep prodotto da Earle Mankey, uno che stava negli Sparks, fu a modo suo fondamentale per la scena che stava andando a crearsi, rappresentandone l’ala innocente e delicata, devota al sixties pop più frivolo (per esempio quello degli Easybeats, dei quali si riprende Sorry), così come alle tintinnanti vestigia byrdsiane. E con tanto, tanto, tanto ammmore: a chi non farebbero girare la testa una Cantaloupe Girlfriend o una Marjorie (Tells Me) come quelle cantate da Quercio? Poco a poco la melassa prenderà il sopravvento, ma il successivo Sixteen Tambourines è ancora essenziale.

DREAM SYNDICATE – The Days Of Wine And Roses (Ruby, 1982)
La prima pietra miliare del Paisley. Registrato nel giro di tre giorni sotto la supervisione del luminare punk-roots Chris D (che aveva appena girato le manopole per i Gun Club e i Misfits, e si sente), l’album cattura con una vividezza straordinaria l’entusiasmo di quei giorni, mantenendosi venticinque anni dopo ancora inebriante come il buon vino e profumato come un mazzo di rose. Dall’attacco jangle di Tell Me When It’s Over al delirio che chiude in un vortice di eletticità e feedback la title track (hardcore dal volto umano?), The Days of Wine And Roses è un fluire irrefrenabile di emozioni. Proprio quei brividi che si credeva le chitarre non potessero più innescare, all’alba degli anni 80. Ci sono i Crazy Horse, ci sono i soliti irrinunciabili Velvet (When You Smile), ma a ben guardare si scorgono pure i Fall e i Sex Pistols, nonché un basso tondo di scuola post-punk a coprire le fughe in avanti delle sei corde. Quello che manca è un attimo di respiro: Halloween, Until Lately, Definitely Clean trasmettono una positiva, adolescenziale voglia di perdersi nel rumore, e solo la voce di Kendra Smith in Too Little, Too Late rallenta il tiro. Che disco, che canzoni. Non a caso Steve Wynn se le porta in tasca da un quarto di secolo. Nella ristampa Rhino del 2001 si trova anche il primo ep omonimo e il 45 giri dei 15 Minutes, con la versione grezza di That’s What You Always Say e Last Chance For You.

TRUE WEST – Hollywood Holiday Revisited (Atavistic, 2007)
Altro caposaldo, questo. I True West di Russ Tolman erano, tra gli alfieri del movimento, quelli che forse sapevano coniugare al meglio fisicità e poesia, muscolatura rock e mente libera, gli angoli bui della città e gli orizzonti imprendibili del deserto. Simili, in questo, forse più ai concittadini Thin White Rope che agli amichetti paisley di Los Angeles, con i quali tuttavia condivisero in pieno luoghi, tempi, concerti, buone e cattive vibrazioni. Del tutto singolare, comunque, la sintesi di influenze che animava gli insistiti fraseggi psichedelici della band, nonostante il nome la più “inglese” del lotto. Formidabili davvero, le canzoni dell’esordio Hollywood Holiday: roba che teletrasporta i Pink Floyd dell’Ufo Club nello smog delle notti californiane, e non solo per la cover – molto simile all’originale, complice la voce barrettiana di Gavin Blair – di Lucifer Sam. Ma sono dei Floyd passati al setaccio dei Television (Tom Verlaine avrebbe dovuto produrre il secondo album, ma si defilò subito) e degli Stooges (I’m Not Here è una 1969 riveduta, corretta e inacidita), filtrati da una sensibilità vagamente crepuscolare capace tuttavia di librarsi altissima (la splendida And Then The Rain). Ottimo, benché meno febbrile, anche il successivo Drifters. Questa freschissima ristampa contiene entrambi, insieme ai tre demo incisi con lo schizzinoso Verlaine.

UNCLAIMED – The Unclaimed (Hysteria, 1983)
Facciamo un salto in garage. Genere non molto frequentato dalle band del Paisley, nonostante l’innegabile contiguità con i cugini neo-Sixties che proprio nello stesso periodo stavano impazzando a est (Fuzztones, Chesterfield Kings, Fleshtones) e a ovest (Miracle Workers, Morlocks). Benché la venerazione per i ‘60 li accomunasse, l’attitudine dei gruppi Paisley non aveva i tratti ossessivi dei “garagisti”. Gli Unclaimed di Shelley Ganz sono forse l’unica band che stava a cavallo tra i due ambienti, anche se più per ragioni di “albero di famiglia” (Sid Griffin aveva militato nella primissima formazione) che eminentemente musicali. Il calendario di Ganz, strana figura di monomaniaco, come si evince da questo mini-lp è fermo al ’66. Massimo, toh, al gennaio del ’67. Sei brani comunque molto divertenti, tra Chocolate Watchband, Castaways, frat-rock e pure un goccio di exotica. Da ricordare soprattutto Lost Trails, anche perché darà il nome a una leggendaria fanzine di casa nostra.

RAIN PARADE – Emergency Third Rail Power Trip (Enigma, 1983)
Dove portavano quelle mongolfiere ritratte in copertina? Ma che domanda: otto miglia in alto, dritto nella quinta dimensione. Non c’era alcun dubbio allora e non c’è adesso alla prova del riascolto: sono i Byrds del ’66-’67 i numi tutelari di questo esordio dei Rain Parade. I Byrds che si erano lasciati alle spalle il folk-rock e che, prima di scoprire il country, per un anno o poco più sognano un Oriente dell’anima a tempo di raga-rock e psichedelia. Se c’è un disco Paisley capace di far sognare, in effetti, è proprio questo. Un incantesimo gentile, un profluvio di essenze e aromi che irretisce benevolmente la volontà, ottunde i sensi, appaga il desiderio di fuga verso un altrove inesistente e tuttavia continuamente agognato. Talking In My Sleep, What She’s Done To Your Mind, Kaleidoscope, This Can’t Be Today: i titoli parlano da soli. La musica è allo stesso tempo tramite e conseguenza (com’era quella frase? taking drugs to make music to take drugs to? ecco, appunto…) di uno stato narcotico, non importa se indotto o naturale. Le voci vellutate, gli intrecci rigogliosi di chitarra, il violino di Will Glenn, le melodie avvolgenti: tutto rende questo album un’esperienza sensoriale unica e caleidoscopica. Non siamo poi tanto distanti da quel che David Roback farà anni dopo con i Mazzy Star. E ancor più vicini sono i Clay Allison/ Opal: l’annuncio della nuova band è nella voce di Kendra Smith, ospite in This Can’t Be Today.

GREEN ON RED – Gravity Talks (Slash, 1983)
Tutta un’altra dimensione, invece, quella dei Green On Red. Più terrena, aspra, molto meno disposta alle fughe verso colorati paradisi lisergici. Non inganni l’onnipresente organo di Chris Cacavas: è vero che con quel tappeto continuo sotto i piedi le canzoni possono ricordare i Doors e più ancora i Seeds, ma sono piedi sporchi di polvere e di scarpinate on the road. La mitologia personale di Dan Stuart ha più a che fare con Faulkner; Steinbeck e Dos Passos che con Ginsberg o Burroughs, anche se la sua tendenza all’osservazione del sociale, leggermente venata di romanticismo populista – tipica dell’americano di sinistra: si pensi a un John Fogerty, per dire uno dei modelli (inizialmente non dichiarati) di Stuart – si accentuerà a partire dai lavori successivi. Psichedelia o no, comunque, le canzoni di questo esordio lasciano un segno indelebile: profonde e ipnotiche come gli intrecci di chitarre e tastiere, espressive e alcoliche come la voce del leader, letterarie e cinematografiche come i loro titoli (Brave Generation, 5 Easy Pieces, Abigail’s Ghost). Su tutti, due brani che danno l’idea degli estremi tra i quali si muove il suono dei Green On Red: Cheap Wine (se ne ricorderà qualcuno anche in Italia) e Narcolepsy.

AA.VV. – Rainy Day (Rough Trade, 1983)
Il vero dazebao della sensibilità Paisley. Un manifesto sussurato, una wonderland pastorale dove tutto – la musica, le parole, i ricordi – possiede i colori sfumati dell’autunno. Niente più, in fondo, che un gruppo di amici (membri di Dream Syndicate, Three O’ Clock, Rain Parade, Bangles) che omaggiano un passato mitico e nel contempo fanno i conti con le loro ossessioni. Disco di una semplicità estrema, Rainy Day, ma dalla seduzione e dal potere incantatorio incredibili (e, purtroppo, anche un po’ difficile da trovare oggidì). Fa sorridere, e intenerisce, ascoltare la voce da ragazzina di Susanna Hoffs confrontarsi con lo spettro di Nico nella dylaniana I’ll Keep it With Mine e nella velvettiana I’ll Be Your Mirror, così come commuove quella più profonda di Kendra Smith che in un indovinato gioco delle parti si misura con Alex Chilton (Holocaust, che anticipa di un anno la rilettura dei This Mortal Coil) e Neil Young (Flying On The Ground Is Wrong). Ma tutti sono a loro agio, l’atmosfera è quella giocosa del giorno di vacanza: e così ecco Michael Quercio destreggiarsi perfettamente con John Riley dei Byrds e Sloop John B dei Beach Boys, mentre David Roback lasciare andare la chitarra alle morbide divagazioni hendrixiane di Rainy Day, Dream Away. Una giornata uggiosa, sì. Ma indimenticabile.

LONG RYDERS – Native Sons (Frontier, 1984)
Non ci avevano neanche provato, i Long Ryders, a spacciarsi per psichedelici. Il massimo della concessione all’iconografia Paisley era la camicia indossata dal bassista Des Brewer sulla copertina del mini-lp 10-5-60 (contenuto nelle successive ristampe di Native Sons). Certo, erano amici, anzi fratelli di sangue, di quei bravi ragazzi di Wynn, Roback, Tolman, Precoda ecc., ma la vicinanza era puramente affettiva, non musicale. Decisamente più affine la visione tradizionalista di compadre Dan Stuart e dei suoi Green On Red; eppure, nell’esordio della band di Sid Griffin e Stephen McCarthy non si avverte neanche l’ombra delle trame ipnotiche che si agitavano sul muro di Gravity Talks. La loro musica carbura con le anfetamine e non con l’acido, il terreno di battaglia è il country-rock puro e semplice. Corretto quel tanto dalle ascendenze punk di Griffin, ma senza esagerare. La foto della cover dice già tutto: evviva i Byrds di Sweetheart Of The Rodeo (è la voce di Gene Clark a guidare la bellissima Ivory Tower) evviva i Flying Burrito Brothers di papà Gram Parsons (il produttore è lo stesso dei loro dischi), ma soprattutto triplo hurrà per i Buffalo Springfield, dei quali si “coverizza” la copertina del mitico bootleg Stampede. Quante volte si saranno ascoltati questo disco, Jeff Tweedy e Jay Farrar?

LEAVING TRAINS – Well Down Blue Highway (Enigma, 1984)
Per il Paisley sono transitati anche personaggi che passavano di lì e visto che non avevano niente da fare si sono accodati, ma che con lo spirito del movimento avevano poco in comune. Uno di questi è “Fallin” James Moreland, cazzutissimo boss dei Leaving Trains. Radici punk che affondano all’immediato post-’77, forma i Downers con David Roback (eccola qui la connessione “paisleyana”) e successivamente i Leaving Trains, con i fratelli Hofer (Tom al basso, Manfred alla chitarra) e l’affascinante e misteriosa tastierista Sylvia Juncosa (poi nei To Damascus e per un brevissimo periodo nei Clay Allison). In questo primo album della band, Moreland – che intanto ha sposato un’allora sconosciuta cantante punk chiamata Courtney Love – cerca volonterosamente l’allineamento con le traiettorie psych della scena, tenendo a freno l’istinto da rocker puro e duro. I risultati sono notevoli, ma tempo un paio di anni e i Leaving Trains passeranno alla Sst dando libero sfogo, in album come Kill Tunes e Fuck, all’istinto animalesco del loro leader.

BANGLES – All Over The Place (Columbia, 1984)
Ah, le Bangles! Arduo trovare un lato glamour del Paisley, ma se c’era stava tutto nei visini, nelle minigonne, nelle acconciature tragicamente anni 80 di Susanna Hoffs e colleghe. Molto più vintage quelle della Rickenbacker che sorella Suzie tiene in grembo sulla copertina di questo esordio. Anche la musica, del resto, è invecchiata meglio del look. Il pop, questo genere di pop, non ha data di scadenza: va bene nel 2007 come nell’84 o nel ’67. E benché sul successo mainstream del quartetto avrebbe scommesso chiunque (rimanga tra noi: Different Light, quello con le famigerate Manic Monday e Walk Like An Egyptian, è ancora un gran bel dischetto) le ragazze facevano di tutto per farci capire che erano cresciute con il rock’n’roll. Le Bananarama, per dire, non suonavano certo cover di Emitt Rhodes (Live) o di Kimberley Rew dei Soft Boys (Going Down To Liverpool). E pure l’energia di Hero Takes A Fall (dedicata a Steve Wynn da una avvelenata Hoffs), il powerpop di All About You e Dover Beach e i vocalizzi da beach girls della barocca More Than Meets The Eye ci assicuravano che le Bangles erano dei nostri, nonostante il coiffeur. La via di mezzo tra i Mamas & Papas e le Go-Go’s, tra Riot On Sunset Strip e Cercasi Susan disperatamente.

DREAM SYNDICATE – Medicine Show (A&M, 1984)
Centocinquantanove dollari e novantanove centesimi. È questa la valutazione, secondo l’All Music Guide, di Medicine Show nella ristampa in cd pubblicata dalla A&M agli inizi degli anni ’90 (cui era abbinato anche il successivo mini dal vivo This Is Not The New Dream Syndicate Album… Live!). Per poco meno di un terzo del prezzo, sbattendosi un po’, ci si mette in casa il vinile originale. Pleonastico, quindi, dire che questo disco si deve ascoltare sul sacro supporto, non fosse altro che ascoltarlo diversamente è impossibile. L’irriperibilità del capolavoro dei Dream Syndicate danna l’anima di Steve Wynn da anni, ma paradossalmente può avere contribuito a forgiarne lo status quasi mitico. Ma no, cazzate. Basta la musica ad assicurare qualcosa che assomiglia all’immortalità a canzoni come Bullet With My Nome On It e Merrittville, Still Holding On To You e Daddy’s Girl, l’epica title-track e la jam infinita di John Coltrane Stereo Blues (ispirata, più che dal jazz, dalla Butterfield Blues Band di East/West). Medicine Show è uno di quei dischi che incroci una volta e te lo porti dietro per sempre: you can feel it in your heart/feel it in your soul/feel it go around/till you lose control…don’t you feel it burn?, proprio come canta Steve in una delle sue canzoni più belle di sempre. E dire che all’epoca ci fu chi si lamentò per la svolta rock bollata come “springsteeniana” (vero, ma c’erano anche i Crazy Horse, i Quicksilver, Lou Reed), chi non sopportava il piano di Tommy Zvonchek, chi lanciava strali all’indirizzo del produttore Sandy Pearlman (“quello che aveva già rovinato i Clash!”). Poveretti. Andate alla caccia di questo disco, e se già lo avete mettetelo su. Adesso. Non lo sentite bruciare?

OPAL – Early Recordings (Serpent/Rough Trade, 1989)
Il lascito discografico a 33 giri degli Opal, il progetto messo in piedi da Kendra Smith e Dave Roback dopo le rispettive uscite da Dream Syndicate e Rain Parade, si limita al superbo Happy Nightmare Baby (vedere qualche riga più sotto), ma per completare il quadro è essenziale anche questa raccolta della Rough Trade, pubblicata quando Kendra si era ritirata chissà dove e il gruppo si era già trasformato in Mazzy Star. L’album riunisce i singoli e gli ep, più altre canzoni inedite, incise prima dell’esordio sulla lunga distanza (alcune sotto la denominazione Clay Allison). Con un po’ di elettricità in meno, siamo sugli stessi, altissimi livelli. Psichedelia mistica che ipnotizza senza scampo (Fell From The Sun, meravigliosa), romanticismo acid-folk e languori acustici (Strange Delight, Empty Box Blues), ballate dark ferme a una invisibile frontiera tra Oriente e Occidente (Lullabye, Brigit On Sunday). Incantevole.

RAIN PARADE – Explosions In the Glass Palace (Enigma, 1984)
Come avevano reagito, nel frattempo, i Rain Parade alla dipartita del loro chitarrista principe? Con l’arruolamento dell’eccellente John Thoman e con uno scatto d’orgoglio, destinato tuttavia a esaurirsi in fretta. Explosions In the Glass Palace dura poco più di una ventina di minuti, ma è l’ultimo scampolo di magia regalato dalla band, prima di un live raffazzonato, un terzo album ricco in fatto di budget (approdano anche loro, come i Long Ryders, alla Island) ma poverissimo di idee quale Crashing Dream, e infine il dissolversi e disperdersi in altri progetti. Il ricordo di un gruppo fantastico durato troppo poco resta perciò appigliato alle malìe di Emergency…, ma canzoni come You Are My Friend, Blue e l’esotica No Easy Way Down non hanno nulla da invidiare, con i loro intarsi chitarristici, a quelle dell’esordio.

GREEN ON RED – Gas Food Lodging (Enigma, 1985)
Paradossale a ripensarci, ma l’unica elemento in comune tra la California dei ’60 e l’America di vent’anni dopo aveva un nome e cognome ben preciso: Ronald Reagan. Governatore dello stato californiano nei sixties, presidente degli Usa negli ’80. Era tutta lì, l’eredità dei favolosi anni Sessanta? In un vecchio ex-attore ultraliberista e destrorso? Dan Stuart è il primo a rendersi conto che le nostalgie della summer of love non sono certo il mezzo più idoneo per raccontare una realtà come quella degli States, fatta di impoverimento delle classi medie, reaganomics imperanti e cinismo ai massimi storici. Via le camiciole paisley, allora, e diamoci dentro con un rock proletario e diretto, sulle orme dei Fogerty e degli Springsteen. Gas Food Lodging è un tentativo di trasporre in musica l’epos americano della strada, dei misfits, della solidarietà tra reietti. Qualcuno la chiamò normalizzazione, ma cavalcate appassionanti come That’s What Dreams Are Made For, Sea Of Cortez, Easy Way Out e Sea Of Cortez picchiano ancora duro, grazie anche alla chitarra senza fronzoli del nuovo arrivato Chuck Prophet. L’adesione ai canoni tradizionalisti verrà poi formalizzato, nello stesso 1985, da No Free Lunch, primo disco su major.

DANNY & DUSTY – The Lost Weekend (A&M, 1985)
Venite tutti, voi perdenti e sognatori, fuorilegge e ubriaconi: venite qua al bancone, stasera offrono Danny e Dusty. Frutto di una jam-session ad alto tasso alcolico durata, per l’appunto, un intero weekend, questo disco vede all’opera una sorta di dream-team del Paisley Undeground: ci sono Dan Stuart (Danny) e Steve Wynn (Dusty), Chris Cacavas, Dennis Duck e tre quarti dei Long Ryders. Se Rainy Day era stato il manifesto dell’anima trasognata e psych del movimento, Lost Weekend nè è il contraltare debosciato e rock’n’roll. I modelli, qui, sono la Rolling Thunder Revue (non a caso si riprende la dylaniana Knockin’ On Heaven’s Door) oppure la fiesta tex-mex di album come Doug Sahm & Friends. Buttate giù senza grosse pretese, ballate come Song For The Dreamers e The Word Is Out funzionano proprio per la loro divertita spontaneità, ed è impossibile non farsi trascinare sul pavimento da inni per avvinazzati come Baby, We All Gotta Go Down. American music al suo (sgangherato) meglio. Ventidue anni dopo, inaspetttamente, Danny & Dusty si ritroveranno al bancone del bar. Con un nuovo disco, seguito da un tour e un live.

LONG RYDERS – State of Our Union (Island, 1985)
Lo “stato dell’unione” visto da un quartetto di rockettari, con Gram Parsons e Neil Young come guide ideologiche. Tematicamente simile a Gas Food Lodging dei Green On Red, l’esordio su major vede i Long Ryders impegnati a ripassare la lezione del country-rock e i ricordi dell’”american cosmic music”, mentre al contempo lanciano uno sguardo critico alla situazione sociale del loro paese. Good Times Tomorrow, Hard Times Today, dice il titolo di un pezzo: c’è la consapevolezza che si vivono tempi grami, che il patriottismo serve solo a mascherare porcherie in giro per il mondo (Capturing The Flag), che il potere d’acquisto si è dissolto (You Just Can’t Ride The Boxcars Anymore), ma l’onda lunga dei sixties, in questo caso, oltre che lambire le chitarre porta con sé anche una punta l’ottimismo: domani sarà meglio. Il passato serve invece a Griffin e McCarthy come metafora del presente nell’intensa Years Long Ago e nel singolo Lookin’ For Lewis And Clark. Quest’ultima rappresenta forse i cinque minuti migliori dei Long Ryders, con quel fischio iniziale, quel riff e quel “Louie Louie Louie Lu” che riesce a rendere rock’n’roll persino un esploratore ottocentesco.

GAME THEORY – Big Shot Chronicles (Rational, 1986)
Il Paisley non era tutto bolle di sapone psichedeliche e ruvido roots-rock da veri uomini. Tra i tasselli che componevano il mosaico c’era, immancabile, anche quello del power-pop. L’interprete più convinto della lezione di Badfinger e Big Star era Scott Miller, un tipo sfuggente che sotto una massa di capelli alla Jesus & Mary Chain celava idee melodiche di prim’ordine. Voce delicata e una certa propensione per il folk-pop più zuccheroso (non a caso è pappa e ciccia con Michael Quercio dei Three O’ Clock, che produce uno dei primi ep dei Game Theory e col quale collaborerà a lungo in futuro), tuttaiva sapeva anche velocizzare i tempi e alzare il tiro delle chitarre quando era il caso. Big Shot Chronicles, secondo album di una formazione nella quale Miller fa da padre e padrone, è opera che sta al limitare del Paisley – senza saperlo, ha più a che fare con i Sebadoh e i Guided By Voices di dieci anni dopo – ma si fa ricordare per squisiti bigné pop come Erica’s Word e Crash Into June.

NAKED PREY – Under The Blue Marlin (Frontier, 1986)
Cugini sfigati dei Green on Red, i Naked Prey erano la band di Van Christian, buddy inseparabile di Dan Stuart fin dai tempi di Tucson e batterista nei Serfers, embrione del “verde su rosso”. Anima candida e idealista, Christian ha un’idea di rock vigorosamente proletaria, più incline al fast’n’furious del punk che ai trip psichedelici. Ma è a suo agio anche con la formula della ballata elettrica, e ne scrive qualcuna che non sfigura affatto al confronto con quelle del vecchio amico. Però poi deve metterci a fianco una cover degli Stooges per ristabilire l’equilibrio. Il primo album dei Naked Prey – dopo un ep omonimo pubblicato dalla Down There di Wynn – sta in equilibrio su questo filo teso, senza mollare mai il tiro. Un suono ingenuo eppure volitivo, dimostrazione di come, quando c’è la passione che brucia, il rock’n’roll possa fare miracoli fregandosene dei limiti di chi lo mette in scena. Non un fuoriclasse, Van Christian, ma un arrembante mastino di centrocampo che in questo album si gioca la partita della vita.

OPAL – Happy Nightmare Baby (Sst, 1987)
È un wah wah dai singolari tratti orientaleggianti a introdurre all’ultimo, magnifico spasmo del Paisley Underground, nonché al più grande disco di acid-rock degli anni ’80. Che incipit memorabile, Rocket Machine: un razzo che punta dritto al cuore oscuro del sogno psichedelico. Una volta atterrati dall’altra parte della luna, sono i Floyd di A Saucerful Of Secrets a guidare le danze, in una Magick Power che ghermisce la mente con lampi di luce accecante e spirali di organo, chitarre e tablas. Il vecchio Syd è un fantasma che saluta da lontano in Siamese Trap e A Falling Star, Marc Bolan spunta improvvisamente in She’s A Diamond e si mette a jammare con l’Hendrix di Axis: Bold As Love. Ombre che appaiono e scompaiono, stati di alterazione che si alternano a oasi di quiete (Happy Nightmare Baby), fino a quando ci si ritrova a sprofondare nel buco nero di Soul Giver. Un disco memorabile, che forse avrebbe dovuto uscire tre anni prima. Proprio mentre si approssima il “rompete le righe”, Kendra Smith e Dave Roback suggellano un’intera stagione con un epitaffio che ne celebra al meglio lo spirito romantico e le occasioni perdute.

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No (more) fun. A proposito di Gimme Danger, gli Stooges e tutto il resto.

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C’è un momento, in Gimme Danger, nel quale quel mito assoluto chiamato Danny Fields ricorda il suo primo incontro con gli Stooges. Era andato, pressato da Wayne Kramer, a un loro concerto in un liceo di Detroit. Fields racconta che mentre era nel corridoio della scuola venne trafitto dal casino mostruoso che arrivava dalla palestra nella quale Iggy e soci avevano già attaccato a suonare. “Iggy e gli Stooges li sentii prima ancora di vederli”. Per me fu l’opposto: li vidi prima di sentirli, e andò avanti così per un paio d’anni. Nel senso che per un paio d’anni, più o meno dai quindici ai diciassette, mi sono rigirato tra le mani la copertina del primo album senza che mi decidessi mai a comprarlo. Il negozio di dischi in cui si svolgeva a cadenze regolari questo patetico tira-e-molla si chiamava piuttosto incongruamente Maschio. Era uno dei negozi storici di Torino, ma a dire la verità il me stesso liceale ci andava perché attirato, più che dal fornitissimo catalogo, dalla presenza di una bella commessa vagamente somigliante a Grace Slick. Una presenza fatata e inarrivabile, che contrastava con l’inquietante virilità del nome del negozio e della quale tutta la Torino che comprava dischi era innamorata. Naturalmente non ebbi mai il coraggio di rivolgerle la parola, tanto meno per chiederle che tipo di musica facessero quelle quattro facce da tossici che puntualmente mi capitavano in mano mentre frugavo nelle vaschette degli lp. A quindici anni ne sapevo ancora poco di storia del rock, Iggy Pop era un nome che avevo vagamente orecchiato da qualche parte ma non sono sicuro, ripensandoci, che avessi colto che era proprio uno dei quattro sulla copertina del disco. Collegare il passato al presente era molto più problematico, allora. Nel 1983 (o era già l’84? boh) il 1969 sembrava distante un millennio, e per quanto ne sapevo quei tizi potevano già essere tutti morti. Viste le facce era anche abbastanza probabile (e su uno, in effetti non mi sbagliavo). Comunque sia, quel disco mi attirava da bestia solo in virtù di quelle due foto del gruppo, in particolare quella sul retro. Mi sembrava che quei quattro avessero il look più figo che avessi mai visto, persino più dei Ramones ai quali un po’ assomigliavano. Il concetto di “proto-punk” per un quindicenne del 1983, alla fine, si fermava a questo.

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Comunque sia: mi attirava, quel disco, ma mi faceva anche una paura fottuta. Quei quattro saranno stati pure fighissimi con i loro capelli a caschetto e le giacchette di cuoio, ma avevano uno sguardo luciferino che mi faceva cagare sotto. Lì dentro c’era una forza maligna per la quale – intuivo – bisognava essere pronti.  Lo sarei stato, quel tanto che bastava,  solo un paio d’anni più tardi. In una intervista Frank Black dei Pixies, alla domanda “qual è la cosa più figa che ti è capitata nella vita?”, aveva risposto “ascoltare gli Stooges per la prima volta su un walkman scassato…ecco, quella è stata una cosa veramente figa”. A me capitò lo stesso. C-90 prestata da un amico, su un lato il primo disco e sull’altro Fun House. L’amico aveva avuto l’idea geniale di registrare quella rottura di coglioni di We Will Fall al fondo del disco, per cui dopo il wah wah tribale di 1969 e il sabba di I Wanna Be Your Dog arrivavano subito la batteria e l’handclapping di No Fun per non spezzare il ritmo. Al primo “oh c’mon!” la mia vita era già cambiata, il mio mondo sottosopra, l’idea stessa di cosa fosse “musica rock” trasfigurata per sempre. Penso sia successo a quasi tutti quelli che hanno ascoltato la prima volta gli Stooges, o forse a chi lo ha fatto quando ancora non c’erano troppe sovrastrutture – il mito codificato, i luoghi comuni critici, i video su youtube, persino la reunion – a gravare sopra quell’esperienza primale e animale. Alla fine di Little Doll avrei voluto scendere in strada e spaccare tutto. Ci misi una settimana prima di decidermi a girare lato della cassetta,  e…va beh, ma cosa volete che vi racconti sull’impatto di Fun House? È una botta dalla quale non mi sono ancora ripreso dopo trent’anni. Dato che non mi ricordo dove ho lasciato la macchina ieri sera ma posso citare a memoria, parola per parola, articoli di Rockerilla del 1989, mi torna in mente una recensione di Claudio Sorge del primo album dei Mudhoney nella quale per metà parla della sua prima volta con gli Stooges, avvenuta – fortunato lui – in tempo reale. “C’erano gli scioperi spontanei e l’aria era bollente…”. Ecco, quando li ho sentiti io invece non stava succedendo un cazzo – another year with nothing to do, come tutti gli anni 80 – ma l’effetto devastante è stato identico. In quel momento non avrei saputo spiegarmelo in questi termini, ma in un certo senso è come se gli Stooges mi avessero dettato le regole d’ingaggio. Non avrei più saputo ascoltare il rock’n’roll (quello che era venuto dopo gli Stooges, quello a loro contemporaneo e persino quello che c’era stato prima) senza parametrarlo a quella scossa. E la prova ulteriore e finale l’avrei avuta una sera d’estate del 2004 alla Pellerina di Torino, quando Iggy, Ron, Scott e quel grand’uomo di Mike Watt si sarebbero esibiti al Traffic Festival. Uno degli organizzatori, prima del concerto, mi aveva detto: “mah, speriamo bene…Iggy ha dei problemi a un’anca, e poi oh, ha cinquantasette anni”. Certo. A metà del secondo pezzo si era già arrampicato su tre metri di amplificatori. Quel concerto è e resterà in eterno nella mia top 5 di esperienze più emozionanti in una vita di appassionato di musica. Quella sera mi parve che tutto il rock’n’roll che avevo ascoltato in quei vent’anni – tutta la sacra litania che delimita il mio perimetro magico: Chuck Berry e Jerry Lee-le girls band  e la Motown-la british invasion-i gruppi garage-Velvet/MC5/Flamin’Groovies/New York Dolls/Modern Lovers- i Pistols e i Ramones-tutto il punk-i Radio Birdman e le band australiane-tutto il rock sotterraneo degli anni 80-i Sonic Youth, i Dinosaur Jr, Seattle, i Mudhoney e quello là che si è sparato-ecco, che tutto ciò convergesse esattamente in quel momento. Tutto aveva senso, Dio era nei cieli e Iggy a rotolarsi sul palco. Il rock’n’roll era lì, davanti ai miei occhi, come non lo sarebbe stato mai più.

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Ingenuamente, ho pensato che la visione di Gimme Danger avrebbe – fuori tempo massimo, ok, ma chi se ne frega – attivato ancora una volta quella scossa. Non è stato così. Anzi, la sensazione è stata forse quella opposta. Il che non significa che non mi sia piaciuto. Tutt’altro. Sono contento che alla fine esista un documentario sugli Stooges, e che a farlo sia stato uno come Jim Jarmusch. Ci sono abbastanza aneddoti spassosi da giustificare gli undici euro di biglietto – i miei preferiti: Iggy che tenta di essiccare la pianta di marijuana in lavanderia, la telefonata di Ron Asheton a quello dei Three Stooges per avvisarlo che si sarebbero chiamati come loro, la faccia dell’Iguana quando ricorda che Tony Defries voleva fargli fare Peter Pan a Broadway – e anche quel tanto di commozione e nodo in gola che ti prende qui e là con gli occhi che si inumidiscono a tradimento (il volto sofferente del moribondo Scott Asheton, Watt che racconta le vicende che hanno portato alla reunion, James Williamson che dice “hey, they were my buddies” quando spiega perché un ex CEO della Silicon Valley e manager della Sony in pensione decide di tornare a farsi il mazzo suonando la pennata di Search and Destroy in giro per il mondo). Con la scarsezza di materiale video a disposizione – imparagonabile, giusto per fare un esempio, alla quantità di materiale d’archivio che riguarda gli MC5 – Jarmusch ha fatto tutto quel che poteva e pure qualcosa in più. Ho anche trovato apprezzabile la decisone del regista di non voler dare un taglio troppo “autoriale” al film, rischiando tuttavia di adagiarsi un po’ sugli stereotipi del genere “rockumentary”, in particolare quelli imposti dallo stile di Julien Temple.  Avrei forse gradito che ci soffermasse di più su alcuni momenti della vicenda Stooges – il periodo a Londra, l’ultimo concerto al Michigan Palace che viene evocato solo all’inizio – e se da un lato si può intuire la ragione per cui a Bowie si accenna il minimo indispensabile dall’altro non viene neppure fatto il nome di Don Gallucci, il produttore di Fun House. E poi diciamolo: se hai a disposizione un archivio umano di ricordi e lercissimi aneddoti r’n’r come Danny Fields dovresti sfruttarlo un po’ di più, come sa chiunque abbia letto Please Kill Me. Ma forse queste sono solo minuzie e pretese da fan. Nel suo concentrare il focus esclusivamente sui protagonisti della storia, il racconto funziona e trasmette anche un piacevole senso di intimità. Il punto, però, è che trasmette anche qualcos’altro di meno piacevole, anche se tutto sommato inevitabile. È  una sensazione da end of the season, definitiva e malinconica. Alla fine ciò che ci rimane è una vecchia rockstar che, pur con tutta l’intelligenza, il talento e il senso dell’umorismo di cui Iggy è dotato,  ci racconta probabilmente per l’ultima volta una storia che in fondo conoscevamo a memoria e che ci siamo raccontati migliaia di volte come fanno i bambini con le fiabe. Il ritmo, come dire?, stranamente “sedato” e sobrio del documentario si abbina perfettamente, e anche un po’ dolorosamente, alla visione di un uomo sopravvissuto a tutti tranne uno dei suoi vecchi compagni di band, a David Bowie, a Lou Reed, a tre quinti degli MC5. Un uomo di granito, ma che ormai deve fare i conti con la consapevolezza che il ciclo di quella vicenda si è esaurito nella sua interezza: gioventù, caduta, resurrezione, crescita della leggenda, riunione in extremis. Ora è davvero tutto finito. Quella storia l’abbiamo consumata fin dove abbiamo potuto, ora è impacchettata in uno scatolone, pronta per la soffitta della cultura popolare. Iggy andrà avanti e farà il cazzo che vuole come ha sempre fatto, come quando a ventidue anni spiegava a John Cale che voleva mischiare il r’n’r con Harry Partch e John Coltrane. Ma la malinconia rimane.

In un certo senso, Gimme Danger è un esempio perfetto di quella che gli americani chiamano “closure”. Una sorta di veglia per l’avventura di quattro disgraziati di Ann Arbor (cinque con Williamson). Per una piccola garage band come migliaia di altre che per una inspiegabile concomitanza di circostanze e di personalità, per un clinamen impossibile da definire, ha colto miracolosamente l’essenza stessa di questa musica diventandone la rappresentazione ideale. Ma è anche una closure su un mondo che gli Stooges hanno definito – quella cascata di dischi che si vede alla fine: ecco, quel mondo –  e che non tornerà mai più. O semplicemente non tornerà mai più in quelle forme. Essendo un appassionato di musica e un ottimista, sono convinto nonostante tutto che da qualche parte altri quattro rifiuti della società saranno capaci di crearne un altro. Accadrà, ne sono sicuro.

Nell’attesa? Well…maybe go out, maybe stay home, maybe call mom on the telephone.

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In un anno che è sembrato più che altro una prolungata camera ardente, la musica ha dato ancora una volta segnali di discreta vitalità. Una frase che, detta così, può anche non significare un accidente.  Definire “musica” e magari anche “vitalità”, please. No, magari un’altra volta. Quello che voglio dire, banalmente, è che anche quest’anno sono usciti tanti dischi belli, interessanti, coinvolgenti. E ci mancherebbe pure, vista la gigantesca quantità di dischi che escono. Il paradosso è che la ciclopica e per certi versi insensata produzione musicale annua è inversamente proporzionale – e lo diventa sempre più ogni anno che passa – all’importanza e al ruolo che siamo disposti ad assegnare alla musica oggi. Tolto il cicaleccio da social, che come al solito confonde le acque facendoci credere di vivere nel mondo reale invece che in una bolla a tenuta stagna con altri pesci simili a noi, si tratta di un ruolo e di un’importanza ai loro minimi storici. La musica – ok: la musica genericamente definibile come “pop” – non è più al centro di nessun discorso. Anzi, è proprio fuori dalla conversazione. Non influenza culture o sotto-culture, non innesca né mode né correnti di pensiero, non si sedimenta. L’unica koinè sembra, per l’appunto, quella del pianto dei cari estinti, rituale ormai quotidiano. Mancano narrazioni forti e ipotesi di futuro in divenire, tranne che in un ambito: quello della nuova musica nera (per usare una definizione generica). Piaccia o meno, è lì – a cavallo tra r&b, elettronica, hip hop, neo-soul –  che si stanno ri-formulando le concezioni stesse di canzone, produzione, ritmi, persino di “disco” (sostituire a piacere con “mixtape”).  Non sappiamo quanto durerà e dove porterà, ma intanto è una strada. Limitarsi a percorrere solo quella, tuttavia, mi sembra uno sterile esercizio ideologico. Proprio in un periodo nel quale, invece, l’orizzonte musicale è decisamente post-ideologico. Un po’ di pensiero debole applicato al pop a mio parere non fa affatto male. Mancheranno anche le idee forti – fatte salve le dovute eccezioni – ma di sicuro non mancano dischi belli. Consumabili nelle maniere e nelle situazioni che si preferiscono. Ascoltare musica oggi è come girare per gli scaffali di un magazzino, da cui puoi prendere quello che ti serve sul momento sapendo che comunque c’è tutto. Anche per questo l’idea di stabilire gerarchie e graduatorie, di classificare il meglio dell’anno (il meglio secondo chi? in base a quali parametri? su che campione di ascolti?), è un’idea senza alcun senso.  Ciascuno di noi può portare il suo frammento di interpretazione, ma finisce lì. Sommando assieme le prospettive parziali e personali forse – molto “forse” – si può ricostruire una parvenza di quadro, che peraltro non avremo mai tempo di esaminare nei suoi particolari. Ecco, questa è la mia prospettiva sul 2016. Cinquanta dischi che ho apprezzato e in diversi casi amato, sui quali sono tornato spesso, che hanno segnato la mia annata. Tutto qui. Il “meglio dell’anno” cercatelo pure da un’altra parte. Questo è solo il mio promemoria: valido come quella di chiunque altro, limitato come quella di chiunque altro.

Playlist qui

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A TRIBE CALLED QUEST – We Got it from Here…

Neanche a farlo apposta, si comincia con un gruppo che ha visto andarsene prematuramente uno dei suoi membri (Phife Dawg) all’inizio dell’anno. Proprio l’anno in cui gli ATCQ hanno deciso di tornare a dirne quattro al Sistema. Termine desueto e fuori moda, quest’ultimo,  come desueta e fuori moda è la musica politica (non “politicizzata”, concetto orrendo). Beh, chi se ne frega. We Got It From Here è un disco splendido perché oltre all’indiscutibile qualità sonora è proprio la rabbia e la consapevolezza a dare il ritmo, come succedeva una volta. La rivoluzione non andrà in televisione  e neanche sui social, ma qui se ne conserva ancora un prezioso simulacro. There ain’t no space program for niggas/Yo you stuck here nigga. Lascio a chi è competente il compito di spiegare dove sta andando l’hip hop oggi. Io non lo so. Nel settore ho sempre solo bazzicato queste propaggini, e saluto commosso il ritorno della Tribù.

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IDRIS ACKAMOOR   & THE PYRAMIDS – We Be All Africans

Neanche di “spiritual jazz” sono un esperto, ma qui le connessioni – ideali e concrete – con Sun Ra, Herbie Hancock e Cecil Taylor vengono in aiuto, e comunque in questo fiume ci si deve abbandonare alla corrente senza aggrapparsi  disperatamente ai rami della razionalizzazione. L’ho fatto spesso, nel corso di quest’anno, ipnotizzato da questo sublime intreccio di classicità jazz, africanismo, fiati e synth, ed è sempre stata un’esperienza pacificante e rigenerante.

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BEACH SLANG – A Loud Brash of Teenage Feeling

In attesa di Japandroids e Cloud Nothings, per quell rock’n’roll “emotivo” che negli ultimi anni mi ha riservato parecchie soddisfazioni – nonostante il sottoscritto sia ormai drammaticamente fuori quota per questi rigurgiti di teenage feelings – tocca un po’ accontentarsi. D’altra parte, questa è roba che non trovi più neanche “left of the dial”, per citare i cattivi maestri dei Beach Slang. Ma è esattamente lì che stanno, almeno in spirito.

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WILLIAM BELL – This is Where I Live

Una vecchia leggenda della Stax che torna a farsi sentire è una buona notizia a prescindere, se poi la forma  e lo stile sono quelli impeccabili dei bei tempi meglio per tutti. Languore sudista, ripescaggi azzeccati e una voce che è velluto purissimo ancora oggi. You didn’t miss your water, Will.

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BEYOND THE WIZARDS SLEEVE – The Soft Bounce

L’elettronica servita con un pizzico di psichedelia (ma pure il contrario, volendo) mi è sempre piaciuta. Un po’ del vecchio spirito crossover dei Chemical Brothers e dei Future Sound of London (e della loro filiazione Amorphous Androgynous) sopravvive nel progetto portato avanti da Richard Norris e Erol Alkan. Il suffisso “acid” qui viene declinato in entrambe le sue versioni storiche, innescando trip inquieti e tutt’altro che estatici. Le summer of love del ’67 e dell’88 fuse assieme: una maniera come un’altra per scappare dall’estate dell’odio 2016.

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BLOOD ORANGE – Freetown Sound

Nonostante il titolo che omaggia la Sierra Leone, il disco dell’artista-una-volta-conosciuto-come Lightspeed Champion non suona particolarmente “africano”, se non in certi pattern ritmici. È invece il suono urbano globale, solo leggermente più mainstream e melodico. Quello nel quale la musica black che al momento domina la scena ama affondare le mani. C’è presunzione a livelli stellari come da prammatica nell’ambito, ma in questo come in altri illustri casi l’hybris è giustificata dalla solidità narrativa, dalla capacità di fondere elementi e collaboratori  disparati (le tante voci femminili che si alternano), da canzoni che nella loro vaghezza provocano comunque assuefazione.  Lavoro di gran classe.

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DAVID BOWIE – Blackstar

Che altro aggiungere? Il Duca si è preso il 2016 con – purtroppo – un colpo da maestro. Il fatto che sia in testa a quasi tutte le graduatorie di fine anno da un lato rappresenta il commovente saluto del mondo a un grande artista, dall’altro può far sorgere il dubbio che se su questa stella nera non pesasse tutto il carico simbolico che sappiamo forse il giudizio avrebbe potuto essere meno universalmente concorde. Lo sforzo da fare, anche se è praticamente impossibile, sarebbe proprio quello di provare a separare almeno per un ascolto questi brani – meno ostici e sperimentali di quanto si tenda a pensare – dal concetto di “morte” e di “assenza”. Ci si renderebbe conto che in realtà qui Bowie è più vitale e propositivo di quanto lo fosse stato nei precedenti vent’anni. In ogni caso, una delle più eleganti uscite di scena di sempre, da parte di una delle più belle menti pop di sempre.

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CHARLES BRADLEY – Changes

Il vecchio James Brown impersonator tiene botta con orgoglio, cover improbabili (una ballata dei Black Sabbath, nientemeno) e la solita grande voce. Non è un momento facile per Bradley: ha visto andarsene un’amica come Sharon Jones, portata via da un nemico che sta combattendo anche lui. Ma per uno che nella vita ne ha passate così tante, un tumore allo stomaco è solo un’altra occasione per dimostrare che non si molla mai. Credici, Charles.

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CHILDISH GAMBINO – Awaken, My Love!

Furbo è furbo, per carità. Anche un bel po’ paraculo. D’altra parte, chi meglio di un attore può indossare come se niente fosse i panni che vuole e che gli fanno più comodo sul momento, fossero quelli dei Parliament/Funkadelic, di Sly Stone, di Curtis Mayfield, degli Earth Wind & Fire, di Prince? Awaken, My Love riciccia tutti questi e altri ancora senza minimamente sfiorare la genialità di nessuno di loro, ma ha il merito di rappresentare il lato più fisico e funk in un panorama black a volte fin troppo astratto e concettuale.

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SHIRLEY COLLINS – Lodestar

In un anno in cui tanti suoi contemporanei (e tanti anche più giovani) se ne sono andati, lei è tornata. Era stata via, come la protagonista di quel vecchio film, ma eccola di nuovo qui. Austera e rigorosa come sempre. Shirley Collins è un monumento del folk britannico, e il paradosso è che con la sua voce grave e a tratti incespicante da anziana e le sue ballate diafane che nascono dal ceppo stesso della tradizione (niente trucchi, qui) suona più aliena di tanti altri improvvisati “acid-weird-folkie” che l’hanno eletta a santa patrona. Un inchino alla regina.

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COOL GHOULS – Animal Races

In una jingle jangle morning come questa, io sarei pronto a seguire chiunque. Sono cresciuto in un periodo in cui la metà delle band che non si ispirava ai Velvet Underground si ispirava ai Byrds, e in un mondo psych-pop a 12 corde come quello della band San Francisco mi trovo come nel salotto di casa mia. Oggi, trent’anni dopo, non è neanche più questione di fare del revival. Significa solo (solo?) essere custodi di un linguaggio e di una tradizione che non devono assolutamente perdersi. E comunque le canzoni qui sono superbe: se non volano otto miglia in alto siamo almeno a sette, sette e mezzo.

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CARLA DAL FORNO – You Know What It’s Like

Una persona che ne capisce ha tirato in ballo nomi come Anna Domino e Young Marble Giants. Nel mio piccolo, e nel mio essere distante per formazione dai paesaggi gelidi e dall’ascetismo sonoro evidentemente prediletti dalla Dal Forno,  sono sostanzialmente d’accordo. Frammenti di discorso amoroso che si ricompongono in un diario minimo dal fascino altamente seduttivo. Una polaroid  sfocata, eppure generatrice di suggestioni e di infinite storie da immaginare.

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MORGAN DELT – Phase Zero

La copertina rivela già tutto. La fantasilandia psichedelica di Morgan Delt è la stessa di uno Jacco Gardner o di un Doug Tuttle (vedi sotto), e se a tratti mi fa venire in mente nomi come Plasticland (giusto per non citare i soliti riferimenti dei ’60) c’è sempre quella sottile vena di malinconia e instabilità che contraddistingue il presente. Psichedelia precaria, in un certo senso.

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THE DIVINE COMEDY – Foreverland

Negli ultimi dieci anni credo di aver usato il nome di Neil Hannon più come termine di paragone, per indicare cioè un archetipo di pop letterario e orchestrale, che per parlare effettivamente di un suo disco. Felice di fare finalmente un’eccezione grazie a questo album baciato da una grazia rara persino per il maestro Neil. Canzoni straordinarie nelle quali si passa da Caterina la Grande alla Legione Straniera e dal vaudeville a Bacharach, con uno schiocco di dita e un’aggiustatina allo smoking.

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FANTASTIC NEGRITO – The Last Days of Oakland

La vita pericolosa e romanzesca di Xavier Dphrepaulezz mi interessa molto meno della sua musica. Una ricetta urban-blues-spiritual che è difficile pensare nasca proprio dalla strada e non sia rifinita dall’esperienza e dal lavoro in studio (il qui presente fantastic negrito è ancora giovane, ma non così giovane), ma alla fine importa poco. Riuscire, tra le altre cose, a destreggiarsi alla grande con  un vecchio e stanco ronzino come In the Pines significa avere talento da vendere. O da spacciare.

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LEE FIELDS & THE EXPRESSIONS – Special Night

Dei vari esponenti del soul della terza età, tornati (anzi: arrivatici per la prima volta) alla ribalta nell’ultimo decennio, Lee Fields mi è sempre sembrato quello che se l’è goduta di più. Quello con una vita tutto sommato tranquilla, sexy & easy come le sue ballate r&b. Un gran seduttore che l’età non ha scalfito in nulla. Comunque sia, Special Night è un catalogo soul di un’eleganza fuori dal comune.

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FIRE! ORCHESTRA – Ritual

Ci piace il free-jazz punk svedese? Diciamo che almeno uno dei cinque movimenti in cui è suddiviso questo rito officiato da Mats Gustafsson con mega-gruppo appresso mi sfianca e lo skippo regolarmente, così come quei tre-quattro minuti di intro totally free che piagano gli altri. Poi però quando entra la voce femminile i pezzi mi prendono terribilmente bene. Roba dura e fisica, che so inquadrare. Gli Ex che suonano prog? I Centipede con Julie Driscoll versione 2.0? I Curved Air con Yoko Ono al posto di Sonja Kristina? Ma quanto si può essere nerd a scrivere cazzate come queste? Comunque: non la mia piastrella abituale, ma mi è piaciuto molto e quando mi serve una botta lo metto su.

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CHRIS FORSYTH & THE SOLAR MOTEL BAND – The Rarity of Experience

Se si amano le chitarre (o un certo tipo di chitarre) non si può non amare un musicista come Chris Forsyth e le sue acid-jam tra Quicksilver, Television, Dream Syndicate, Crazy Horse, Richard Thompson (c’è una cover strepitosa e alienata di Calvary Cross) e…va beh, gli altri metteteceli voi.  I got some Chris Forsyth on the stereo babe, and I feel alright.

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STEVE GUNN – Eyes on the Lines

In teoria potrei riciclare quello che ho appena scritto per Forsyth. L’approccio dei due è simile, anche se Steve Gunn ha un tocco più morbido e fluido. L’entusiasmo iniziale – dovuto anche al video di Ancient Jules con il venerando Michael Chapman –  mi è un po’ calato col tempo, soprattutto dopo aver visto un suo scialbo concerto al Primavera (con l’attenuante di vari problemi tecnici). Ma Gunn è comunque uno su cui conto per il futuro.

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TERRY LEE HALE – Bound, Chained, Fettered

Si può essere dei grandi storyteller anche facendo economia di parole e senza ricorrere a trucchi ed effetti speciali. Ho sempre apprezzato l’approccio scarno, tutta sostanza e polvere sugli stivali, di Terry Lee Hale, ma mai come in questo album. C’entra forse anche la produzione azzeccata (in cabina di regia Antonio Gramentieri dei Sacri Cuori), sicuramente c’entra la qualità delle canzoni. Tra le migliori (e le più “waitsiane”)che questo vecchio hobo partito dalla Seattle grunge abbia mai scritto.

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PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project

Senza alcun dubbio, il mio disco dell’anno. Le ragioni ho provato a spiegarle qui.

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HERON OBLIVION – Heron Oblivion

Gli Heron Oblivion fanno molto bene quello che già facevano band come gli Arbouretum, i Dead Meadows e ovviamente i Comets on Fire da cui nascono. Psichedelia a rilascio lento, riff e wah wah, ma in questo caso con un’arma in più: la magnifica voce di Meg Baird, che fa subito folk-rock inglese timbrato 1970 (Trees più ancora che Fairport Convention). E con roba del genere mi faccio sempre fregare. Sempre.

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CHARLIE HILTON – Palana

Nico insieme agli Stereolab? Idea carina, tutto sommato. Disco apparentemente vaporoso e impalpabile ma con un doppio fondo di tristezza che ne potenzia il fascino.

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IMARHAN – Imarhan

Giovani cugini (nel vero senso della parola) dei Tinariwen, questi ragazzi algerini hanno più grinta funk e un approccio leggermente più moderno e “radiofonico”. Le chitarre guizzano come serpenti del deserto, e in diversi casi sono altrettanto letali.

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DAMIEN JURADO – Visions of Us on the Land

Non ho ancora ben chiaro di cosa parli, e dove voglia andare a parare, il “ciclo di Maraqopa” che negli ultimi anni ha rivitalizzato (grazie anche alla collaborazione con Richard Swift) la carriera di Damien Jurado. Con l’ultimo disco si compie la trilogia, vediamo se l’arco narrativo si amplierà ancora in futuro. Sta di fatto che nella sua personale versione della faulkneriana Yoknapatawpah il buon Damien ha trovato ispirazione felice, nuovi colori e dimensioni sconosciute. L’opacità di fondo di alcuni momenti non toglie nulla alla potenza immaginifica del quadro.

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THE LEMON TWIGS – Do Hollywood

Se a qualcuno mancassero i Foxygen (ma alla fine si sono sciolti davvero?) eccone la versione ancora più camp ed esagerata, con tanto di produzione di Jonathan Rado. Questi due teenager, un po’ genietti e un po’ (tanto) cazzari, posseggono la stessa bulimica smania citazionista da FM anni 70 – ELO, Elton John, Macca, Supertramp, Todd Rundgren, i musical più beceri, il funk più sbiancato– ma anche maggior sensibilità pop e migliori qualità di arrangiatori. A due così, dotati di questa dose vergognosamente alta di talento, o vorresti dare fuoco o li adori. Io li adoro.

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THE MONKEES – Good Times!

Hey hey we’re the Monkees/and people say we monkee around/but we’re too busy singing/to put anybody down. Sarà assurda e anacronistica quanto vi pare, ma una bella iniezione di gentilezza e ottimismo Sixties in tempi infami come questi è una benedizione. I Monkees…ma chi l’avrebbe mai detto? Eppure funziona, ‘sto dischetto. Merito del parterre de roi che ha scritto le canzoni, ma anche delle scimmiette che le cantano con convinzione e entusiasmo quasi commoventi. Come se fossero appena usciti dai camerini di American Bandstand o del Dick Clark Show.

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MOTORPSYCHO – Here Be Monsters

Se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno i Motorpsycho sarebbero stati considerati “classic rock” mi sarei fatto una ghignata e avrei alzato il volume di Timothy’s Monster o Blissard. Eppure così è andata, e comunque quanti vorrebbero invecchiare con la stessa integrità e la stessa dignità artistica di quei ragazzacci di Bent e Snah (buono anche il suo disco con i BOL). Here Be Monsters è splendido nel suo, ehm, classicismo rock, e personalmente i  norvegesi li preferisco quando sono più introspettivi e lisergici come in questo caso. La cover di Spin Spin Spin (Terry Callier via HP Lovecraft) è una dichiarazione di appartenenza, e Lacuna/Sunrise semplicemente la mia canzone preferita del 2016. Un brano di una bellezza e di una purezza assolute, quasi dieci minuti di maestosità pinkfloydiana che passano come una brezza leggera.

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NAP EYES – Thought, Rock, Fish, Scale

Qualcuno ha scritto che ascoltare i Nap Eyes è come addormentarsi con un disco dei Velvet Underground rimasto a girare sul piatto. Esiste un modo migliore per addormentarsi? Me ne viene in mente solo uno, sinceramente. I riferimenti vanno anche dai Pavement a Jonathan Richman ai Feelies, ma il punto di forza sono soprattutto i testi, tanto verbosi quanto intelligenti e spiazzanti.

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FRANK OCEAN – Blonde

Di certi dischi sembra sia impossibile discutere serenamente. Ci si deve schierare per forza, o di là o di qua.  O ti iscrivi alla schiera degli haters o urli al capolavoro epocale, e quel che è peggio è che in molti casi lo si fa preventivamente. Capolavoro Blonde non lo è, a mio parere: troppe imperfezioni, troppa ambizione non tenuta a bada da un adeguato senso dei propri limiti, troppi momenti che girano a vuoto. Ma non c’è bisogno di essere un capolavoro per essere un disco importante. Un disco che respira, più che riflettere, lo spirito del tempo. Un disco in molte parti – quelle che funzionano – avvincente e (vivaddio) con un vago senso di “nuovo”. Il soul contemporaneo, piaccia o no, sta qui,: in queste melodie spettrali e fratturate, circoscritte e definite dal beat. Ma non è solo un fatto di “suono”. Pezzi come Nike, Self Control, Godspeed, Seigfried sono grandi canzoni, e qui non c’è hype che tenga.

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PARQUET COURTS – Human Performance

Sempre più Pavement-oriented (con un goccio di Television), e allo stesso tempo più efficaci nella scrittura. Tra le poche certezze dell’indie-rock odierno.

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REVERBERATIONS – Messed Up Your Minds

Questi me li ha fatti conoscere un amico che di garage se ne intende. Modestamente, di garage me ne intendo un po’ anch’io, e so quello che mi piace. Niente trash, i Reverberations sono chiaramente old school: “fuzz, screams & tambourines” come ai vecchi tempi di Fuzztones, Chesterfield Kings, Miracle Workers, Lyres, Optic Nerve e compagnia. Hanno anche un gran bel tiro e melodie jangle/folk-rock che si ricordano. Tenetevi pure tutti gli Oh Sees e i Ty Segall di questo mondo, che io mi tengo band come queste.

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RICHMOND FONTAINE – You Can’t Go Back If There’s Nothing to Go Back

Ennesime storie di rassegnazione (occhio al titolo del disco) e di romanticismo white trash. Storie che può scrivere solo uno con il talento narrativo, da scrittore vero, di Willy Vlautin. Peccato che per quanto riguarda i Richmond Fontaine siano anche le ultime.

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SHABAKA AND THE ANCESTOR – The Wisdom of Elders

Vale quanto scritto per Idris Ackamoor. Jazz afro-futurista, nuovamente con Sun Ra come stella polare ma ancora più ipnotico e misticheggiante. Ah, la saggezza degli anziani!

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PAUL SIMON – Stranger to Stranger

La contemporaneità – musicale, sociale, tecnologica – vista dagli occhi di un signore di 75 anni che non ha perso nulla della sua capacità di osservazione. Album denso di strofe illuminanti, di aperture sonore spiazzanti (dalla strumentazione alla Harry Partch ai campionamenti) e di una compassione nei confronti della realtà che solo un grande vecchio come Paul Simon può manifestare senza sembrare un trombone retorico. Forse tra i suoi migliori dischi in assoluto.

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SOLANGE – A Seat at the Table

Nel derby in casa Knowles, sto dalla parte di Solange. Che poi è un modo molto superficiale di porre la questione, sempre che la questione esista. Per A Seat at The Table vale più come termine di paragone musicale il disco di Blood Orange, semmai, che non quello di Beyoncè. Consapevolezza black e di genere veicolata tramite morbidezze electro-funk-soul, ma senza esagerare. In fin dei conti, pur suonando ultra-contemporanee, queste sono canzoni costruite e cantate in modo abbastanza tradizionale. Al centro di tutto, equidistante dai beat pronunciati e dalle melodie lineari, la voce assurdamente bella di Solange.

BARK164LP_JKT_cp3outCHRIS STAPLES – Golden Age

Se a qualcuno mancasse il Josh Rouse di una volta – quello ispirato che faceva gran bei dischi, cioè – può provare con Chris Staples. Storie e strumentazione minima, canzoni dolcissime che parlano di bisogno di vacanze e Katharine Heburn, parcheggi sotterranei e nostalgia per un’età dell’oro mai esistita.

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SUNFLOWER BEAN – Human Ceremony

Come per i Lemon Twigs, è un mistero come dei teenager abbiano trovato il tempo per assorbire e metabolizzare così tante influenze musicali. Psichedelia, shoegazing, hard rock, sunshine 60’s: è il patchwork-pop della generazione dello streaming 24 or su 24. Benedetta la grandeur e la sfrontatezza di questi ragazzi di Brooklyn, e di chi almeno ci prova a scappare da quella pappetta informe, insapore e inodore che è diventato l’indie rock contemporaneo.

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TEENAGE FANCLUB – Here

I Teenage Fanclub sono come quei vecchi amici che ormai rivedi una volta ogni quattro-cinque anni, e con i quali riprendi la conversazione come se ti fossi lasciato il giorno prima. Troppi ricordi, troppi bei momenti vissuti assieme. I cinquant’anni incombono, e qui ci sono inevitabilmente meno esplosioni power-pop e più ballate pacificate dal sapore bucolico, ma le melodie restano inattaccabili. Il loro miglior disco da Songs From Northern Britain.

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THOSE PRETTY WRONG – Those Pretty Wrongs

Uno dei due Those Pretty Wrongs è Jody Stephens dei Big Star,  e potrei anche fermarmi qua. Oppure potrei fermarmi agli “oooh ahhh” dopo neanche un minuto della prima canzone. Sono quelli di Watch The Sunrise, di Give Me Another Chance, di Ballad of El Goodo. Che altro serve?

tumaGIORGIO TUMA – This Life Denied Me Your Love

Che peccato che un gioiellino pop retro-futurista come questo sia uscito in versione semi-clandestina, e che in Italia Giorgio Tuma sia materia per pochi. Paesaggi incantevoli tra Stereolab (partecipa Laetitia Sadier) e Broadcast, tra Air e High Llamas.

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DOUG TUTTLE – It Calls On Me

La classica ricetta del one man show psichedelico, con tutti gli ingredienti consigliati dal Cucchiaio d’Oro dell’acid-pop. Un po’ di Strawberry Fields  Forever qui, un pizzico di Mac Bolan là, una manciata di Syd Barrett e una spolverata di Nuggets. Funziona sempre, se sai scrivere canzoni. E Doug Tuttle le sa scrivere eccome.

ulrikaULRIKA SPACEK – The Album Paranoia

La paranoia è quella di noi che dobbiamo sempre trovare riferimenti da citare. No problem, eccoli qua: Spacemen 3, Sonic Youth, Black Angels, Dinosaur Jr. Non ci aveva mai pensato nessuno, eh? Malignità a parte, nel suo ambito – che sarebbe “chitarre! chitarre! chitarre!” – uno dei dischi più piacevoli dell’anno, forse proprio per la smaccata riconoscibilità delle fonti.

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AMERIGO VERARDI – Hippie Dixit

Un volo magico e visionario, fuori dalle rotte della musica italiana di oggi. Forse pure di quella di ieri. Amerigo Verardi viaggia in uno spazio-tempo tutto suo, e questo doppio album così inattuale e coraggioso ne è una splendida, preziosa testimonianza.

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WHITNEY – Light Upon the Lake

Parlando dei Whitney con un amico. “Non male questi qui, no?”, “Sì, ricordano la Band”. “La Band? Ma dai. A me sembrano i Midlake”. “Appunto”.  Forse abbiamo ragione – o più probabilmente torto – tutti e due, comunque sia gran bel disco.

williams-hannaHANNA WILLIAMS & THE AFFIRMATIONS – Late Nights & Heartbreak

Retro-soul di eccellente fattura. Esercizio di stile finché si vuole, ma la differenza in questi casi la fa la voce. Quella di Hanna Williams, bianca e inglese, è potente come quelle delle sue cantanti di riferimento nere e americane. E comunque una che ha il buon gusto di accreditare Dazed and Confused a Jake Holmes merita rispetto a prescindere.

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LUCINDA WILLIAMS – The Ghosts of Highway 20

I know about pain, and all that jazz”. Frase che suonerebbe ridicola e impostata sulla bocca di chiunque, a meno di non essere Lucinda Williams. Gli anni passano, ma lei migliora con loro. Questo è il suo Time Out of The Mind: racconto di strada e di fantasmi dalla risonanza quasi omerica, messo in rima da una voce antica e stropicciata, un drawl dotato di un magnetismo unico. Con le chitarre di Bill Frisell e Greg Leisz a fare da valore aggiunto.

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WIRE – Nocturnal Koreans

Potrei fare una lista di dischi dell’anno senza metterci gli Wire? Dai, siamo seri.

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WUSSY – Forever Sounds

In un post su facebook ho scritto che i Wussy mi fanno pensare a degli 11th Dream Day shoegaze. Un buon modo per datare la band, oltre che me stesso. Lisa Walker e Chuck Cleaver in effetti non sono esattamente di primissimo pelo, anche se a quanto pare ci si è accorti di loro solo negli ultimi due-tre anni, e quello di Forever Sounds è rock chitarristico indipendente proprio come si usava una volta. Nel senso di “indipendente” da quasi tutto, a partire dalle possibilità di successo. Elettricità oscura e pessimista, nella quale nuotano parole tutt’altro che banali.

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ADRIAN YOUNGE – Something About April II

Younge è da tempo un gran fornitore di materiale da campionamento, e anche in questo secondo Something About April si annidano decine di frammenti ad alto potenziale di riciclo. L’exploitation della Blaxploitation è un bel concetto, ma qui Younge omaggia l’epoca d’oro del soul più cinematografico privilegiando languore e sensualità più che il ritmo. A tal proposito, giuro che non l’ho messo per la copertina (per un’esperienza completa consiglio comunque la versione in vinile gatefold).

Demolition Project: il viaggio di Polly Jean tra le macerie.

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Certi dischi devi portarteli in giro per capirli. Devi provare ad ascoltarli fuori dalle quattro pareti di una stanza, dove alla fine tutti finiscono per assomigliarsi nella loro natura di prodotti di svago. E’ una specie di test. La verifica di come certa musica possa spalmarsi idealmente su quello che ti circonda, di come possa liberarsi e acquistare (ma spesso anche perdere) senso quando si posa su case, alberi, fiumi, automobili, persone che scorrono davanti ai tuoi occhi. Ho provato a farlo con l’ultimo disco di PJ Harvey, The Hope Six Demolition Project, dopo averlo ascoltato in casa una prima decina di volte. Non so se mi è servito per capirlo davvero. Più che difficile o contorto, è un lavoro volutamente opaco e che apparentemente rivela poco di sé. Nei testi c’è un immaginario ellittico e non-lineare, con passaggi bruschi dal piano metaforico a quello brutalmente realistico, dalle riflessioni in prima persona alle frasi di altri riportate non si sa quanto parzialmente o fedelmente. In alcuni casi i livelli sono così intrecciati da non riuscire a distinguerli. Eppure, ascoltare queste canzoni girando in macchina per la città ha un suo senso, perché diverse di queste canzoni sono nate proprio così. Da sguardi attraverso il finestrino di una macchina. Certo, Torino non è il Kosovo, l’Afghanistan e neanche un sobborgo disastrato di Washington, luoghi che PJ Harvey ha visitato e dai quali ha tratto molto più che semplice ispirazione. Nella mia città non ci sono depositi degli autobus sventrati, case abbandonate, crateri di bombe. Il Po è discretamente inquinato, ma probabilmente non come l’Anacostia dell’omonimo brano, avvelenato dalle scorie dei cantieri navali. Ai semafori ci sono i soliti lavavetri, ma non bambini macilenti che ti chiedono “dollar, dollar”. Sicuramente qualche scuola che “looks like a shit-hole” la si può trovare, ma persino al massimo dell’understatement sabaudo difficilmente si potrebbe definire la città come una “well-known pathway of death”, una “drug town” abitata solo da “zombies”. Mi chiedo se, nel caso un’ipotetica PJ Harvey avesse descritto così Torino, mi sarei risentito come gli abitanti del Ward 7 di Washington DC, offesi dall’impietosa fotografia virata esclusivamente al nero  con cui la Harvey apre l’album. Forse sì. Poi magari avrei fatto più caso ai testi, e magari mi sarei accorto dell’inciso (unico non scritto in corsivo nel testo sul libretto del cd, tra l’altro) che prende le distanze: “at least, that’s what I’m told”. Lasciando da parte la polemica, nella quale c’entra forse anche la solita dialettica tra cugini anglofoni (“come si permette un’inglese di venire in America e dire che…” ecc. ecc.), è proprio in quel “almeno, questo è quello che mi hanno detto” che si incardina uno dei temi centrali di The Hope Six Demolition Project. O meglio: più che uno dei temi, la metodologia con cui il disco è stato ideato e assemblato. E secondo qualcuno, anche il suo limite.

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Vale la pena ricordare che questo lavoro nasce dalla collaborazione, già concretizzatasi in un libro, tra PJ e il fotografo e regista Seamus Murphy. Collaborazione iniziata con i “piccoli film” grati da Murphy per le canzoni di Let England Shake, e proseguita con i viaggi di cui sopra e la pubblicazione del libro The Hollow of the Hand. È anche per questo motivo che diversi commentatori hanno tirato in ballo termini come “giornalismo” o “reportage”, mentre altri hanno parlato tout court – molto, troppo ingenerosamente – di “turismo delle tragedie” o “della povertà”. Lo stile impressionistico, rapido, spesso ad effetto di alcune descrizioni sembrano rafforzare questa interpretazione. Lo sguardo dell’osservatore sembra spesso passare attraverso il mirino di una macchina fotografica (quella di Murphy?). La narrazione è congelata in immagini, alcune straordinariamente vivide come quella che chiude, con un non sequitur spiazzante, la canzone intitolata Medicinals, nella quale l’io narrante sente la presenza di una vegetazione arcaica e di erbe medicinali – il sumac, l’amamelide, il sassofrasso – pronte a riprendersi la rivincita sulla caducità delle costruzioni umane. Nell’ultima strofa spunta, dal nulla, “una donna su una sedia a rotelle con il suo berretto dei Redskins al contrario e il suo sacchetto di plastica che dondola – da un involucro di carta sorseggia una bottiglia, un nuovo antidolorifico per le popolazioni indigene”. In un altro flash washingtoniano – Near the Memorials of Vietnam and Lincoln – PJ riporta due scene assolutamente incongrue che nonostante la loro quotidianità sembrano sovraccariche di mistero: un ragazzo che fa finta di gettare del cibo agli uccelli, solo per vederli saltare, e un nero in tuta da lavoro che svuota i cestini dell’immondizia in un tombino, “un passaggio che si apre su un mondo sotterraneo”. Qui siamo davvero al massimo dell’impenetrabilità. Ma c’è molto di non detto, di non spiegato, anche in racconti apparentemente più lineari come Chain of Keys, dove appare forse la figura più indimenticabile del disco: una vecchia donna kosovara (anche se nel testo non è specificato) che custodisce le chiavi delle case dei suoi vicini, fuggiti o forse ammazzati. “Quindici giardini ricoperti di erbacce, quindici case in rovina”. Immaginate cosa hanno visto gli occhi di questa vecchia, dice PJ, e poi aggiunge “le abbiamo chiesto ma lei non ci ha fatto entrare”. Entrare dove? Perché? Chi è “noi”? E perché l’ultima frase del testo è la sentenza sibillina della vecchia, “un circolo si è spezzato”? In canzoni come questa sono evidenti tanto la parzialità del punto di vista di chi cerca di afferrare una realtà che non gli appartiene, quanto l’incolmabile distanza che separa quello sguardo da ciò che viene visto. Che è un po’ il paradosso e il dilemma filosofico di molta fotografia che racconta situazioni e luoghi estremi (di nuovo: guerra, povertà, abusi). Fino a raggiungere l’empasse assoluta, il cortocircuito definitivo, nell’ultimo brano dell’album, quella tremenda Dollar Dollar che da un lato evoca il senso di colpa occidentale e dall’altro l’impossibilità di trovare parole che diano un senso. “All my words get swallowed”, canta PJ mentre non riesce a staccare lo sguardo da quella presenza fantasmatica che elemosina “un dollaro un dollaro” fuori dal finestrino dell’auto.

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Ma cosa sarebbe un’artista, una scrittrice di canzoni, se davvero non trovasse le parole per descrivere ciò che vede? E infatti non è il caso di PJ Harvey. Le parole le ha, eccome, e sono scelte con precisione chirurgica. Tutto, in The Hope Six Demolition Project è calibrato al millimetro, ogni elemento rimanda a un altro e tutti insieme si ricompongono nel quadro complessivo. Un quadro che tuttavia ha più di una prospettiva, più di una via di fuga, ed è appunto difficile da decifrare a una prima occhiata. Eppure ha un senso. L’impalcatura comincia ad apparire chiara dopo un po’ di ascolti. Ci si accorge delle parole che ricorrono, si richiamano e fungono da segnali: “they’ve sprayed graffiti in Arabic” in The Ministry of Defence e “a blind man sings in Arabic” in The Wheel; “three lines of traffic edge past” in The Ministry of Social Affairs e “three lines of traffic pass” in Dollar Dollar; “the bus depot to the right levelled like a building site” in The Ministry of Defence, e “streets that looked like building sites” in The Orange Monkey. I “sette o ottomila uccisi a mani nude” in A Line in the Sand e i ventottomila bambini “scomparsi” in The Wheel. E poi, certo, ci sono quelle due canzoni con nel titolo la parola “ministero”, tanto fosca quanto burocratica. Lo stile narrativo scelto dalla Harvey in questo disco oscilla costantemente tra questi due estremi, tra lirica gravità e asciuttezza cronachistica, tra emotività improvvisa e gelida descrittività. Sono canzoni fatte di luoghi, ma anche di cose, di oggetti e di persone che paiono oggetti. “Fizzy drinks can, magazines, broken glass, a white jawbone, syringes, razors, a plastic spoon, human hair, a kitchen knife” è ciò che si trova nel “ministero dei resti”, insieme al “fantasma di una ragazza che scappa e si nasconde”. Ci sono strade, autostrade, vicoli, cagne incinta, capre, muli, mendicanti, gente con le braccia amputate, rifugiati che si cibano con zoccoli di cavallo. Ma tutto questo, viene da chiedersi, è ciò che ha visto realmente, PJ, o è quello che le è stato raccontato? E se lo ha visto, quanto il suo sguardo ha modificato la scena? Cosa ha scelto di privilegiare, cosa ha lasciato fuori dall’inquadratura? Di nuovo, il solito paradosso.

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Nell’approcciarsi a The Hope Six Demolition Project è praticamente impossibile non fare il confronto con il precedente album di Polly Jean, Let England Shake. Usciva nel 2011 ed è quasi all’unanimità considerato uno dei picchi della sua carriera. Comprensibile che in molti vedano il nuovo disco come un sequel di quello, con il focus spostato dall’Inghilterra al mondo. “Harvey goes global” come ha sintetizzato con una certa sottile perfidia il Guardian. Se in Let England Shake lo sfondo onnipresente è un’Inghilterra sospesa tra un passato di glorie belliche e un presente indecifrabile e inquietante – tra Churchill, le cariche suicide nei Dardanelli e Black Mirror – qui come si è visto la geografia si amplia, lo sguardo non si fa tanto “globale” quanto decentrato. Una differenza sostanziale è che là era la Storia a pesare sulle canzoni e sul concept, qui è una contemporaneità altrettanto pesante e tragica ma della quale non riusciamo ancora a trovare una chiave di interpretazione. Di squisitamente britannico è rimasta la preoccupazione per il modo in cui la pianificazione edilizia, la cosiddetta gentrificazione, impatta sulle piccole comunità fungendo in definitiva da strumento utile al dominio di classe. Un tema che nel pop inglese – dai Kinks di Village Green Preservation Society  ai Madness di The Liberty of Norton Folgate – ha spesso trovato spazio. Ma ciò che è simile, soprattutto, è il processo creativo. Non la musica in sé, che in Let England Shake è pastorale, elegiaca, quasi neo-classica mentre in The Hope Six Demolition Project è nervosa, graffiante, inquieta. In entrambi i casi sono tuttavia sempre le parole a guidarla, come ha spiegato più volte la stessa Harvey. Il suono e gli arrangiamenti nascono dal testo, servono a sottolinearlo e ne sono modellati. Banalizzando molto, è un modo di procedere più da scrittori o sceneggiatori che da rocker. Paradossale dunque che di rock se ne trovi come non accadeva da anni in un album di PJ. The Wheel e The Community of Hope sono grandi pezzi rock, con linee melodiche e riff assolutamente perfetti. Rock sporco e sfregiato dai fiati, in altre occasioni, con più di un riferimento a – per dirne uno – Captain Beefheart. Ma c’è ovviamente molto di più. Il linguaggio d’elezione pare essere soprattutto quello gospel, spiritual, blues (quest’ultimo in realtà appena evocato, come nel campionamento di That’s What They Want di Jerry McCain che apre The Ministry of Social Affairs), i canti da “chain gang” dei campi di lavoro e delle prigioni. Tutte forme musicali nelle quali gioca un ruolo fondamentale il meccanismo del “call and response”, che in un certo senso è la versione afro-americana del coro da tragedia greca (di nuovo, quel raggelante “I heard it was twenty-eigth thousand” di The Wheel, o la citazione esplicita dello spiritual Wade in the Water in Anacostia). Una strategia che rispecchia e rafforza la scelta narrativa di mescolare le voci e i punti di vista, quella apparente confusione di soggetti cui si accennava prima. Voci pensiero, testimonianze, citazioni, ritagli di giornale? I testi di The Hope Six…sono tutte queste cose assieme, e ciascuna ha un ruolo. Alla fine, tutto confluisce in un’idea di fondo che in qualche modo tira le fila di questa babelica pluralità: se non riusciamo a distinguere chi dice cosa, è perché non c’è separazione. Siamo tutti  legati alla stessa catena, come le chiavi di Chain of Keys. Oppure, volendo vederla in maniera più ottimista, nella stessa community of hope. Loro – i migranti di A Line of Sand, la vecchia kosovara, i sottoproletari del Ward 7 di Washington DC, il netturbino che svuota l’immondizia, quelli che stanno nei palazzi sventrati dalle bombe, i ventottomila bambini scomparsi e quello che chiede “dollar, dollar”fuori dal finestrino – sono noi e noi siamo loro. E questa non è “retorica buonista”, come direbbero personaggi che non meritano neanche di essere nominati, ma una semplice presa d’atto. Asciutta, burocratica. La registrazione – in tutti i sensi – di una realtà. L’unica che abbiamo in comune.

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Tra le cose che ho letto in rete riguardo The Hope Six Demolition Project, una delle più interessanti è la recensione di Consequence of Sound. È anche quella in cui viene approfondito di più il legame tra il giornalismo e la scrittura di PJ Harvey in questo disco. Riguardo alla quale ha utilizzato un’analogia azzeccata Beppe Recchia su Blow Up (riferendosi però ai testi di Let England Shake): “nella scrittura della Harvey la guerra non è raccontata con magniloquenza e nella gran parte dei casi non è nemmeno espressa nei testi, ma di questi è causa immediata, come se la penna arrivasse un attimo dopo l’esplosione”. Tristemente, è la stessa cosa che si può dire di gran parte del giornalismo odierno. Arriva sempre un attimo dopo, a raccogliere cocci e raccattare veline. Una volta serviva a raccontare quello che succedeva, poi è diventato embedded e da una decina d’anni non è neanche più quello. Semplicemente è assente. Chi è che ci racconta in tempo reale, sul posto, quello che sta accadendo in Siria, in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Sudan o anche solo in una periferia di una qualunque nostra città? Eppure ci sembra di saperlo. Sappiamo che da qualche parte ci sono dei cattivi, che qualcun altro un po’ meno cattivo li sta combattendo, che c’è gente che scappa e altra che muore. O almeno così ci hanno detto. La verità è che non sappiamo niente, perché non vediamo niente con i nostri occhi. E se anche ne avessimo l’opportunità, probabilmente distoglieremmo lo sguardo. Ed è proprio per questo che gli appunti che vengono mossi alla Harvey da Consequence of Sound paiono fuori fuoco. Particolarmente quando la si accusa di “reggere una cornice. È lei che sceglie dove apporla: il questo, il cosa, il come e il quando. Non esiste una oggettività assoluta. Manipolare i “fatti” è questione di prospettiva indotta. La cornice fa parte del quadro”. Ok, capisco il punto. C’è solo un piccolo particolare: e cioè che PJ non è una giornalista. Non la si può accusare di non fare quello che altri più titolati di lei hanno rinunciato a fare. PJ Harvey è un’artista, e che altro deve fare un artista se non provare a filtrare la realtà attraverso i suoi occhi e la sua poetica? Quella cornice non è qualcosa che taglia fuori parti più o meno grandi di realtà, ma qualcosa che prova a riunire in un’unica immagine ciò che ci arriva frammentato e disperso. Non è questione di oggettività assoluta. E’ questione di reggere lo sguardo. E quindi no, PJ Harvey in The Hope Six Demolition Project non sta facendo “giornalismo”, e tanto meno “turismo del dolore”. Fa qualcosa di molto più complicato, che forse si serve della tecnica giornalistica ma implica un coraggio e una profondità di riflessione che il giornalismo non possiede più. Per tutti questi motivi, alla fine, mi interessa poco stabilire se questo disco è un capolavoro o no, se è più o meno bello di Let England Shake o To Bring You My Love, se è un disco “politico”  (che aggettivo abusato e vuoto) o no. A me piace moltissimo, forse penso anche che sia un capolavoro, ma soprattutto credo che sia un’opera d’arte importante e a modo suo totalmente calata nel presente. Di quanti dischi contemporanei si può dire la stessa cosa?

Dasht-e-Qala,Takhar Province: November 2000 Mother and son.

Un’ultima suggestione che non c’entra niente, e più che altro è frutto di sinapsi che hanno passato troppo tempo a cibarsi di musica e cultura pop. C’è quella frase di The Ministry of Defence, quella che nel testo si dice scritta a biro sotto un arco: this is how the world will end. Mi ricordava vagamente una frase simile pronunciata da qualche musicista, e alla fine mi è venuto in mente da chi e dove. È quello che dice, più o meno con le stesse parole, Pete Townshend sul palco di Monterey, prima di attaccare una delle più devastanti versioni di My Generation nella carriera degli Who. Ecco, appunto: la mia generazione. Che poi è la stessa di PJ Harvey. Una generazione che non solo non ha cambiato il mondo (non ci ha mai neanche provato, se è per questo), ma addirittura lo ha frantumato in milioni di piccoli mondi ego-riferiti e narcisisti, sulla scorta di un benessere illusorio del quale oggi paghiamo (e facciamo pagare) le conseguenze. Il fatto che ci siano artisti come PJ Harvey che provano per noi a raccogliere quei frammenti e a raccontarlo ancora, il mondo, dovremmo accettarlo come un regalo e un privilegio.

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(tutte le foto in questo post sono di Seamus Murphy)

Blast from the past. 25 ristampe per il 2015.

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Se stare dietro all’abnorme produzione musicale di oggi è un’impresa impossibile, mantenere la rotta con le pubblicazioni relative alla musica di ieri è pura utopia. Troppe uscite, troppi anni/dischi/generi da riscoprire, e sempre una sola vita a disposizione. La parte positiva è che la musica non è mai “troppa”, e quindi tutto sommato va bene così. Soprattutto va bene per quello che resta dell’industria musicale, che sulle ristampe o più genericamente sulle operazioni di archivio sta giocando le sue ultime fiches di sopravvivenza. Un po’ insistendo sullo sfruttamento intensivo del target di riferimento (40-50-60enni, rimasti legati all’idea di album e alla musica della loro gioventù) e un po’ avendo intuito che anche il consumatore di musica meno agée è psicologicamente più ben disposto verso l’acquisto del disco “fisico” quando si tratta di classici. Ecco quindi che trova una facile spiegazione l’alluvione di deluxe edition, ristampe espanse, cofanetti, remastered, edizioni per audiofili, e – ovviamente – “vinyl only edition” a prezzi gonfiati oltre ogni logica e pudore (l’argomento andrebbe affrontato seriamente, qui mi limito a dire che siamo a metà tra la truffa legalizzata e la circonvenzione di incapaci). Da un lato, si può pensare che si stia raschiando il fondo del barile; dall’altro che quel barile un fondo forse non ce l’abbia. Credo siano vere entrambe le cose. Ed è proprio da questo punto di vista che si possono individuare le due prospettive da cui guardare alla musica del passato: la prima è quella della nostalgia e della conferma di valori che si danno per assodati, la seconda è quella della scoperta continua (di artisti o scene musicali che non si conoscevano, o di aspetti inediti di artisti o scene musicali che si pensava di conoscere). Sono valide entrambe, ma personalmente tendo a preferire la seconda. Non c’è niente di male a ricomprarsi per la dodicesima volta Sticky Fingers o Unknown Pleasures o Astral Weeks (soprattutto se, deo gratias, finalmente rimasterizzato), ma il vero piacere secondo me sta nello scovare qualcosa che non si era ancora mai ascoltato. Trattare cioè il passato come un virtuale presente da esplorare. Per questo, così come amavo da ragazzo etichette come la Edsel e la Rhino, oggi benedico l’esistenza di Light in the Attic, Numero Group, Vampisoul, Cherry Red/Esoteric, Big Beat, ecc. La lista di seguito, con poche eccezioni, è stata stilata in quest’ottica. L’ordine è assolutamente casuale, nessuna graduatoria di merito. Ovviamente si potrebbero segnalare molti più titoli, ma poi da quel famoso barile si rischia, davvero, di non uscire più.

 

Edge of Daybreak

THE EDGE OF DAYBREAK –  Eyes of Love (Numero Group)

Così come i film, esistono anche i dischi carcerari. Al contrario di Johnny Cash a San Quintino e alla Folsom Prison, gli autori di questo album finite le session non sono tornati a casa bensì in cella. Gli Edge of Daybreak erano infatti la resident band (fin troppo “resident”) del penitenziario di Richmond, Virginia. Niente gospel strazianti, comunque. Registrato nel 1979 in uno studio mobile fornito da una radio locale, sotto l’occhio e i fucili dei secondini, Eyes of Love è un piccolo gioiello di funk-disco alla Earth Wind & Fire/Isley Brothers. They should have been released.

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AA.VV. – Back from The Grave vol. 9-10 (Crypt)

Bentornato dalla tomba. Il vecchio Tim Warren è vivo e vegeto, per fortuna, ma la più famosa tra le sue collane di rock’n’roll da – e per – disperati era andata fuori produzione da quasi vent’anni. A sorpresa ecco spuntare due volumi nuovi, pieni come al solito di “raw blastin’ mid-60’s punk” e grezzume amatoriale  riciclato da qualche garage texano o californiano. Copertine più orrende del solito, in una delle quali si torturano degli hipster e si pianta un forcone nel culo di un dj impegnato al laptop. Non imparerai proprio mai, Tim.

Goldberg

GOLDBERG – Misty Flats (Light in the Attic)

Disco stampato in 500 copie all’epoca (1974), e mai riesumato prima né su vinile né su cd. Barry Thomas Goldberg aveva suonato in precedenza in una band power pop, ma in queste canzoni amare e desolatissime – incise su un due piste con la collaborazione di un altro culto da private press, Michael Yonkers –  non c’è traccia di ritornelli ed esuberanza. Suono che definire “scarno” è persino un eufemismo, ruminazioni sullo stato dell’America al tempo del Watergate e della prossima caduta di Saigon, ricordi famigliari struggenti, poetica da “altra Hollywood”: può ricordare, a scelta, la versione povera di On the Beach di Neil Young oppure Elliott Smith e Mark Kozelek nati vent’anni prima.

Vega Chilton Vaughn

ALAN VEGA, ALEX CHILTON & BEN VAUGHN – Cubist Blues (Light in the Attic)

L’idea di una session newyorkese a notte fonda tra Alan Vega e Alex Chilton  rappresenta l’esatto contrario del concetto di salutismo, così come di quello di registrazione professionale.  Sigarette, alcool e attitudine alla “come viene viene, passa quella bottiglia va’”. Probabilmente senza l’aiuto di Ben Vaughn – eccellente cantautore pop sempre un po’ dimenticato, qui in veste di batterista e ispiratore del progetto – non sarebbero venuti a capo di niente. Invece ne uscì un disco stralunato e beefheartiano, un blues notturno da intoxicated men che andò purtroppo perso in quegli anni (era il 1996) di dopo-sbornia grunge. Nella nuova edizione anche il codice per scaricare una delle rarissime esibizioni dal vivo del trio.

Lizzy Mercier Descloux

LIZZY MERCIER DESCLOUX – Press Color (Light in the Attic)

Se la blank generation che ciondolava nella Lower East Side tra gli anni 70 e 80 ha avuto una sua versione femminile di Rimbaud, quella era –  più ancora che la sua evangelista Patti Smith – Lizzy Mercier Descloux. Non fosse altro perché lei era francese sul serio. La Light in the Attic ha ristampato diverso materiale della Descloux ma Press Color, che abbina il suo album d’esordio all’Ep Rosa Yemen, è la prima cosa da mettersi in casa per conoscere il personaggio. Minimalismo pop, funk, “mutant disco” e versioni assurde di temi di Lalo Schifrin, Fire di Arthur Brown e Fever di Otis Blackwell (re-intitolata perversamente e profeticamente Tumour: esattamente quello che ci porterà via Lizzy troppo presto).

Pretty things

PRETTY THINGS – Bouquets from a Cloudy Sky (Snapper)

Monumentale e definitivo tributo ai Pretty Things. Giusto così: i Pretties sono monumentali e definitivi. Con 13 cd + libro+ dvd in edizione limitata è ovviamente solo per maniaci della band (che ovviamente hanno già tutto, probabilmente in più versioni) con un certo potere d’acquisto. Ma non potevo non mettere in questa lista il gruppo con il look più figo di tutti i tempi.

Doug Hream Blunt

DOUG HREAM BLUNT – My Name is Doug Hream Blunt (Luaka Bop)

Il suo nome è Doug Hream Blunt, e chi l’aveva mai sentito prima? Forse solo David Byrne, Ariel Pink e Dean Blunt, che pare abbia preso il nome d’arte ispirandosi a lui. Un solo album auto-prodotto e auto-finanziato a fine anni 80, manifesto di funk lo-fi che fa entrare in collisione synth e Hendrix, atmosfere caraibiche e Curtis Mayfield. La chitarra di Gentle Persuasion è semplicemente pazzesca, ascoltare per credere.

Fotheringay

FOTHERINGAY – Nothing More (Island)

Un box set per un gruppo che ha pubblicato solo un album (più un secondo “rimaneggiato” uscito quasi quarant’anni dopo) può sembrare eccessivo. Ma qui c’è anche un live, registrazioni per la BBC e un dvd con un’esibizione televisiva. E comunque anche un solo minuto in più di Sandy Denny non è mai un minuto di troppo.

Creation

AA.VV. – Creation Artifact (Cherry Red)

Ok, la Creation che conta davvero è arrivata dopo. Ok, tutti questi pezzi assomigliano un po’ troppo uno all’altro. Ma quel mondo lì, quegli adolescenti con i capelli a caschetto e l’eskimo (da loro si chiamava “anorak”) che strimpellano i Byrds e i Velvet Underground in una Gran Bretagna più triste e grigia che mai per me ha sempre avuto un fascino irresistibile. Alla fine, veniamo tutti da lì. Più o meno.

Syl Johnson

SYL JOHNSON – The Complete Twinight Singles (Numero Group)

Doppio vinile che, come da titolo, mette in fila la quindicina di singoli che Syl Johnson incise per la Twinight. Un grandissimo del soul mai troppo celebrato, se non dalla comunità hip hop che lo ha sempre considerato un precursore.

Unwound

UNWOUND – Empire (Numero Group)

Gli ultimi due album degli Unwound, apocalittici e bellissimi, prima che il futuro si richiudesse su di loro. Punk come se non ci fosse un domani, per l’appunto. E proprio per questo l’ultimo vero esempio di punk. In più demo, singoli, B-sides e inediti.

Motorpsycho

MOTORPSYCHO – Demon Box (Rune Grammofon)

Facile il calembour: da Demon Box al Demon Box Set. Non sono tra quelli che lo ritengono il miglior album dei norvegesi, ne faranno di più equilibrati e pure di più creativi in seguito, ma l’ampiezza di riferimenti e la visione rock totale di questo Everest del post-grunge mi lascia ancora stupefatto dopo più di vent’anni. E che bello riascoltare quella fantastica, luciferina versione di House at Pooneil Corner degli Airplane dal Mountain Ep.

Zakary Thaks

ZAKARY THAKS – It’s the End – The Definitive Collection (Big Beat)

Ah, quelle belle raccoltone di gruppi garage dei quali conoscevi giusto un pezzo, e dei quali poi continui ad ascoltare sempre quel pezzo. Nel caso degli Zakary Thaks si tratta ovviamente di Bad Girl, irrinunciabile classicone texano da Nuggets/Pebbles, ma la sorpresa sta nel fatto che pure il resto del repertorio era solidissimo e che non c’è la solita sfilza di cover (solo una: I Need You dei Kinks).

When Sharpies Ruled

AA.VV. – When Sharpies Ruled (Festival Records)

Gli sharpies sono stati la versione australiana degli skinhead britannici, fortunatamente de-politicizzati ma con diversi tratti in comune. Una delle tante sottoculture working class nate dalla matrice mod, della quale sapevo poco o niente. Come sempre la musica era uno dei fattori unificanti (l’altro era la diffusione del mullet di cui gli sharpies sono stati gli inventori, a loro eterna vergogna) e come sempre rappresenta la chiave d’accesso ideale. Nel caso di queste band – poche quelle “note”: i Coloured Balls, i La De Das e i Rose Tattoo – si tratta di un miscuglio di glam, hard rock, pre-punk e rock’n’roll puro e semplice. Energia e ignoranza, l’eterno binomio teen.

Jodorowski

ALEJANDRO JODOROWSKI – The Holy Mountain OST (Finders Keepers)

Più che la montagna sacra, il sacro graal delle colonne sonore. Edita per la prima volta in vinile, è la prova che Jodorowski non ha niente da invidiare a Carpenter come regista-compositore.  Se il film è allucinato, la sua sonorizzazione è pure peggio. Psichedelia, free jazz, folk, orchestrazioni western e canti mongoli: non si faceva mancare niente, il nostro esperto di tarocchi.

Ork

AA.VV. – Ork Records: New York, New York (Numero Group)

Ork Records è uno di quei nomi cult che saltano sempre fuori quando si parla della New York della seconda metà degli anni ‘70. Nessuno però ci aveva ancora pensato a riunire in un’unica raccolta i vari singoli e memorabilia dell’etichetta fondata dal manager dei Television. Little Johnny Jewel, certo, ma pure i Feelies con il nervosismo perpetuo, Lester Bangs canterino, Cheetah Chrome da solo, Mick Farren in trasferta, Richard Lloyd e soprattutto un intenso sberluccicare da Big Star. La Ork è infatti stata per un breve periodo un rifugio per l’Alex Chilton randagio di quegli anni, e in sovrappiù c’erano anche i Prix prodotti da Chris Bell. Indispensabile.

Sly

SLY & THE FAMILY STONE – Live at Fillmore East (Epic)

Sly e famiglia davanti a qualche migliaio di hippy newyorchesi nell’ottobre del ’68, nove mesi prima della messa grande a Woodstock. Qualità sonora ottima (il concerto era stato registrato in previsione di un live, poi accantonato) e band che va a pieni giri, in piena mutazione dal soul al funk psichedelico e astratto degli anni successivi.

The Strands

THE STRANDS – The Magical World of The Strands/The Olde World (Megaphone)

Michael Head potrebbe giocarsi con Lee Mavers la corona del re degli sfigati dell’indie pop anni 80/90. Al contrario dello sbiellato dei La’s ha comunque continuato a produrre musica eccellente, e forse la migliore è quella che sta in The Magical World of…. Qualcosa tipo i Love cresciuti a Liverpool, mettiamola così. Molto interessante anche la raccolta parallela The Olde World, con versioni diverse dei brani dell’album e tinte folk ancora più pronunciate.

Jorge Ben

JORGE BEN – Ben (Real Gone Music)

Uno dei dischi più spogli e affascinanti dell’uomo di Mas Que Nada, fuori catalogo da secoli. L’uso della chitarra in questo disco pare semplicissimo ma riserva una meraviglia dopo l’altra. Compresa quella Taj Mahal presa a prestito (si fa per dire) da Rod Stewart per Do Ya Think I’m Sexy?

Dust on the nettles

AA.VV. – Dust on the Nettles (Grapefruit)

In questi ultimi anni si è abusato del termine “acid-folk”, attribuendolo con troppa generosità a qualunque scoppiato con la barba, la chitarrina e testi che parlano di unicorni. Questi tre cd puntati sulla nebulosa che diede origine a tutto (la Gran Bretagna freak tra il ’67 e il ’72) non fissano la questione una volta per tutte, ma qualche paletto lo mettono. Ottimo bilanciamento tra nomi conosciuti e rarità, con qualche gradita sorpresa (tipo la primissima Joan Armatrading).

Jock Scot

JOCK SCOT – My Personal Culloden (Heavenly Records)

L’unica raccolta di poesie di Jock Scot si intitola Where is my Heroin?, e questo già inquadra un po’ il personaggio. Just Antoher Fucked Up Little Druggy, come recita invece il titolo di un pezzo di questo disco inciso nel 1997 con i Nectarine N.9 e andato perso nel casino di quegli anni. L’edimburghese non è però solo un drop out reduce dal punk – uno alla John Cooper Clarke, insomma – riciclatosi nei fermenti musicali di vent’anni dopo: è un poeta alieno, con una sua visione stralunatissima del mondo che affascina in modo persino perverso. I monologhi assurdi e biascicati di My Personal Culloden sembrano opera di un Aidan Moffat con alle spalle la Bonzo Dog Band. Sempre che si riesca a immaginare qualcosa del genere.

Adrian Sherwood

AA.VV. – Sherwood at the Controls vol.1: 1979-1984 (On U-Sound)

Le produzioni del giovane Adrian. Ottimo compendio per chi non ha il tempo, i soldi e/o la voglia di collezionare tutti i dischi dub, reggae, punk-funk e wave su cui ha messo le mani Sherwood in quegli anni formativi. Mi ha anche ricordato che è esistito un gruppo chiamato Shriekback, che avevo preferito dimenticare ma che al riascolto mi sono sembrati quasi accettabili (la vecchiaia, che brutta cosa…)

Bruce & Vlady

BRUCE & VLADY – Blue Variations (Vampisoul)

Nonostante la copertina curate da un grafico cieco, questo disco è una bomba. Groove metronomico e acid-oriented, fatto esplodere da un tastierista r&b americano (Bruce) e un batterista free-jazz polacco (Vlady) conosciutisi in Svezia nel 1969. Sembra una barzelletta, invece è roba serissima. Botte di Hammond B-3 e litanie funk, tra Brian Auger e James Brown. Con persino qualche anticipazione – come mi è stato fatto notare – dei Make-Up di venticinque anni dopo.

Ghost Box

AA.VV. – In a Moment…Ghost Box (Ghost Box)

Se il concetto vituperato di “narrazione” ha trovato negli ultimi dieci anni una realizzazione perfetta in musica, sta tutto nell’operazione Ghost Box. Nessun altro ha saputo infatti creare – con suoni e riferimenti trasversali – un mondo immaginario eppure perfettamente plausibile come l’etichetta “fantasma” inglese. Niente di meglio di questo portale per introdursi in una  Narnia fatta di sigle della BBC, elettronica fai-da-te, post-psichedelia, horror low cost, paesi immaginari e brughiere visitate dagli alieni.

Bob Dylan

BOB DYLAN – The Cutting Edge – Bootleg Series vol.12 (Sony Legacy)

Chiudiamo in gloria. Qui si tratterebbe di fare esegesi biblica più che di buttare giù due righe, per cui mi limito a dire che The Cutting Edge– insieme al Live 1966, il cui ascolto andrebbe alternato a questo tutti i giorni prima e dopo i pasti – è il volume definitivo delle Bootleg Series. Nel 1965-66 Dylan era Dio e il suo profeta, contemporaneamente. Immergersi nei bozzetti, nelle alternate takes, negli appunti di lavoro di quei tre dischi là è come esaminare nei minimi particolari l’onda sismica di un terremoto di cui si sentono ancora oggi gli effetti. Naturalmente per i dylaniati senza speranza c’è la versione mammut da ottantamila cd, ma anche quella da due fa girare la testa. Anzi, a me bastano già una If You Gotta Go, Go Now con controcanto femminile, le due versioni alternative di Desolation Row (soprattutto quella appena accennata con voce, piano e basso) e quella simil-rockabilly di Just Like a Woman per vivere felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

50 x 2015

 

London_record_fair

 

Odio le classifiche di fine anno. Sono stupide e prive di senso. Infatti le faccio tutti gli anni, bestemmiando in urdu per il fatto di dover lasciare fuori dieci, cinquanta o cento dischi che invece vorrei segnalare ma non stanno nella fottutissima top ten che le riviste musicali ti chiedono più o meno intorno a ferragosto. Dato che qui sopra sono il capo-redattore di me stesso (come si intuisce dal fatto che pubblico un post ogni due mesi) ho tagliato le curve e ne ho messi 50, di dischi. Alè. Troppi? Sempre troppo pochi, invece. Credo che ogni vero appassionato di musica possa condividere la stessa percezione. Come ormai ripeto ogni anno a dicembre quando si tratta di fare i consuntivi, stiamo vivendo un periodo felice da questo punto di vista (almeno da questo, cazzo). La polverizzazione dell’industria musicale ha liberato energie e creatività, chi suona non ha più la necessità di conformarsi alle esigenze di un mercato inesistente, la molteplicità di approcci e di influenze musicali genera ibridi magari ancora imperfetti ma quanto meno stimolanti. Quello che si dovrebbe fare è abbracciare questa pluralità, abbandonarsi alla corrente di suoni che attraversa il nostro presente, ascoltare il più possibile e raccogliere il più possibile, trattenendo quello che ci interessa, ci spiazza, ci diverte, ci indica altre strade che potremmo esplorare. La musica interessante è tutta intorno a noi, basta andarsela a cercare. Tra l’altro è pure gratis. L’obiezione prevedibile è: ma il dovere della critica non è quello di operare delle distinzioni, di separare ciò che è valido da ciò che non lo è? Esattamente. In questo senso non vedo contraddizioni nel segnalare cinquanta dischi (ma avrebbero potuto essere tranquillamente cento, giusto per parare i “ma mancano Tizio, Caio e Sufjan!”) che a mio parere vale la pena di ascoltare. E d’altra parte, fare critica non significa neppure ridurre l’esercizio dell’analisi a “è tutta merda”, nichilismo d’accatto che purtroppo sta diventando la regola.

Questa che segue NON è una classifica. E’ una lista in ordine rigorosamente alfabetico (parziale, incompleta, fallace: non può essere diversamente, dato che riflette i miei gusti, i miei interessi e quello che mi piace cercare nella produzione musicale di oggi) di dischi che in questa annata sono rimasti nel mio setaccio. Dischi che ho ascoltato più e più volte. Facendo persino la fatica, molto spesso, di alzarmi a cambiare il lato.

A corredo, una playlist spotify.

E’ tutto. Come diceva Ritchie Valens, come on let’s go.

 

Africa Express

AFRICA EXPRESS – Terry Riley’s In C Mali (Trangsressive Rec.)

Per citare l’altro titolo di Terry Riley che conoscono tutti (più o meno): un arcobaleno nell’aria incurvata del Mali. C’entrano in qualche modo Damon Albarn e Brian Eno, ma il cuore è nero come è giusto che sia. Sillogismo di prima figura: il minimalismo si fonda sull’iterazione, l’iterazione è al cuore della musica africana, il minimalismo nasce in Africa. E qui ci torna, con l’Express. Imperdibile il video.

Algiers

ALGIERS – Algiers (Matador)

Le band che si ispirano – senza aggiungere nulla in termini di creatività e contemporaneità – ai capisaldi del post-punk  sono una piaga degli ultimi quindici anni. Traduttori de’ traduttori dei Joy Division. Gli Algiers almeno hanno avuto l’intuizione – come peraltro i Tv on The Radio già nel decennio scorso – di virare il grigio al nero, con accenti soul e belle siringate di blackness orgogliosa e militante.

Baba Commandant

BABA COMMANDANT & THE MANDINGO BAND – Juguya (Sublime Frequencies)

Disco segnalatomi da un collega che in   questi territori non perde mai la bussola, il black vice-president Andrea Pomini. Miglior disco del Burkina Faso che ho ascoltato quest’anno.  No, seriamente: il comandante Baba e i suoi mandinghi sono dei Konono N.1 più moderni e con produzione aggiornata. Afrobeat  futuribile.

Barnett Courtney

COURTNEY BARNETT – Sometimes I Sit and Think, Sometimes I Just Sit (Marathon Artists)

La nostra migliore amica, quella con cui vorremmo andare in tutti i festival e i negozi di dischi del mondo.  Ne ho parlato diffusamente qui. Niente altro da aggiungere se non “chiama quando vuoi, Courtney”.

Boogarins

BOOGARINS – Manual (Other Music Rec.)

Dici “band neo-psichedelica brasiliana” e pensi subito “Os Mutantes”. Che sono indubbiamente un riferimento cultural-spirituale dei Boogarins – soprattutto gli Os Mutantes kubrickiani del secondo album – ma certo non l’unico. Ci sono anche i Quicksilver e i Flaming Lips, Marcos Valle e i Mad River, gli MGMT e gli High Llamas, sunshine pop e contestazione no-global. Affascinante lungometraggio a colori solarizzati, nel quale le accelerazioni psych si mescolano al torpore da Copacabana assolata. I rapazes cantano in portoghese invece che nel solito inglese farlocco, e questo è un ulteriore punto a favore.

Butterscotch cathedral

THE BUTTERSCOTCH CATHEDRAL – The Butterscotch Cathedral (Trouble in Mind)

Due brani da diciotto minuti, un vago odore da concept album e la parola “suite” che spuntava in qualche recensione letta in rete. La Peste Nera, insomma. Invece trattasi di opera (rock?) gradevolissima e sempre sorprendente nei suoi stacchi di atmosfere, con echi di Tommy, Sf Sorrow, Ogden’s Nut Gone Flake e Smile. Il neo pre-prog, se questa formula potesse avere un senso (non ce l’ha, tranquilli).

Calibro 35

CALIBRO 35 – S.P.A.C.E. (Record Kicks)

Tolti i passamontagna da banda della Comasina, i Calibro si sono messi il casco da astronauta.  Sono sempre loro, comunque, con il solito groove appena più rarefatto e l’orbita deviata leggermente sul pianeta jazz-prog. Comunque una certezza.

Chills

THE CHILLS – Silver Bullets (Fire Rec.)

Bastano quei giri di basso alla Pink Frost quando attaccano le canzoni, quelle chitarre secche, quella batteria di cartone, quelle sverniciate di tastiera. E la voce di Martin Phillips, compassata e morbosa come ai vecchi tempi della “suora volante”. Ecco, basta già ritrovare tutto questo per essere contenti e rimettersi la felpa con la scritta DUNEDIN SCHOOL. Se poi la bontà media delle canzoni è pure elevata, come qui, meglio ancora. La nostalgia è tanta, ma solo per  i miei diciott’anni e fortunatamente non per la qualità della musica.

Coffe Diane

DIANE COFFEE – Everybody’s a Good Dog (Western Vinyl)

Non si chiama Diane, e non è una donna. Ma per uno che ha suonato la batteria nei Foxygen e ha iniziato doppiando i cartoni della Disney, un nome d’arte cretino è il minimo sindacale. Perfetto rappresentante di questa nuova genia di musicisti-produttori-one man show che stanno ridisegnando le mappe del pop odierno, mister Coffee si diverte a mescolare tutto il mescolabile, un po’ come faceva un certo Todd Rundgren illo tempore. Il suo Something/Anything? non lo ha ancora fatto e forse non lo farà mai, ma intanto il suo circo glam è una botta di colore e fantasia.

Courtney Martin

MARTIN COURTNEY – Many Moons (Domino)

Jangle-pop come Dio (Norman Blake? Roger McGuinn? Alex Chilton? Matthew Sweet?) comanda. Più “classico” dei Real Estate, che già non sono esattamente questi mostri di imprevedibilità. Dieci canzoni deliziose nelle quali inizi a fischiettare il ritornello prima ancora che parta, eppure non rinunceresti a nessuna di loro.

Dengue Fever

DENGUE FEVER – The Deepest Lake (Tuk Tuk)

La voce orientale cantilenante fa sempre l’effetto “scena in un bar equivoco di Saigon in viet-movie a caso”, ma superato l’ostacolo – posto che lo sia – si trova uno dei dischi più frizzanti e cosmopoliti dell’anno.  Stax e Motown che rilanciano le operazioni in Cambogia, latin grooves e psichedelia da Nuggets del sud-est asiatico, funk e surf. Sono di Los Angeles, ma questa è pura Khmer-xploitation.

Eyelids

EYELIDS – 854 (Jealous Butcher Rec.)

La copertina non è esattamente questa, e neanche il nome del gruppo visto che ora si fanno chiamare Eyelids Or. Il disco era uscito l’anno scorso ma è arrivato in Europa solo nel 2015. Va beh, che palle queste note burocratiche. Risolviamola in tre parole: paisley, power e pop. Se davanti a queste tre P avete la reazione pavloviana che ha da sempre il sottoscritto, sapete cosa dovete fare. Guitar-band dell’anno (il 1986, ovviamente).

Father John Misty

FATHER JOHN MISTY – I Love You, Honeybear (Bella Union)

Josh Tillman è mezzo hippy e mezzo hipster (hippyster?), insomma è uno che ha tutto per starmi sulle palle. Peccato che scriva canzoni meravigliose e testi tra i più brillanti della sua indolente generazione (che è comunque meglio della mia).  “Love is an economy based on resource scarcity” è una frase che definisce il presente meglio di qualunque headline giornalistica.

Fay Bill

BILL FAY – Who is the Sender? (Dead Oceans)

Certi musicisti – certi esseri umani – non puoi fargli il torto di analizzarli criticamente e sminuzzarne la poesia (così fragile, così in bilico sul vuoto) in formulette, paragoni e riferimenti. Devi solo ascoltare, abbandonandoti alla loro dolcezza indifesa. E se ti capita di incontrarli, abbracciarli e dire loro grazie.

Fuzz

FUZZ – II (In the Red)

In genere Ty Segall lo reggo a piccole dosi. I Black Sabbath invece no: quando metto su un loro disco poi devo ascoltarmi di fila almeno i primi quattro. Dato che la versione-Fuzz di Segall è quella 100% sabbathiana, posso spararmi questa mappazza di fuzz e chitarre down-tuned in scioltezza, facendo air guitar e pensando di essere ancora pieno di capelli.

Gardner Jacco

JACCO GARDNER – Hypnophobia (Polyvinyl)

Quella di Jacco Gardner è tappezzeria sonora, da intendersi nel miglior modo possibile. Un po’ come certi fondali di cartapesta da teatrino del primo Novecento, trasposti in era psichedelica. È più importante la trama del suono che non la struttura della canzone in sé, mai davvero astrusa ma neanche molto lineare, e comunque qui più astratta rispetto al primo disco dell’olandese. A web of sound, direbbero i Seeds. Una ragnatela acid-pop che avvolge dolcemente e inesorabilmente.

Godspeed You

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Asunder, Sweet and Other Distress (Constellation)

Il compagno Efrim e la sua banda non si discutono. Poi certo, possono esserci dischi più o meno ispirati. Questo lo è, ma soprattutto è uno dei più radicali del gruppo di Montreal. La prima parte è al limite dell’atonalità, nella seconda spunta un fantasma di melodia che in un crescendo irresistibile – e magniloquente come solo loro sanno essere – fa venire voglia di baciarsi sulle barricate, o altre cose ugualmente retoriche.

Gospelbeach

GOSPELBEACH – Pacific Surf Line (Alive)

Ho amato i Beachwood Sparks e i loro derivati come poche altre band degli ultimi quindici anni, perlomeno in ambito di rock più o meno classico. Non potevo non capitolare davanti a questi GospelbeacH, che oltre a un paio di ‘Sparks vedono schierato anche Neal Casal. Splendido esercizio di stile, ultimo arrivato in una genealogia che parte da Notorious Byrd Brothers e American Beauty. Southern California uber alles.

Herndon Holly

HOLLY HERNDON – Platform (4AD)

Il disco di ambito elettronico (detto in modo terra terra) che mi ha stuzzicato di più. Forse perché l’autrice è una donna, forse perché c’è una matrice pop anche se ben dissimulata, ma soprattutto perché si coglie una intelligenza notevolissima nella scomposizione, nei sezionamenti chirurgici di suoni e voci della Herndon. Niente pare fatto a caso, tutto sembra ricondotto a una “piattaforma” teoretica e concettuale rigorosa. Ascoltando Platform mi è venuta in mente – con tutte le mille differenze del caso – una Laurie Anderson cresciuta in un mondo completamente digitalizzato.  Ci sono suggestioni peggiori.

Holter Julia

JULIA HOLTER – Have You in My Wilderness (Domino)

Là dove la diva Julia scopre il valore della comunicatività e delle melodie, pur rimanendo algida nell’approccio e cerebrale nella costruzione dei brani. Le mancava solo questo: ora può puntare a diventare la Kate Bush o la Laura Nyro della sua generazione. Le ha già lì, nel mirino. Lucette Stranded on the Island è una canzone che da sola giustifica una carriera in musica.

Jesso Tobias Jr

TOBIAS JESSO JR – Goon (True Panther Sounds)

Quando l’ho visto dal vivo non ho potuto fare a meno di pensare a Bruno Martelli di “Saranno famosi”. Somiglianze imbarazzanti a parte, questo ragazzo ha un talento melodico cristallino. Cocktail-pop di altissimo livello.

Khruangbin

KHRUANGBIN – The Universe Smiles Upon You (Night Time Stories)

Una volta le garage band texane si esercitavano sui sacri testi di Nuggets. Oggi, come i Khruangbin, lo fanno sulle compilation di funk, surf e psichedelia orientali. Stimolanti ibridi culturali – Thai Floor Elevators? – che ci si augura crescano e si moltiplicano. I risultati sono affascinanti, e con questa musica l’universo ci sorride.

Krol Mike

MIKE KROL – Turkey (Merge)

Di quella manica di cazzoni garage-lo fi che ormai fa genere a sé, questo è uno dei più spassosi, insieme a King Khan (il cui disco nuovo, oggettivamente, non è granché). Un Jay Reatard conciato da poliziotto gay anni 70, con il cognome di un grande libero olandese: cosa si vuole di più?

Lamar Kendrick

KENDRICK LAMAR – To Pimp a Butterfly (Interscope)

Non sono mai stato, e a questo punto difficilmente potrò mai diventarlo, un cultore dell’hip hop. Da frequentatore molto occasionale (e certo non da esperto), nell’ambito  mi piacciono soprattutto i dischi che si inquadrano in una visione progressiva e globale della musica nera, facendone una sinossi attendibile. To Pimp a Butterfly è quel genere di disco. E ha pure la copertina più iconica dell’anno.

Love Simon

SIMON LOVE – It Seemed Like a Good Idea at the Time (Fortuna Pop!)

La categoria “one-man band pop-psichedeliche” è tra i titoli più quotati nel mio borsino, ultimamente. Vedi anche alle voci Diane Coffe, Jacco Gardner, Balduin, ecc. In realtà questo scugnizzo gallese di pischedelico ha molto poco, di pop invece tantissimo. L’album di famiglia, rigorosamente britannico, parte dall’inevitabile Macca post-Beatles (di cui interpreta Dear Boy) e da Elton John (al quale dedica il titolo di un pezzo strepitoso) e prosegue con le foto di Marc Bolan, Robyn Hitchcock, Andy Partridge, Captain Sensible e dei conterranei Gruff Rhys e Euros Childs.

Mbongwana Star

MBONGWANA STAR – From Kinshasa (World Circuit)

Già la composizione umana dei Mbongwana Star è materia da romanzo.  L’incontro/scontro tra musica congolese e trucchi di produzione tipici della dance, dell’elettronica e del rock (tracce di post-punk e psichedelia, persino!) produce un suono fluido e ovattato allo stesso tempo, tribale e moderno. Da Kinshasa alla luna.

Moffatt&Wells

AIDAN MOFFATT & BILL WELLS – The Most Important Place in the World (Chemikal Underground)

Il posto più importante di tutti è casa propria, ovviamente. Con il vocione delicato (solo apparentemente un ossimoro) di Aidan Moffat, con le sue storie raccontate in quel modo ciondolante da vecchio amico che ne ha bevuta una (due? tre? ventisette?) di troppo, in effetti ci si sente subito lì: a casa. L’ironico gospel satanista di Street Pastor Colloquy, 3AM non può mancare in una top ten di canzoni dell’anno.

O Rourke Jim

JIM O’ ROURKE – Simple Songs (Drag City)

Il concept sta già nel titolo. Ma è sviante, perché poi queste canzoni, benché straordinariamente melodiche, sono tutt’altro che “semplici”. Raccogliere gli indizi disseminati da Jimbo – Randy Newman, Elton John, Genesis, David Ackles e così via – è parte del divertimento. Comunque sia, un disco che ti fa esclamare di nuovo “Eureka!”, a diciassette anni dalla prima volta.

Ought

OUGHT – Sun Coming Down (Constellation)

La definizione “ indie rock” non ha più nessun senso. Ma per una band come gli Ought la spendo ancora a cuor leggero. I primi Pavement, quelli più storti, sullo stesso furgone dei Feelies.

Prass Natalie

NATALIE PRASS – Natalie Prass (Spacebomb)

Quoziente di sciccheria e sensualità altissimo, qua. Dalla cantera di Matthew E White e dei suoi Spacebomb Studios, ecco la grande speranza del pop femminile per i prossimi anni. Fantastica l’impostazione vocale della Prass, così insinuante e distaccata allo stesso tempo. Se un giorno facessi una cosa kitsch come mettermi una canzone come suoneria del telefono, userei in loop quel “our love is a long goodbye” contrappuntato dai fiati stile Allen Toussaint (una prece) che chiude My Baby Don’t Understand Me.

Pratt Jessica

JESSICA PRATT – On Your Own Love Again (Drag City)

Della quasi omonima Prass, la Pratt possiede l’erotismo dissimulato ma non l’esuberanza pop. C’è la gravitas tipica di chi proviene dal folk, e più alternanza di chiari e scuri.  A modo suo, comunque, anche lei irresistibile.

Public Service Broadcasting

PUBLIC SERVICE BROADCASTING – The Race for Space (Test Card Rec.)

Il disco ideale per chi condivide una, qualcuna o tutte queste passioni: Dr. Who, Douglas Adams, le sigle del BBC Radiopohnic Workshop, l’elettronica cheap dei ‘60s, i dischi della Ghost Box e Tito Stagno.

Royal Headache

ROYAL HEADACHE – High (What’s Your Rupture?)

Pur essendo australiani, questi ragazzi riescono a replicare le atmosfere (e persino l’accento) del più classico r&b/merseybeat inglese. Miglior disco garage dell’anno, probabilmente. “Garage” in senso lato: quello che va dai Them e Billy Childish fino agli Strypes.

Sacri Cuori

SACRI CUORI – Delone (Glitterbeat)

Vecchia Romagna, ovvero la band che crea un’atmosfera. Calembour terribile, ma in fondo ci sono anche i Caroselli degli anni 70 nel bagaglio dei Sacri Cuori. Insieme a influenze tex-mex, Morricone e Piccioni, il liscio e Astor Piazzolla. Operazione raffinata e intelligente di fusione (assolutamente non a freddo) di linguaggi, capace di creare una nuova-vecchia frontiera che va dall’Adriatico al Pacifico.

Saun & Starr

SAUN & STARR – Look Closer (Daptone)

La rivincita delle maestranze. Saundra Williams e Starr Duncan Lowe sono le coriste di Sharon Jones, ma quest’anno hanno saputo fare meglio della principale (donna coraggiosa e artista splendida, comunque, alla quale auguro ogni bene). Bastano gli attacchi di Look Closer e Hot Shot per ritrovarsi in un sabato sera del ’73, con Pam Grier sul divano e un bicchiere di whisky in mano. Daptone-style totale.

Scott Jill

JILL SCOTT – Woman (Blues Babe Rec.)

È interessante notare come il concetto di R&B suggerisca cose diverse a seconda di chi si trova davanti agli occhi questa sigla gloriosa. Jill Scott è una di quelle che può mettere d’accordo tanto i cultori del formato classico quanto i seguaci delle contaminazioni modern soul (peraltro vecchie di una quindicina d’anni pure loro). Elegantissima, ma con ironia. Più, naturalmente, canzoni (e arrangiamenti) eccellenti.

Sexwitch

SEXWITCH – Sexwitch (Echo)

Atmosfere black magick, proprio con il “ck”di Aleister Crowley. In realtà le suggestioni sexy-demoniache sono solo evocate dalla voce di Natasha Khan, qui ottimamente spalleggiata dai Toys. L’idea è eccellente: cover di brani oscuri di psichedelia terzomondista (con l’eccezione di un pezzo di Skip Spence), suonate come se dovessero finire nella colonna sonora di un horror britannico primi anni 70. Welcome to the sabbath.

Sleater Kinney

SLEATER-KINNEY – No Cities To Love (Sub Pop)

Che vuoi dire a queste tre donne meravigliose? L’unica cosa forse è “potevate metterci meno di dieci anni per rimettervi assieme”. Una delle più grandi r’n’r band femminili di sempre. Anzi, leviamo quell’aggettivo antipatico e maschilista: una delle più grandi r’n’r band di sempre, punto.

Sonics

THE SONICS – This is The Sonics (Re:Vox)

Tutti a casa, boys. Sono tornati i maestri di Tacoma. Questi non sono pensionati che stanno a guardare i cantieri: questi i cantieri li fanno esplodere.

Spaccamonti Paolo

PAOLO SPACCAMONTI – Rumors (Santeria)

Mi accorgo di aver messo in questa lista tre dischi italiani in croce, e tutti strumentali. Non credo ci sia bisogno di Freud per interpretare la questione. Questo comunque non c’entra con Spaccamonti, che fa musica eccellente da anni.  Suoni di chitarra incorporei, frustate noise alternate a momenti di vera e propria ecstatic peace, per citare qualcuno davanti al quale il musicista torinese non sfigurerebbe e col quale avrebbe sicuramente molto da dire.

Swamp Dogg

SWAMP DOGG – The White Man Made Me Do It (Alive)

Il vecchio sporcaccione è più vivo e linguacciuto che mai. Soul-funk dritto e volgare come ai tempi in cui cavalcava i topi sulle copertine dei dischi.

Tame Impala

TAME IMPALA – Currents (Fiction)

Ne ho parlato qui. Haters fuck off.

Thomas Pat

PAT THOMAS & KWABISHU AREA BAND – Pat Thomas &…(Strut)

Col suo bel faccione alla Isaac Hayes, Pat Thomas mi è già simpatico prima ancora di ascoltarlo. Una leggenda dell’high life a me totalmente sconosciuta prima di questo disco, al quale partecipano Tony Allen e Ebo Taylor.

Thompson Richard

RICHARD THOMPSON – Still (Proper Rec.)

Richard Thompson fa dischi magnifici da quarant’anni,  peccato che siamo sempre gli stessi ad ascoltarli e ce la contiamo tra noi su quanto sia bravo. Solito tocco chitarristico alla Chet Atkins/Scotty Moore modernizzati, solita voce nasale, solita acre malinconia, solite grandi canzoni. Ottima la produzione di Jeff Tweedy: ci ha messo più cura e amore qua che nelle canzoni dell’ultimo Wilco.

Toro Y Moi

TORO Y MOI – What For? (Carpak Rec.)

Dal downtempo al pop stile Teenage Fanclub/Phoenix. Un bel salto ma il ragazzo se la cava con una disinvoltura persino imbarazzante. Forza Toro, sempre.

Walker Ryley

RYLEY WALKER – Primrose Green (Dead Oceans)

Il talento chitarristico di Ryley Walker è spaventoso, e questo lo abbiamo capito tutti. Quando nella scrittura si affrancherà dai suoi santini di riferimento (Tim Buckley e John Martyn su tutti), dando briglia sciolta all’improvvisazione, ci regalerà qualcosa di memorabile. Comunque già qui ci siamo quasi.

Washington Kamasi

KAMASI WASHINGTON – The Epic (Brainfeeder)

Sì, lo so. Il disco che piace alla gente che piace, quello odiato dai “veri” appassionati di jazz, l’hype e tutto quanto. Lo so. E so anche che per molti basta vedere uno col dashiki, i capelli afro, il sassofono in mano e un fondale anni 70 per (stra)parlare di Coltrane, Sun Ra e compagnia. Falsi problemi: preso per quello che è – un bignami di cose jazz, derivativo ma in gran parte estremamente godibile – riserva ottime vibrazioni, indipendentemente da quanti dischi jazz uno abbia in casa.

Weller Paul

PAUL WELLER – Saturns Pattern (Parlophone)

Fa molto classifica di fine anno di Mojo, me ne rendo conto. “Sti grancazzi” è un commento abbastanza mod? Uno dei dischi più coraggiosi e ispirati di Paolino nostro.

Willis Nicole

NICOLE WILLIS & THE SOUL INVESTIGATORS – Happiness in Every Style (Timmion Records)

Anche se l’etichetta è finlandese – la Willis è sposata con Jimi Tenor – anche qua siamo nel più classico mondo  Daptone. Revival soul con minuziosa cura dei particolari vintage, dalle tonalità dell’organo ai wah wah della chitarra, fino alla voce tra Roberta Flack e Minnie Riperton della protagonista.

Wire

WIRE – Wire (Pinkflag)

Una parola sola: classe. Una delle poche band che non ha mai sbagliato un disco in quasi quarant’anni di storia.