About Carlo Bordone

Giornalista, copywriter, traduttore (in ordine variabile). Ho collaborato con Rumore, Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra, Bassa Fedeltà. Attualmente scrivo su Il Fatto Quotidiano e saltuariamente su Rumore e la webzine Distorsioni (www.distorsioni.net). Per Arcana ho pubblicato "College pop- storia dei Belle & Sebastian" (2004), "Su la testa!-10 anni di rock indipendente italiano" (con Alessandro Besselva Averame, Luca Castelli e Damir Ivic - 2005), "Oggi ho salvato il mondo-canzoni di protesta 1990-2005" (con Gianluca Testani-2006), e le guide "50x60" e "50x70" (allegate alla rivista Rumore, 2014). Sono inoltre tra i redattori dell'"Enciclopedia Rock" e dell"'Enciclopedia del Rock Italiano" (entrambi Arcana) e dei "1000 dischi fondamentali" (Giunti, 2012- a cura di Federico Guglielmi e Eddy Cilìa). Per Arcana ho tradotto "Psychic Confusion-Storia dei Sonic Youth" di Stevie Chick (2009), "American Indie" di Michael Azerrad (2010), "Apathy for the Devil" di Nick Kent (2011). Sono tra gli autori di "Non ti divertire troppo.1980-1999: 20 anni di rock indipendente americano visto da qui" (Flying Kids, 2014).

No (more) fun. A proposito di Gimme Danger, gli Stooges e tutto il resto.

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C’è un momento, in Gimme Danger, nel quale quel mito assoluto chiamato Danny Fields ricorda il suo primo incontro con gli Stooges. Era andato, pressato da Wayne Kramer, a un loro concerto in un liceo di Detroit. Fields racconta che mentre era nel corridoio della scuola venne trafitto dal casino mostruoso che arrivava dalla palestra nella quale Iggy e soci avevano già attaccato a suonare. “Iggy e gli Stooges li sentii prima ancora di vederli”. Per me fu l’opposto: li vidi prima di sentirli, e andò avanti così per un paio d’anni. Nel senso che per un paio d’anni, più o meno dai quindici ai diciassette, mi sono rigirato tra le mani la copertina del primo album senza che mi decidessi mai a comprarlo. Il negozio di dischi in cui si svolgeva a cadenze regolari questo patetico tira-e-molla si chiamava piuttosto incongruamente Maschio. Era uno dei negozi storici di Torino, ma a dire la verità il me stesso liceale ci andava perché attirato, più che dal fornitissimo catalogo, dalla presenza di una bella commessa vagamente somigliante a Grace Slick. Una presenza fatata e inarrivabile, che contrastava con l’inquietante virilità del nome del negozio e della quale tutta la Torino che comprava dischi era innamorata. Naturalmente non ebbi mai il coraggio di rivolgerle la parola, tanto meno per chiederle che tipo di musica facessero quelle quattro facce da tossici che puntualmente mi capitavano in mano mentre frugavo nelle vaschette degli lp. A quindici anni ne sapevo ancora poco di storia del rock, Iggy Pop era un nome che avevo vagamente orecchiato da qualche parte ma non sono sicuro, ripensandoci, che avessi colto che era proprio uno dei quattro sulla copertina del disco. Collegare il passato al presente era molto più problematico, allora. Nel 1983 (o era già l’84? boh) il 1969 sembrava distante un millennio, e per quanto ne sapevo quei tizi potevano già essere tutti morti. Viste le facce era anche abbastanza probabile (e su uno, in effetti non mi sbagliavo). Comunque sia, quel disco mi attirava da bestia solo in virtù di quelle due foto del gruppo, in particolare quella sul retro. Mi sembrava che quei quattro avessero il look più figo che avessi mai visto, persino più dei Ramones ai quali un po’ assomigliavano. Il concetto di “proto-punk” per un quindicenne del 1983, alla fine, si fermava a questo.

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Comunque sia: mi attirava, quel disco, ma mi faceva anche una paura fottuta. Quei quattro saranno stati pure fighissimi con i loro capelli a caschetto e le giacchette di cuoio, ma avevano uno sguardo luciferino che mi faceva cagare sotto. Lì dentro c’era una forza maligna per la quale – intuivo – bisognava essere pronti.  Lo sarei stato, quel tanto che bastava,  solo un paio d’anni più tardi. In una intervista Frank Black dei Pixies, alla domanda “qual è la cosa più figa che ti è capitata nella vita?”, aveva risposto “ascoltare gli Stooges per la prima volta su un walkman scassato…ecco, quella è stata una cosa veramente figa”. A me capitò lo stesso. C-90 prestata da un amico, su un lato il primo disco e sull’altro Fun House. L’amico aveva avuto l’idea geniale di registrare quella rottura di coglioni di We Will Fall al fondo del disco, per cui dopo il wah wah tribale di 1969 e il sabba di I Wanna Be Your Dog arrivavano subito la batteria e l’handclapping di No Fun per non spezzare il ritmo. Al primo “oh c’mon!” la mia vita era già cambiata, il mio mondo sottosopra, l’idea stessa di cosa fosse “musica rock” trasfigurata per sempre. Penso sia successo a quasi tutti quelli che hanno ascoltato la prima volta gli Stooges, o forse a chi lo ha fatto quando ancora non c’erano troppe sovrastrutture – il mito codificato, i luoghi comuni critici, i video su youtube, persino la reunion – a gravare sopra quell’esperienza primale e animale. Alla fine di Little Doll avrei voluto scendere in strada e spaccare tutto. Ci misi una settimana prima di decidermi a girare lato della cassetta,  e…va beh, ma cosa volete che vi racconti sull’impatto di Fun House? È una botta dalla quale non mi sono ancora ripreso dopo trent’anni. Dato che non mi ricordo dove ho lasciato la macchina ieri sera ma posso citare a memoria, parola per parola, articoli di Rockerilla del 1989, mi torna in mente una recensione di Claudio Sorge del primo album dei Mudhoney nella quale per metà parla della sua prima volta con gli Stooges, avvenuta – fortunato lui – in tempo reale. “C’erano gli scioperi spontanei e l’aria era bollente…”. Ecco, quando li ho sentiti io invece non stava succedendo un cazzo – another year with nothing to do, come tutti gli anni 80 – ma l’effetto devastante è stato identico. In quel momento non avrei saputo spiegarmelo in questi termini, ma in un certo senso è come se gli Stooges mi avessero dettato le regole d’ingaggio. Non avrei più saputo ascoltare il rock’n’roll (quello che era venuto dopo gli Stooges, quello a loro contemporaneo e persino quello che c’era stato prima) senza parametrarlo a quella scossa. E la prova ulteriore e finale l’avrei avuta una sera d’estate del 2004 alla Pellerina di Torino, quando Iggy, Ron, Scott e quel grand’uomo di Mike Watt si sarebbero esibiti al Traffic Festival. Uno degli organizzatori, prima del concerto, mi aveva detto: “mah, speriamo bene…Iggy ha dei problemi a un’anca, e poi oh, ha cinquantasette anni”. Certo. A metà del secondo pezzo si era già arrampicato su tre metri di amplificatori. Quel concerto è e resterà in eterno nella mia top 5 di esperienze più emozionanti in una vita di appassionato di musica. Quella sera mi parve che tutto il rock’n’roll che avevo ascoltato in quei vent’anni – tutta la sacra litania che delimita il mio perimetro magico: Chuck Berry e Jerry Lee-le girls band  e la Motown-la british invasion-i gruppi garage-Velvet/MC5/Flamin’Groovies/New York Dolls/Modern Lovers- i Pistols e i Ramones-tutto il punk-i Radio Birdman e le band australiane-tutto il rock sotterraneo degli anni 80-i Sonic Youth, i Dinosaur Jr, Seattle, i Mudhoney e quello là che si è sparato-ecco, che tutto ciò convergesse esattamente in quel momento. Tutto aveva senso, Dio era nei cieli e Iggy a rotolarsi sul palco. Il rock’n’roll era lì, davanti ai miei occhi, come non lo sarebbe stato mai più.

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Ingenuamente, ho pensato che la visione di Gimme Danger avrebbe – fuori tempo massimo, ok, ma chi se ne frega – attivato ancora una volta quella scossa. Non è stato così. Anzi, la sensazione è stata forse quella opposta. Il che non significa che non mi sia piaciuto. Tutt’altro. Sono contento che alla fine esista un documentario sugli Stooges, e che a farlo sia stato uno come Jim Jarmusch. Ci sono abbastanza aneddoti spassosi da giustificare gli undici euro di biglietto – i miei preferiti: Iggy che tenta di essiccare la pianta di marijuana in lavanderia, la telefonata di Ron Asheton a quello dei Three Stooges per avvisarlo che si sarebbero chiamati come loro, la faccia dell’Iguana quando ricorda che Tony Defries voleva fargli fare Peter Pan a Broadway – e anche quel tanto di commozione e nodo in gola che ti prende qui e là con gli occhi che si inumidiscono a tradimento (il volto sofferente del moribondo Scott Asheton, Watt che racconta le vicende che hanno portato alla reunion, James Williamson che dice “hey, they were my buddies” quando spiega perché un ex CEO della Silicon Valley e manager della Sony in pensione decide di tornare a farsi il mazzo suonando la pennata di Search and Destroy in giro per il mondo). Con la scarsezza di materiale video a disposizione – imparagonabile, giusto per fare un esempio, alla quantità di materiale d’archivio che riguarda gli MC5 – Jarmusch ha fatto tutto quel che poteva e pure qualcosa in più. Ho anche trovato apprezzabile la decisone del regista di non voler dare un taglio troppo “autoriale” al film, rischiando tuttavia di adagiarsi un po’ sugli stereotipi del genere “rockumentary”, in particolare quelli imposti dallo stile di Julien Temple.  Avrei forse gradito che ci soffermasse di più su alcuni momenti della vicenda Stooges – il periodo a Londra, l’ultimo concerto al Michigan Palace che viene evocato solo all’inizio – e se da un lato si può intuire la ragione per cui a Bowie si accenna il minimo indispensabile dall’altro non viene neppure fatto il nome di Don Gallucci, il produttore di Fun House. E poi diciamolo: se hai a disposizione un archivio umano di ricordi e lercissimi aneddoti r’n’r come Danny Fields dovresti sfruttarlo un po’ di più, come sa chiunque abbia letto Please Kill Me. Ma forse queste sono solo minuzie e pretese da fan. Nel suo concentrare il focus esclusivamente sui protagonisti della storia, il racconto funziona e trasmette anche un piacevole senso di intimità. Il punto, però, è che trasmette anche qualcos’altro di meno piacevole, anche se tutto sommato inevitabile. È  una sensazione da end of the season, definitiva e malinconica. Alla fine ciò che ci rimane è una vecchia rockstar che, pur con tutta l’intelligenza, il talento e il senso dell’umorismo di cui Iggy è dotato,  ci racconta probabilmente per l’ultima volta una storia che in fondo conoscevamo a memoria e che ci siamo raccontati migliaia di volte come fanno i bambini con le fiabe. Il ritmo, come dire?, stranamente “sedato” e sobrio del documentario si abbina perfettamente, e anche un po’ dolorosamente, alla visione di un uomo sopravvissuto a tutti tranne uno dei suoi vecchi compagni di band, a David Bowie, a Lou Reed, a tre quinti degli MC5. Un uomo di granito, ma che ormai deve fare i conti con la consapevolezza che il ciclo di quella vicenda si è esaurito nella sua interezza: gioventù, caduta, resurrezione, crescita della leggenda, riunione in extremis. Ora è davvero tutto finito. Quella storia l’abbiamo consumata fin dove abbiamo potuto, ora è impacchettata in uno scatolone, pronta per la soffitta della cultura popolare. Iggy andrà avanti e farà il cazzo che vuole come ha sempre fatto, come quando a ventidue anni spiegava a John Cale che voleva mischiare il r’n’r con Harry Partch e John Coltrane. Ma la malinconia rimane.

In un certo senso, Gimme Danger è un esempio perfetto di quella che gli americani chiamano “closure”. Una sorta di veglia per l’avventura di quattro disgraziati di Ann Arbor (cinque con Williamson). Per una piccola garage band come migliaia di altre che per una inspiegabile concomitanza di circostanze e di personalità, per un clinamen impossibile da definire, ha colto miracolosamente l’essenza stessa di questa musica diventandone la rappresentazione ideale. Ma è anche una closure su un mondo che gli Stooges hanno definito – quella cascata di dischi che si vede alla fine: ecco, quel mondo –  e che non tornerà mai più. O semplicemente non tornerà mai più in quelle forme. Essendo un appassionato di musica e un ottimista, sono convinto nonostante tutto che da qualche parte altri quattro rifiuti della società saranno capaci di crearne un altro. Accadrà, ne sono sicuro.

Nell’attesa? Well…maybe go out, maybe stay home, maybe call mom on the telephone.

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In un anno che è sembrato più che altro una prolungata camera ardente, la musica ha dato ancora una volta segnali di discreta vitalità. Una frase che, detta così, può anche non significare un accidente.  Definire “musica” e magari anche “vitalità”, please. No, magari un’altra volta. Quello che voglio dire, banalmente, è che anche quest’anno sono usciti tanti dischi belli, interessanti, coinvolgenti. E ci mancherebbe pure, vista la gigantesca quantità di dischi che escono. Il paradosso è che la ciclopica e per certi versi insensata produzione musicale annua è inversamente proporzionale – e lo diventa sempre più ogni anno che passa – all’importanza e al ruolo che siamo disposti ad assegnare alla musica oggi. Tolto il cicaleccio da social, che come al solito confonde le acque facendoci credere di vivere nel mondo reale invece che in una bolla a tenuta stagna con altri pesci simili a noi, si tratta di un ruolo e di un’importanza ai loro minimi storici. La musica – ok: la musica genericamente definibile come “pop” – non è più al centro di nessun discorso. Anzi, è proprio fuori dalla conversazione. Non influenza culture o sotto-culture, non innesca né mode né correnti di pensiero, non si sedimenta. L’unica koinè sembra, per l’appunto, quella del pianto dei cari estinti, rituale ormai quotidiano. Mancano narrazioni forti e ipotesi di futuro in divenire, tranne che in un ambito: quello della nuova musica nera (per usare una definizione generica). Piaccia o meno, è lì – a cavallo tra r&b, elettronica, hip hop, neo-soul –  che si stanno ri-formulando le concezioni stesse di canzone, produzione, ritmi, persino di “disco” (sostituire a piacere con “mixtape”).  Non sappiamo quanto durerà e dove porterà, ma intanto è una strada. Limitarsi a percorrere solo quella, tuttavia, mi sembra uno sterile esercizio ideologico. Proprio in un periodo nel quale, invece, l’orizzonte musicale è decisamente post-ideologico. Un po’ di pensiero debole applicato al pop a mio parere non fa affatto male. Mancheranno anche le idee forti – fatte salve le dovute eccezioni – ma di sicuro non mancano dischi belli. Consumabili nelle maniere e nelle situazioni che si preferiscono. Ascoltare musica oggi è come girare per gli scaffali di un magazzino, da cui puoi prendere quello che ti serve sul momento sapendo che comunque c’è tutto. Anche per questo l’idea di stabilire gerarchie e graduatorie, di classificare il meglio dell’anno (il meglio secondo chi? in base a quali parametri? su che campione di ascolti?), è un’idea senza alcun senso.  Ciascuno di noi può portare il suo frammento di interpretazione, ma finisce lì. Sommando assieme le prospettive parziali e personali forse – molto “forse” – si può ricostruire una parvenza di quadro, che peraltro non avremo mai tempo di esaminare nei suoi particolari. Ecco, questa è la mia prospettiva sul 2016. Cinquanta dischi che ho apprezzato e in diversi casi amato, sui quali sono tornato spesso, che hanno segnato la mia annata. Tutto qui. Il “meglio dell’anno” cercatelo pure da un’altra parte. Questo è solo il mio promemoria: valido come quella di chiunque altro, limitato come quella di chiunque altro.

Playlist qui

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A TRIBE CALLED QUEST – We Got it from Here…

Neanche a farlo apposta, si comincia con un gruppo che ha visto andarsene prematuramente uno dei suoi membri (Phife Dawg) all’inizio dell’anno. Proprio l’anno in cui gli ATCQ hanno deciso di tornare a dirne quattro al Sistema. Termine desueto e fuori moda, quest’ultimo,  come desueta e fuori moda è la musica politica (non “politicizzata”, concetto orrendo). Beh, chi se ne frega. We Got It From Here è un disco splendido perché oltre all’indiscutibile qualità sonora è proprio la rabbia e la consapevolezza a dare il ritmo, come succedeva una volta. La rivoluzione non andrà in televisione  e neanche sui social, ma qui se ne conserva ancora un prezioso simulacro. There ain’t no space program for niggas/Yo you stuck here nigga. Lascio a chi è competente il compito di spiegare dove sta andando l’hip hop oggi. Io non lo so. Nel settore ho sempre solo bazzicato queste propaggini, e saluto commosso il ritorno della Tribù.

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IDRIS ACKAMOOR   & THE PYRAMIDS – We Be All Africans

Neanche di “spiritual jazz” sono un esperto, ma qui le connessioni – ideali e concrete – con Sun Ra, Herbie Hancock e Cecil Taylor vengono in aiuto, e comunque in questo fiume ci si deve abbandonare alla corrente senza aggrapparsi  disperatamente ai rami della razionalizzazione. L’ho fatto spesso, nel corso di quest’anno, ipnotizzato da questo sublime intreccio di classicità jazz, africanismo, fiati e synth, ed è sempre stata un’esperienza pacificante e rigenerante.

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BEACH SLANG – A Loud Brash of Teenage Feeling

In attesa di Japandroids e Cloud Nothings, per quell rock’n’roll “emotivo” che negli ultimi anni mi ha riservato parecchie soddisfazioni – nonostante il sottoscritto sia ormai drammaticamente fuori quota per questi rigurgiti di teenage feelings – tocca un po’ accontentarsi. D’altra parte, questa è roba che non trovi più neanche “left of the dial”, per citare i cattivi maestri dei Beach Slang. Ma è esattamente lì che stanno, almeno in spirito.

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WILLIAM BELL – This is Where I Live

Una vecchia leggenda della Stax che torna a farsi sentire è una buona notizia a prescindere, se poi la forma  e lo stile sono quelli impeccabili dei bei tempi meglio per tutti. Languore sudista, ripescaggi azzeccati e una voce che è velluto purissimo ancora oggi. You didn’t miss your water, Will.

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BEYOND THE WIZARDS SLEEVE – The Soft Bounce

L’elettronica servita con un pizzico di psichedelia (ma pure il contrario, volendo) mi è sempre piaciuta. Un po’ del vecchio spirito crossover dei Chemical Brothers e dei Future Sound of London (e della loro filiazione Amorphous Androgynous) sopravvive nel progetto portato avanti da Richard Norris e Erol Alkan. Il suffisso “acid” qui viene declinato in entrambe le sue versioni storiche, innescando trip inquieti e tutt’altro che estatici. Le summer of love del ’67 e dell’88 fuse assieme: una maniera come un’altra per scappare dall’estate dell’odio 2016.

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BLOOD ORANGE – Freetown Sound

Nonostante il titolo che omaggia la Sierra Leone, il disco dell’artista-una-volta-conosciuto-come Lightspeed Champion non suona particolarmente “africano”, se non in certi pattern ritmici. È invece il suono urbano globale, solo leggermente più mainstream e melodico. Quello nel quale la musica black che al momento domina la scena ama affondare le mani. C’è presunzione a livelli stellari come da prammatica nell’ambito, ma in questo come in altri illustri casi l’hybris è giustificata dalla solidità narrativa, dalla capacità di fondere elementi e collaboratori  disparati (le tante voci femminili che si alternano), da canzoni che nella loro vaghezza provocano comunque assuefazione.  Lavoro di gran classe.

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DAVID BOWIE – Blackstar

Che altro aggiungere? Il Duca si è preso il 2016 con – purtroppo – un colpo da maestro. Il fatto che sia in testa a quasi tutte le graduatorie di fine anno da un lato rappresenta il commovente saluto del mondo a un grande artista, dall’altro può far sorgere il dubbio che se su questa stella nera non pesasse tutto il carico simbolico che sappiamo forse il giudizio avrebbe potuto essere meno universalmente concorde. Lo sforzo da fare, anche se è praticamente impossibile, sarebbe proprio quello di provare a separare almeno per un ascolto questi brani – meno ostici e sperimentali di quanto si tenda a pensare – dal concetto di “morte” e di “assenza”. Ci si renderebbe conto che in realtà qui Bowie è più vitale e propositivo di quanto lo fosse stato nei precedenti vent’anni. In ogni caso, una delle più eleganti uscite di scena di sempre, da parte di una delle più belle menti pop di sempre.

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CHARLES BRADLEY – Changes

Il vecchio James Brown impersonator tiene botta con orgoglio, cover improbabili (una ballata dei Black Sabbath, nientemeno) e la solita grande voce. Non è un momento facile per Bradley: ha visto andarsene un’amica come Sharon Jones, portata via da un nemico che sta combattendo anche lui. Ma per uno che nella vita ne ha passate così tante, un tumore allo stomaco è solo un’altra occasione per dimostrare che non si molla mai. Credici, Charles.

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CHILDISH GAMBINO – Awaken, My Love!

Furbo è furbo, per carità. Anche un bel po’ paraculo. D’altra parte, chi meglio di un attore può indossare come se niente fosse i panni che vuole e che gli fanno più comodo sul momento, fossero quelli dei Parliament/Funkadelic, di Sly Stone, di Curtis Mayfield, degli Earth Wind & Fire, di Prince? Awaken, My Love riciccia tutti questi e altri ancora senza minimamente sfiorare la genialità di nessuno di loro, ma ha il merito di rappresentare il lato più fisico e funk in un panorama black a volte fin troppo astratto e concettuale.

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SHIRLEY COLLINS – Lodestar

In un anno in cui tanti suoi contemporanei (e tanti anche più giovani) se ne sono andati, lei è tornata. Era stata via, come la protagonista di quel vecchio film, ma eccola di nuovo qui. Austera e rigorosa come sempre. Shirley Collins è un monumento del folk britannico, e il paradosso è che con la sua voce grave e a tratti incespicante da anziana e le sue ballate diafane che nascono dal ceppo stesso della tradizione (niente trucchi, qui) suona più aliena di tanti altri improvvisati “acid-weird-folkie” che l’hanno eletta a santa patrona. Un inchino alla regina.

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COOL GHOULS – Animal Races

In una jingle jangle morning come questa, io sarei pronto a seguire chiunque. Sono cresciuto in un periodo in cui la metà delle band che non si ispirava ai Velvet Underground si ispirava ai Byrds, e in un mondo psych-pop a 12 corde come quello della band San Francisco mi trovo come nel salotto di casa mia. Oggi, trent’anni dopo, non è neanche più questione di fare del revival. Significa solo (solo?) essere custodi di un linguaggio e di una tradizione che non devono assolutamente perdersi. E comunque le canzoni qui sono superbe: se non volano otto miglia in alto siamo almeno a sette, sette e mezzo.

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CARLA DAL FORNO – You Know What It’s Like

Una persona che ne capisce ha tirato in ballo nomi come Anna Domino e Young Marble Giants. Nel mio piccolo, e nel mio essere distante per formazione dai paesaggi gelidi e dall’ascetismo sonoro evidentemente prediletti dalla Dal Forno,  sono sostanzialmente d’accordo. Frammenti di discorso amoroso che si ricompongono in un diario minimo dal fascino altamente seduttivo. Una polaroid  sfocata, eppure generatrice di suggestioni e di infinite storie da immaginare.

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MORGAN DELT – Phase Zero

La copertina rivela già tutto. La fantasilandia psichedelica di Morgan Delt è la stessa di uno Jacco Gardner o di un Doug Tuttle (vedi sotto), e se a tratti mi fa venire in mente nomi come Plasticland (giusto per non citare i soliti riferimenti dei ’60) c’è sempre quella sottile vena di malinconia e instabilità che contraddistingue il presente. Psichedelia precaria, in un certo senso.

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THE DIVINE COMEDY – Foreverland

Negli ultimi dieci anni credo di aver usato il nome di Neil Hannon più come termine di paragone, per indicare cioè un archetipo di pop letterario e orchestrale, che per parlare effettivamente di un suo disco. Felice di fare finalmente un’eccezione grazie a questo album baciato da una grazia rara persino per il maestro Neil. Canzoni straordinarie nelle quali si passa da Caterina la Grande alla Legione Straniera e dal vaudeville a Bacharach, con uno schiocco di dita e un’aggiustatina allo smoking.

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FANTASTIC NEGRITO – The Last Days of Oakland

La vita pericolosa e romanzesca di Xavier Dphrepaulezz mi interessa molto meno della sua musica. Una ricetta urban-blues-spiritual che è difficile pensare nasca proprio dalla strada e non sia rifinita dall’esperienza e dal lavoro in studio (il qui presente fantastic negrito è ancora giovane, ma non così giovane), ma alla fine importa poco. Riuscire, tra le altre cose, a destreggiarsi alla grande con  un vecchio e stanco ronzino come In the Pines significa avere talento da vendere. O da spacciare.

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LEE FIELDS & THE EXPRESSIONS – Special Night

Dei vari esponenti del soul della terza età, tornati (anzi: arrivatici per la prima volta) alla ribalta nell’ultimo decennio, Lee Fields mi è sempre sembrato quello che se l’è goduta di più. Quello con una vita tutto sommato tranquilla, sexy & easy come le sue ballate r&b. Un gran seduttore che l’età non ha scalfito in nulla. Comunque sia, Special Night è un catalogo soul di un’eleganza fuori dal comune.

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FIRE! ORCHESTRA – Ritual

Ci piace il free-jazz punk svedese? Diciamo che almeno uno dei cinque movimenti in cui è suddiviso questo rito officiato da Mats Gustafsson con mega-gruppo appresso mi sfianca e lo skippo regolarmente, così come quei tre-quattro minuti di intro totally free che piagano gli altri. Poi però quando entra la voce femminile i pezzi mi prendono terribilmente bene. Roba dura e fisica, che so inquadrare. Gli Ex che suonano prog? I Centipede con Julie Driscoll versione 2.0? I Curved Air con Yoko Ono al posto di Sonja Kristina? Ma quanto si può essere nerd a scrivere cazzate come queste? Comunque: non la mia piastrella abituale, ma mi è piaciuto molto e quando mi serve una botta lo metto su.

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CHRIS FORSYTH & THE SOLAR MOTEL BAND – The Rarity of Experience

Se si amano le chitarre (o un certo tipo di chitarre) non si può non amare un musicista come Chris Forsyth e le sue acid-jam tra Quicksilver, Television, Dream Syndicate, Crazy Horse, Richard Thompson (c’è una cover strepitosa e alienata di Calvary Cross) e…va beh, gli altri metteteceli voi.  I got some Chris Forsyth on the stereo babe, and I feel alright.

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STEVE GUNN – Eyes on the Lines

In teoria potrei riciclare quello che ho appena scritto per Forsyth. L’approccio dei due è simile, anche se Steve Gunn ha un tocco più morbido e fluido. L’entusiasmo iniziale – dovuto anche al video di Ancient Jules con il venerando Michael Chapman –  mi è un po’ calato col tempo, soprattutto dopo aver visto un suo scialbo concerto al Primavera (con l’attenuante di vari problemi tecnici). Ma Gunn è comunque uno su cui conto per il futuro.

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TERRY LEE HALE – Bound, Chained, Fettered

Si può essere dei grandi storyteller anche facendo economia di parole e senza ricorrere a trucchi ed effetti speciali. Ho sempre apprezzato l’approccio scarno, tutta sostanza e polvere sugli stivali, di Terry Lee Hale, ma mai come in questo album. C’entra forse anche la produzione azzeccata (in cabina di regia Antonio Gramentieri dei Sacri Cuori), sicuramente c’entra la qualità delle canzoni. Tra le migliori (e le più “waitsiane”)che questo vecchio hobo partito dalla Seattle grunge abbia mai scritto.

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PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project

Senza alcun dubbio, il mio disco dell’anno. Le ragioni ho provato a spiegarle qui.

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HERON OBLIVION – Heron Oblivion

Gli Heron Oblivion fanno molto bene quello che già facevano band come gli Arbouretum, i Dead Meadows e ovviamente i Comets on Fire da cui nascono. Psichedelia a rilascio lento, riff e wah wah, ma in questo caso con un’arma in più: la magnifica voce di Meg Baird, che fa subito folk-rock inglese timbrato 1970 (Trees più ancora che Fairport Convention). E con roba del genere mi faccio sempre fregare. Sempre.

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CHARLIE HILTON – Palana

Nico insieme agli Stereolab? Idea carina, tutto sommato. Disco apparentemente vaporoso e impalpabile ma con un doppio fondo di tristezza che ne potenzia il fascino.

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IMARHAN – Imarhan

Giovani cugini (nel vero senso della parola) dei Tinariwen, questi ragazzi algerini hanno più grinta funk e un approccio leggermente più moderno e “radiofonico”. Le chitarre guizzano come serpenti del deserto, e in diversi casi sono altrettanto letali.

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DAMIEN JURADO – Visions of Us on the Land

Non ho ancora ben chiaro di cosa parli, e dove voglia andare a parare, il “ciclo di Maraqopa” che negli ultimi anni ha rivitalizzato (grazie anche alla collaborazione con Richard Swift) la carriera di Damien Jurado. Con l’ultimo disco si compie la trilogia, vediamo se l’arco narrativo si amplierà ancora in futuro. Sta di fatto che nella sua personale versione della faulkneriana Yoknapatawpah il buon Damien ha trovato ispirazione felice, nuovi colori e dimensioni sconosciute. L’opacità di fondo di alcuni momenti non toglie nulla alla potenza immaginifica del quadro.

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THE LEMON TWIGS – Do Hollywood

Se a qualcuno mancassero i Foxygen (ma alla fine si sono sciolti davvero?) eccone la versione ancora più camp ed esagerata, con tanto di produzione di Jonathan Rado. Questi due teenager, un po’ genietti e un po’ (tanto) cazzari, posseggono la stessa bulimica smania citazionista da FM anni 70 – ELO, Elton John, Macca, Supertramp, Todd Rundgren, i musical più beceri, il funk più sbiancato– ma anche maggior sensibilità pop e migliori qualità di arrangiatori. A due così, dotati di questa dose vergognosamente alta di talento, o vorresti dare fuoco o li adori. Io li adoro.

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THE MONKEES – Good Times!

Hey hey we’re the Monkees/and people say we monkee around/but we’re too busy singing/to put anybody down. Sarà assurda e anacronistica quanto vi pare, ma una bella iniezione di gentilezza e ottimismo Sixties in tempi infami come questi è una benedizione. I Monkees…ma chi l’avrebbe mai detto? Eppure funziona, ‘sto dischetto. Merito del parterre de roi che ha scritto le canzoni, ma anche delle scimmiette che le cantano con convinzione e entusiasmo quasi commoventi. Come se fossero appena usciti dai camerini di American Bandstand o del Dick Clark Show.

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MOTORPSYCHO – Here Be Monsters

Se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno i Motorpsycho sarebbero stati considerati “classic rock” mi sarei fatto una ghignata e avrei alzato il volume di Timothy’s Monster o Blissard. Eppure così è andata, e comunque quanti vorrebbero invecchiare con la stessa integrità e la stessa dignità artistica di quei ragazzacci di Bent e Snah (buono anche il suo disco con i BOL). Here Be Monsters è splendido nel suo, ehm, classicismo rock, e personalmente i  norvegesi li preferisco quando sono più introspettivi e lisergici come in questo caso. La cover di Spin Spin Spin (Terry Callier via HP Lovecraft) è una dichiarazione di appartenenza, e Lacuna/Sunrise semplicemente la mia canzone preferita del 2016. Un brano di una bellezza e di una purezza assolute, quasi dieci minuti di maestosità pinkfloydiana che passano come una brezza leggera.

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NAP EYES – Thought, Rock, Fish, Scale

Qualcuno ha scritto che ascoltare i Nap Eyes è come addormentarsi con un disco dei Velvet Underground rimasto a girare sul piatto. Esiste un modo migliore per addormentarsi? Me ne viene in mente solo uno, sinceramente. I riferimenti vanno anche dai Pavement a Jonathan Richman ai Feelies, ma il punto di forza sono soprattutto i testi, tanto verbosi quanto intelligenti e spiazzanti.

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FRANK OCEAN – Blonde

Di certi dischi sembra sia impossibile discutere serenamente. Ci si deve schierare per forza, o di là o di qua.  O ti iscrivi alla schiera degli haters o urli al capolavoro epocale, e quel che è peggio è che in molti casi lo si fa preventivamente. Capolavoro Blonde non lo è, a mio parere: troppe imperfezioni, troppa ambizione non tenuta a bada da un adeguato senso dei propri limiti, troppi momenti che girano a vuoto. Ma non c’è bisogno di essere un capolavoro per essere un disco importante. Un disco che respira, più che riflettere, lo spirito del tempo. Un disco in molte parti – quelle che funzionano – avvincente e (vivaddio) con un vago senso di “nuovo”. Il soul contemporaneo, piaccia o no, sta qui,: in queste melodie spettrali e fratturate, circoscritte e definite dal beat. Ma non è solo un fatto di “suono”. Pezzi come Nike, Self Control, Godspeed, Seigfried sono grandi canzoni, e qui non c’è hype che tenga.

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PARQUET COURTS – Human Performance

Sempre più Pavement-oriented (con un goccio di Television), e allo stesso tempo più efficaci nella scrittura. Tra le poche certezze dell’indie-rock odierno.

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REVERBERATIONS – Messed Up Your Minds

Questi me li ha fatti conoscere un amico che di garage se ne intende. Modestamente, di garage me ne intendo un po’ anch’io, e so quello che mi piace. Niente trash, i Reverberations sono chiaramente old school: “fuzz, screams & tambourines” come ai vecchi tempi di Fuzztones, Chesterfield Kings, Miracle Workers, Lyres, Optic Nerve e compagnia. Hanno anche un gran bel tiro e melodie jangle/folk-rock che si ricordano. Tenetevi pure tutti gli Oh Sees e i Ty Segall di questo mondo, che io mi tengo band come queste.

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RICHMOND FONTAINE – You Can’t Go Back If There’s Nothing to Go Back

Ennesime storie di rassegnazione (occhio al titolo del disco) e di romanticismo white trash. Storie che può scrivere solo uno con il talento narrativo, da scrittore vero, di Willy Vlautin. Peccato che per quanto riguarda i Richmond Fontaine siano anche le ultime.

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SHABAKA AND THE ANCESTOR – The Wisdom of Elders

Vale quanto scritto per Idris Ackamoor. Jazz afro-futurista, nuovamente con Sun Ra come stella polare ma ancora più ipnotico e misticheggiante. Ah, la saggezza degli anziani!

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PAUL SIMON – Stranger to Stranger

La contemporaneità – musicale, sociale, tecnologica – vista dagli occhi di un signore di 75 anni che non ha perso nulla della sua capacità di osservazione. Album denso di strofe illuminanti, di aperture sonore spiazzanti (dalla strumentazione alla Harry Partch ai campionamenti) e di una compassione nei confronti della realtà che solo un grande vecchio come Paul Simon può manifestare senza sembrare un trombone retorico. Forse tra i suoi migliori dischi in assoluto.

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SOLANGE – A Seat at the Table

Nel derby in casa Knowles, sto dalla parte di Solange. Che poi è un modo molto superficiale di porre la questione, sempre che la questione esista. Per A Seat at The Table vale più come termine di paragone musicale il disco di Blood Orange, semmai, che non quello di Beyoncè. Consapevolezza black e di genere veicolata tramite morbidezze electro-funk-soul, ma senza esagerare. In fin dei conti, pur suonando ultra-contemporanee, queste sono canzoni costruite e cantate in modo abbastanza tradizionale. Al centro di tutto, equidistante dai beat pronunciati e dalle melodie lineari, la voce assurdamente bella di Solange.

BARK164LP_JKT_cp3outCHRIS STAPLES – Golden Age

Se a qualcuno mancasse il Josh Rouse di una volta – quello ispirato che faceva gran bei dischi, cioè – può provare con Chris Staples. Storie e strumentazione minima, canzoni dolcissime che parlano di bisogno di vacanze e Katharine Heburn, parcheggi sotterranei e nostalgia per un’età dell’oro mai esistita.

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SUNFLOWER BEAN – Human Ceremony

Come per i Lemon Twigs, è un mistero come dei teenager abbiano trovato il tempo per assorbire e metabolizzare così tante influenze musicali. Psichedelia, shoegazing, hard rock, sunshine 60’s: è il patchwork-pop della generazione dello streaming 24 or su 24. Benedetta la grandeur e la sfrontatezza di questi ragazzi di Brooklyn, e di chi almeno ci prova a scappare da quella pappetta informe, insapore e inodore che è diventato l’indie rock contemporaneo.

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TEENAGE FANCLUB – Here

I Teenage Fanclub sono come quei vecchi amici che ormai rivedi una volta ogni quattro-cinque anni, e con i quali riprendi la conversazione come se ti fossi lasciato il giorno prima. Troppi ricordi, troppi bei momenti vissuti assieme. I cinquant’anni incombono, e qui ci sono inevitabilmente meno esplosioni power-pop e più ballate pacificate dal sapore bucolico, ma le melodie restano inattaccabili. Il loro miglior disco da Songs From Northern Britain.

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THOSE PRETTY WRONG – Those Pretty Wrongs

Uno dei due Those Pretty Wrongs è Jody Stephens dei Big Star,  e potrei anche fermarmi qua. Oppure potrei fermarmi agli “oooh ahhh” dopo neanche un minuto della prima canzone. Sono quelli di Watch The Sunrise, di Give Me Another Chance, di Ballad of El Goodo. Che altro serve?

tumaGIORGIO TUMA – This Life Denied Me Your Love

Che peccato che un gioiellino pop retro-futurista come questo sia uscito in versione semi-clandestina, e che in Italia Giorgio Tuma sia materia per pochi. Paesaggi incantevoli tra Stereolab (partecipa Laetitia Sadier) e Broadcast, tra Air e High Llamas.

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DOUG TUTTLE – It Calls On Me

La classica ricetta del one man show psichedelico, con tutti gli ingredienti consigliati dal Cucchiaio d’Oro dell’acid-pop. Un po’ di Strawberry Fields  Forever qui, un pizzico di Mac Bolan là, una manciata di Syd Barrett e una spolverata di Nuggets. Funziona sempre, se sai scrivere canzoni. E Doug Tuttle le sa scrivere eccome.

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La paranoia è quella di noi che dobbiamo sempre trovare riferimenti da citare. No problem, eccoli qua: Spacemen 3, Sonic Youth, Black Angels, Dinosaur Jr. Non ci aveva mai pensato nessuno, eh? Malignità a parte, nel suo ambito – che sarebbe “chitarre! chitarre! chitarre!” – uno dei dischi più piacevoli dell’anno, forse proprio per la smaccata riconoscibilità delle fonti.

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AMERIGO VERARDI – Hippie Dixit

Un volo magico e visionario, fuori dalle rotte della musica italiana di oggi. Forse pure di quella di ieri. Amerigo Verardi viaggia in uno spazio-tempo tutto suo, e questo doppio album così inattuale e coraggioso ne è una splendida, preziosa testimonianza.

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WHITNEY – Light Upon the Lake

Parlando dei Whitney con un amico. “Non male questi qui, no?”, “Sì, ricordano la Band”. “La Band? Ma dai. A me sembrano i Midlake”. “Appunto”.  Forse abbiamo ragione – o più probabilmente torto – tutti e due, comunque sia gran bel disco.

williams-hannaHANNA WILLIAMS & THE AFFIRMATIONS – Late Nights & Heartbreak

Retro-soul di eccellente fattura. Esercizio di stile finché si vuole, ma la differenza in questi casi la fa la voce. Quella di Hanna Williams, bianca e inglese, è potente come quelle delle sue cantanti di riferimento nere e americane. E comunque una che ha il buon gusto di accreditare Dazed and Confused a Jake Holmes merita rispetto a prescindere.

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LUCINDA WILLIAMS – The Ghosts of Highway 20

I know about pain, and all that jazz”. Frase che suonerebbe ridicola e impostata sulla bocca di chiunque, a meno di non essere Lucinda Williams. Gli anni passano, ma lei migliora con loro. Questo è il suo Time Out of The Mind: racconto di strada e di fantasmi dalla risonanza quasi omerica, messo in rima da una voce antica e stropicciata, un drawl dotato di un magnetismo unico. Con le chitarre di Bill Frisell e Greg Leisz a fare da valore aggiunto.

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WIRE – Nocturnal Koreans

Potrei fare una lista di dischi dell’anno senza metterci gli Wire? Dai, siamo seri.

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WUSSY – Forever Sounds

In un post su facebook ho scritto che i Wussy mi fanno pensare a degli 11th Dream Day shoegaze. Un buon modo per datare la band, oltre che me stesso. Lisa Walker e Chuck Cleaver in effetti non sono esattamente di primissimo pelo, anche se a quanto pare ci si è accorti di loro solo negli ultimi due-tre anni, e quello di Forever Sounds è rock chitarristico indipendente proprio come si usava una volta. Nel senso di “indipendente” da quasi tutto, a partire dalle possibilità di successo. Elettricità oscura e pessimista, nella quale nuotano parole tutt’altro che banali.

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ADRIAN YOUNGE – Something About April II

Younge è da tempo un gran fornitore di materiale da campionamento, e anche in questo secondo Something About April si annidano decine di frammenti ad alto potenziale di riciclo. L’exploitation della Blaxploitation è un bel concetto, ma qui Younge omaggia l’epoca d’oro del soul più cinematografico privilegiando languore e sensualità più che il ritmo. A tal proposito, giuro che non l’ho messo per la copertina (per un’esperienza completa consiglio comunque la versione in vinile gatefold).

Demolition Project: il viaggio di Polly Jean tra le macerie.

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Certi dischi devi portarteli in giro per capirli. Devi provare ad ascoltarli fuori dalle quattro pareti di una stanza, dove alla fine tutti finiscono per assomigliarsi nella loro natura di prodotti di svago. E’ una specie di test. La verifica di come certa musica possa spalmarsi idealmente su quello che ti circonda, di come possa liberarsi e acquistare (ma spesso anche perdere) senso quando si posa su case, alberi, fiumi, automobili, persone che scorrono davanti ai tuoi occhi. Ho provato a farlo con l’ultimo disco di PJ Harvey, The Hope Six Demolition Project, dopo averlo ascoltato in casa una prima decina di volte. Non so se mi è servito per capirlo davvero. Più che difficile o contorto, è un lavoro volutamente opaco e che apparentemente rivela poco di sé. Nei testi c’è un immaginario ellittico e non-lineare, con passaggi bruschi dal piano metaforico a quello brutalmente realistico, dalle riflessioni in prima persona alle frasi di altri riportate non si sa quanto parzialmente o fedelmente. In alcuni casi i livelli sono così intrecciati da non riuscire a distinguerli. Eppure, ascoltare queste canzoni girando in macchina per la città ha un suo senso, perché diverse di queste canzoni sono nate proprio così. Da sguardi attraverso il finestrino di una macchina. Certo, Torino non è il Kosovo, l’Afghanistan e neanche un sobborgo disastrato di Washington, luoghi che PJ Harvey ha visitato e dai quali ha tratto molto più che semplice ispirazione. Nella mia città non ci sono depositi degli autobus sventrati, case abbandonate, crateri di bombe. Il Po è discretamente inquinato, ma probabilmente non come l’Anacostia dell’omonimo brano, avvelenato dalle scorie dei cantieri navali. Ai semafori ci sono i soliti lavavetri, ma non bambini macilenti che ti chiedono “dollar, dollar”. Sicuramente qualche scuola che “looks like a shit-hole” la si può trovare, ma persino al massimo dell’understatement sabaudo difficilmente si potrebbe definire la città come una “well-known pathway of death”, una “drug town” abitata solo da “zombies”. Mi chiedo se, nel caso un’ipotetica PJ Harvey avesse descritto così Torino, mi sarei risentito come gli abitanti del Ward 7 di Washington DC, offesi dall’impietosa fotografia virata esclusivamente al nero  con cui la Harvey apre l’album. Forse sì. Poi magari avrei fatto più caso ai testi, e magari mi sarei accorto dell’inciso (unico non scritto in corsivo nel testo sul libretto del cd, tra l’altro) che prende le distanze: “at least, that’s what I’m told”. Lasciando da parte la polemica, nella quale c’entra forse anche la solita dialettica tra cugini anglofoni (“come si permette un’inglese di venire in America e dire che…” ecc. ecc.), è proprio in quel “almeno, questo è quello che mi hanno detto” che si incardina uno dei temi centrali di The Hope Six Demolition Project. O meglio: più che uno dei temi, la metodologia con cui il disco è stato ideato e assemblato. E secondo qualcuno, anche il suo limite.

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Vale la pena ricordare che questo lavoro nasce dalla collaborazione, già concretizzatasi in un libro, tra PJ e il fotografo e regista Seamus Murphy. Collaborazione iniziata con i “piccoli film” grati da Murphy per le canzoni di Let England Shake, e proseguita con i viaggi di cui sopra e la pubblicazione del libro The Hollow of the Hand. È anche per questo motivo che diversi commentatori hanno tirato in ballo termini come “giornalismo” o “reportage”, mentre altri hanno parlato tout court – molto, troppo ingenerosamente – di “turismo delle tragedie” o “della povertà”. Lo stile impressionistico, rapido, spesso ad effetto di alcune descrizioni sembrano rafforzare questa interpretazione. Lo sguardo dell’osservatore sembra spesso passare attraverso il mirino di una macchina fotografica (quella di Murphy?). La narrazione è congelata in immagini, alcune straordinariamente vivide come quella che chiude, con un non sequitur spiazzante, la canzone intitolata Medicinals, nella quale l’io narrante sente la presenza di una vegetazione arcaica e di erbe medicinali – il sumac, l’amamelide, il sassofrasso – pronte a riprendersi la rivincita sulla caducità delle costruzioni umane. Nell’ultima strofa spunta, dal nulla, “una donna su una sedia a rotelle con il suo berretto dei Redskins al contrario e il suo sacchetto di plastica che dondola – da un involucro di carta sorseggia una bottiglia, un nuovo antidolorifico per le popolazioni indigene”. In un altro flash washingtoniano – Near the Memorials of Vietnam and Lincoln – PJ riporta due scene assolutamente incongrue che nonostante la loro quotidianità sembrano sovraccariche di mistero: un ragazzo che fa finta di gettare del cibo agli uccelli, solo per vederli saltare, e un nero in tuta da lavoro che svuota i cestini dell’immondizia in un tombino, “un passaggio che si apre su un mondo sotterraneo”. Qui siamo davvero al massimo dell’impenetrabilità. Ma c’è molto di non detto, di non spiegato, anche in racconti apparentemente più lineari come Chain of Keys, dove appare forse la figura più indimenticabile del disco: una vecchia donna kosovara (anche se nel testo non è specificato) che custodisce le chiavi delle case dei suoi vicini, fuggiti o forse ammazzati. “Quindici giardini ricoperti di erbacce, quindici case in rovina”. Immaginate cosa hanno visto gli occhi di questa vecchia, dice PJ, e poi aggiunge “le abbiamo chiesto ma lei non ci ha fatto entrare”. Entrare dove? Perché? Chi è “noi”? E perché l’ultima frase del testo è la sentenza sibillina della vecchia, “un circolo si è spezzato”? In canzoni come questa sono evidenti tanto la parzialità del punto di vista di chi cerca di afferrare una realtà che non gli appartiene, quanto l’incolmabile distanza che separa quello sguardo da ciò che viene visto. Che è un po’ il paradosso e il dilemma filosofico di molta fotografia che racconta situazioni e luoghi estremi (di nuovo: guerra, povertà, abusi). Fino a raggiungere l’empasse assoluta, il cortocircuito definitivo, nell’ultimo brano dell’album, quella tremenda Dollar Dollar che da un lato evoca il senso di colpa occidentale e dall’altro l’impossibilità di trovare parole che diano un senso. “All my words get swallowed”, canta PJ mentre non riesce a staccare lo sguardo da quella presenza fantasmatica che elemosina “un dollaro un dollaro” fuori dal finestrino dell’auto.

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Ma cosa sarebbe un’artista, una scrittrice di canzoni, se davvero non trovasse le parole per descrivere ciò che vede? E infatti non è il caso di PJ Harvey. Le parole le ha, eccome, e sono scelte con precisione chirurgica. Tutto, in The Hope Six Demolition Project è calibrato al millimetro, ogni elemento rimanda a un altro e tutti insieme si ricompongono nel quadro complessivo. Un quadro che tuttavia ha più di una prospettiva, più di una via di fuga, ed è appunto difficile da decifrare a una prima occhiata. Eppure ha un senso. L’impalcatura comincia ad apparire chiara dopo un po’ di ascolti. Ci si accorge delle parole che ricorrono, si richiamano e fungono da segnali: “they’ve sprayed graffiti in Arabic” in The Ministry of Defence e “a blind man sings in Arabic” in The Wheel; “three lines of traffic edge past” in The Ministry of Social Affairs e “three lines of traffic pass” in Dollar Dollar; “the bus depot to the right levelled like a building site” in The Ministry of Defence, e “streets that looked like building sites” in The Orange Monkey. I “sette o ottomila uccisi a mani nude” in A Line in the Sand e i ventottomila bambini “scomparsi” in The Wheel. E poi, certo, ci sono quelle due canzoni con nel titolo la parola “ministero”, tanto fosca quanto burocratica. Lo stile narrativo scelto dalla Harvey in questo disco oscilla costantemente tra questi due estremi, tra lirica gravità e asciuttezza cronachistica, tra emotività improvvisa e gelida descrittività. Sono canzoni fatte di luoghi, ma anche di cose, di oggetti e di persone che paiono oggetti. “Fizzy drinks can, magazines, broken glass, a white jawbone, syringes, razors, a plastic spoon, human hair, a kitchen knife” è ciò che si trova nel “ministero dei resti”, insieme al “fantasma di una ragazza che scappa e si nasconde”. Ci sono strade, autostrade, vicoli, cagne incinta, capre, muli, mendicanti, gente con le braccia amputate, rifugiati che si cibano con zoccoli di cavallo. Ma tutto questo, viene da chiedersi, è ciò che ha visto realmente, PJ, o è quello che le è stato raccontato? E se lo ha visto, quanto il suo sguardo ha modificato la scena? Cosa ha scelto di privilegiare, cosa ha lasciato fuori dall’inquadratura? Di nuovo, il solito paradosso.

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Nell’approcciarsi a The Hope Six Demolition Project è praticamente impossibile non fare il confronto con il precedente album di Polly Jean, Let England Shake. Usciva nel 2011 ed è quasi all’unanimità considerato uno dei picchi della sua carriera. Comprensibile che in molti vedano il nuovo disco come un sequel di quello, con il focus spostato dall’Inghilterra al mondo. “Harvey goes global” come ha sintetizzato con una certa sottile perfidia il Guardian. Se in Let England Shake lo sfondo onnipresente è un’Inghilterra sospesa tra un passato di glorie belliche e un presente indecifrabile e inquietante – tra Churchill, le cariche suicide nei Dardanelli e Black Mirror – qui come si è visto la geografia si amplia, lo sguardo non si fa tanto “globale” quanto decentrato. Una differenza sostanziale è che là era la Storia a pesare sulle canzoni e sul concept, qui è una contemporaneità altrettanto pesante e tragica ma della quale non riusciamo ancora a trovare una chiave di interpretazione. Di squisitamente britannico è rimasta la preoccupazione per il modo in cui la pianificazione edilizia, la cosiddetta gentrificazione, impatta sulle piccole comunità fungendo in definitiva da strumento utile al dominio di classe. Un tema che nel pop inglese – dai Kinks di Village Green Preservation Society  ai Madness di The Liberty of Norton Folgate – ha spesso trovato spazio. Ma ciò che è simile, soprattutto, è il processo creativo. Non la musica in sé, che in Let England Shake è pastorale, elegiaca, quasi neo-classica mentre in The Hope Six Demolition Project è nervosa, graffiante, inquieta. In entrambi i casi sono tuttavia sempre le parole a guidarla, come ha spiegato più volte la stessa Harvey. Il suono e gli arrangiamenti nascono dal testo, servono a sottolinearlo e ne sono modellati. Banalizzando molto, è un modo di procedere più da scrittori o sceneggiatori che da rocker. Paradossale dunque che di rock se ne trovi come non accadeva da anni in un album di PJ. The Wheel e The Community of Hope sono grandi pezzi rock, con linee melodiche e riff assolutamente perfetti. Rock sporco e sfregiato dai fiati, in altre occasioni, con più di un riferimento a – per dirne uno – Captain Beefheart. Ma c’è ovviamente molto di più. Il linguaggio d’elezione pare essere soprattutto quello gospel, spiritual, blues (quest’ultimo in realtà appena evocato, come nel campionamento di That’s What They Want di Jerry McCain che apre The Ministry of Social Affairs), i canti da “chain gang” dei campi di lavoro e delle prigioni. Tutte forme musicali nelle quali gioca un ruolo fondamentale il meccanismo del “call and response”, che in un certo senso è la versione afro-americana del coro da tragedia greca (di nuovo, quel raggelante “I heard it was twenty-eigth thousand” di The Wheel, o la citazione esplicita dello spiritual Wade in the Water in Anacostia). Una strategia che rispecchia e rafforza la scelta narrativa di mescolare le voci e i punti di vista, quella apparente confusione di soggetti cui si accennava prima. Voci pensiero, testimonianze, citazioni, ritagli di giornale? I testi di The Hope Six…sono tutte queste cose assieme, e ciascuna ha un ruolo. Alla fine, tutto confluisce in un’idea di fondo che in qualche modo tira le fila di questa babelica pluralità: se non riusciamo a distinguere chi dice cosa, è perché non c’è separazione. Siamo tutti  legati alla stessa catena, come le chiavi di Chain of Keys. Oppure, volendo vederla in maniera più ottimista, nella stessa community of hope. Loro – i migranti di A Line of Sand, la vecchia kosovara, i sottoproletari del Ward 7 di Washington DC, il netturbino che svuota l’immondizia, quelli che stanno nei palazzi sventrati dalle bombe, i ventottomila bambini scomparsi e quello che chiede “dollar, dollar”fuori dal finestrino – sono noi e noi siamo loro. E questa non è “retorica buonista”, come direbbero personaggi che non meritano neanche di essere nominati, ma una semplice presa d’atto. Asciutta, burocratica. La registrazione – in tutti i sensi – di una realtà. L’unica che abbiamo in comune.

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Tra le cose che ho letto in rete riguardo The Hope Six Demolition Project, una delle più interessanti è la recensione di Consequence of Sound. È anche quella in cui viene approfondito di più il legame tra il giornalismo e la scrittura di PJ Harvey in questo disco. Riguardo alla quale ha utilizzato un’analogia azzeccata Beppe Recchia su Blow Up (riferendosi però ai testi di Let England Shake): “nella scrittura della Harvey la guerra non è raccontata con magniloquenza e nella gran parte dei casi non è nemmeno espressa nei testi, ma di questi è causa immediata, come se la penna arrivasse un attimo dopo l’esplosione”. Tristemente, è la stessa cosa che si può dire di gran parte del giornalismo odierno. Arriva sempre un attimo dopo, a raccogliere cocci e raccattare veline. Una volta serviva a raccontare quello che succedeva, poi è diventato embedded e da una decina d’anni non è neanche più quello. Semplicemente è assente. Chi è che ci racconta in tempo reale, sul posto, quello che sta accadendo in Siria, in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Sudan o anche solo in una periferia di una qualunque nostra città? Eppure ci sembra di saperlo. Sappiamo che da qualche parte ci sono dei cattivi, che qualcun altro un po’ meno cattivo li sta combattendo, che c’è gente che scappa e altra che muore. O almeno così ci hanno detto. La verità è che non sappiamo niente, perché non vediamo niente con i nostri occhi. E se anche ne avessimo l’opportunità, probabilmente distoglieremmo lo sguardo. Ed è proprio per questo che gli appunti che vengono mossi alla Harvey da Consequence of Sound paiono fuori fuoco. Particolarmente quando la si accusa di “reggere una cornice. È lei che sceglie dove apporla: il questo, il cosa, il come e il quando. Non esiste una oggettività assoluta. Manipolare i “fatti” è questione di prospettiva indotta. La cornice fa parte del quadro”. Ok, capisco il punto. C’è solo un piccolo particolare: e cioè che PJ non è una giornalista. Non la si può accusare di non fare quello che altri più titolati di lei hanno rinunciato a fare. PJ Harvey è un’artista, e che altro deve fare un artista se non provare a filtrare la realtà attraverso i suoi occhi e la sua poetica? Quella cornice non è qualcosa che taglia fuori parti più o meno grandi di realtà, ma qualcosa che prova a riunire in un’unica immagine ciò che ci arriva frammentato e disperso. Non è questione di oggettività assoluta. E’ questione di reggere lo sguardo. E quindi no, PJ Harvey in The Hope Six Demolition Project non sta facendo “giornalismo”, e tanto meno “turismo del dolore”. Fa qualcosa di molto più complicato, che forse si serve della tecnica giornalistica ma implica un coraggio e una profondità di riflessione che il giornalismo non possiede più. Per tutti questi motivi, alla fine, mi interessa poco stabilire se questo disco è un capolavoro o no, se è più o meno bello di Let England Shake o To Bring You My Love, se è un disco “politico”  (che aggettivo abusato e vuoto) o no. A me piace moltissimo, forse penso anche che sia un capolavoro, ma soprattutto credo che sia un’opera d’arte importante e a modo suo totalmente calata nel presente. Di quanti dischi contemporanei si può dire la stessa cosa?

Dasht-e-Qala,Takhar Province: November 2000 Mother and son.

Un’ultima suggestione che non c’entra niente, e più che altro è frutto di sinapsi che hanno passato troppo tempo a cibarsi di musica e cultura pop. C’è quella frase di The Ministry of Defence, quella che nel testo si dice scritta a biro sotto un arco: this is how the world will end. Mi ricordava vagamente una frase simile pronunciata da qualche musicista, e alla fine mi è venuto in mente da chi e dove. È quello che dice, più o meno con le stesse parole, Pete Townshend sul palco di Monterey, prima di attaccare una delle più devastanti versioni di My Generation nella carriera degli Who. Ecco, appunto: la mia generazione. Che poi è la stessa di PJ Harvey. Una generazione che non solo non ha cambiato il mondo (non ci ha mai neanche provato, se è per questo), ma addirittura lo ha frantumato in milioni di piccoli mondi ego-riferiti e narcisisti, sulla scorta di un benessere illusorio del quale oggi paghiamo (e facciamo pagare) le conseguenze. Il fatto che ci siano artisti come PJ Harvey che provano per noi a raccogliere quei frammenti e a raccontarlo ancora, il mondo, dovremmo accettarlo come un regalo e un privilegio.

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(tutte le foto in questo post sono di Seamus Murphy)

Blast from the past. 25 ristampe per il 2015.

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Se stare dietro all’abnorme produzione musicale di oggi è un’impresa impossibile, mantenere la rotta con le pubblicazioni relative alla musica di ieri è pura utopia. Troppe uscite, troppi anni/dischi/generi da riscoprire, e sempre una sola vita a disposizione. La parte positiva è che la musica non è mai “troppa”, e quindi tutto sommato va bene così. Soprattutto va bene per quello che resta dell’industria musicale, che sulle ristampe o più genericamente sulle operazioni di archivio sta giocando le sue ultime fiches di sopravvivenza. Un po’ insistendo sullo sfruttamento intensivo del target di riferimento (40-50-60enni, rimasti legati all’idea di album e alla musica della loro gioventù) e un po’ avendo intuito che anche il consumatore di musica meno agée è psicologicamente più ben disposto verso l’acquisto del disco “fisico” quando si tratta di classici. Ecco quindi che trova una facile spiegazione l’alluvione di deluxe edition, ristampe espanse, cofanetti, remastered, edizioni per audiofili, e – ovviamente – “vinyl only edition” a prezzi gonfiati oltre ogni logica e pudore (l’argomento andrebbe affrontato seriamente, qui mi limito a dire che siamo a metà tra la truffa legalizzata e la circonvenzione di incapaci). Da un lato, si può pensare che si stia raschiando il fondo del barile; dall’altro che quel barile un fondo forse non ce l’abbia. Credo siano vere entrambe le cose. Ed è proprio da questo punto di vista che si possono individuare le due prospettive da cui guardare alla musica del passato: la prima è quella della nostalgia e della conferma di valori che si danno per assodati, la seconda è quella della scoperta continua (di artisti o scene musicali che non si conoscevano, o di aspetti inediti di artisti o scene musicali che si pensava di conoscere). Sono valide entrambe, ma personalmente tendo a preferire la seconda. Non c’è niente di male a ricomprarsi per la dodicesima volta Sticky Fingers o Unknown Pleasures o Astral Weeks (soprattutto se, deo gratias, finalmente rimasterizzato), ma il vero piacere secondo me sta nello scovare qualcosa che non si era ancora mai ascoltato. Trattare cioè il passato come un virtuale presente da esplorare. Per questo, così come amavo da ragazzo etichette come la Edsel e la Rhino, oggi benedico l’esistenza di Light in the Attic, Numero Group, Vampisoul, Cherry Red/Esoteric, Big Beat, ecc. La lista di seguito, con poche eccezioni, è stata stilata in quest’ottica. L’ordine è assolutamente casuale, nessuna graduatoria di merito. Ovviamente si potrebbero segnalare molti più titoli, ma poi da quel famoso barile si rischia, davvero, di non uscire più.

 

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THE EDGE OF DAYBREAK –  Eyes of Love (Numero Group)

Così come i film, esistono anche i dischi carcerari. Al contrario di Johnny Cash a San Quintino e alla Folsom Prison, gli autori di questo album finite le session non sono tornati a casa bensì in cella. Gli Edge of Daybreak erano infatti la resident band (fin troppo “resident”) del penitenziario di Richmond, Virginia. Niente gospel strazianti, comunque. Registrato nel 1979 in uno studio mobile fornito da una radio locale, sotto l’occhio e i fucili dei secondini, Eyes of Love è un piccolo gioiello di funk-disco alla Earth Wind & Fire/Isley Brothers. They should have been released.

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AA.VV. – Back from The Grave vol. 9-10 (Crypt)

Bentornato dalla tomba. Il vecchio Tim Warren è vivo e vegeto, per fortuna, ma la più famosa tra le sue collane di rock’n’roll da – e per – disperati era andata fuori produzione da quasi vent’anni. A sorpresa ecco spuntare due volumi nuovi, pieni come al solito di “raw blastin’ mid-60’s punk” e grezzume amatoriale  riciclato da qualche garage texano o californiano. Copertine più orrende del solito, in una delle quali si torturano degli hipster e si pianta un forcone nel culo di un dj impegnato al laptop. Non imparerai proprio mai, Tim.

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GOLDBERG – Misty Flats (Light in the Attic)

Disco stampato in 500 copie all’epoca (1974), e mai riesumato prima né su vinile né su cd. Barry Thomas Goldberg aveva suonato in precedenza in una band power pop, ma in queste canzoni amare e desolatissime – incise su un due piste con la collaborazione di un altro culto da private press, Michael Yonkers –  non c’è traccia di ritornelli ed esuberanza. Suono che definire “scarno” è persino un eufemismo, ruminazioni sullo stato dell’America al tempo del Watergate e della prossima caduta di Saigon, ricordi famigliari struggenti, poetica da “altra Hollywood”: può ricordare, a scelta, la versione povera di On the Beach di Neil Young oppure Elliott Smith e Mark Kozelek nati vent’anni prima.

Vega Chilton Vaughn

ALAN VEGA, ALEX CHILTON & BEN VAUGHN – Cubist Blues (Light in the Attic)

L’idea di una session newyorkese a notte fonda tra Alan Vega e Alex Chilton  rappresenta l’esatto contrario del concetto di salutismo, così come di quello di registrazione professionale.  Sigarette, alcool e attitudine alla “come viene viene, passa quella bottiglia va’”. Probabilmente senza l’aiuto di Ben Vaughn – eccellente cantautore pop sempre un po’ dimenticato, qui in veste di batterista e ispiratore del progetto – non sarebbero venuti a capo di niente. Invece ne uscì un disco stralunato e beefheartiano, un blues notturno da intoxicated men che andò purtroppo perso in quegli anni (era il 1996) di dopo-sbornia grunge. Nella nuova edizione anche il codice per scaricare una delle rarissime esibizioni dal vivo del trio.

Lizzy Mercier Descloux

LIZZY MERCIER DESCLOUX – Press Color (Light in the Attic)

Se la blank generation che ciondolava nella Lower East Side tra gli anni 70 e 80 ha avuto una sua versione femminile di Rimbaud, quella era –  più ancora che la sua evangelista Patti Smith – Lizzy Mercier Descloux. Non fosse altro perché lei era francese sul serio. La Light in the Attic ha ristampato diverso materiale della Descloux ma Press Color, che abbina il suo album d’esordio all’Ep Rosa Yemen, è la prima cosa da mettersi in casa per conoscere il personaggio. Minimalismo pop, funk, “mutant disco” e versioni assurde di temi di Lalo Schifrin, Fire di Arthur Brown e Fever di Otis Blackwell (re-intitolata perversamente e profeticamente Tumour: esattamente quello che ci porterà via Lizzy troppo presto).

Pretty things

PRETTY THINGS – Bouquets from a Cloudy Sky (Snapper)

Monumentale e definitivo tributo ai Pretty Things. Giusto così: i Pretties sono monumentali e definitivi. Con 13 cd + libro+ dvd in edizione limitata è ovviamente solo per maniaci della band (che ovviamente hanno già tutto, probabilmente in più versioni) con un certo potere d’acquisto. Ma non potevo non mettere in questa lista il gruppo con il look più figo di tutti i tempi.

Doug Hream Blunt

DOUG HREAM BLUNT – My Name is Doug Hream Blunt (Luaka Bop)

Il suo nome è Doug Hream Blunt, e chi l’aveva mai sentito prima? Forse solo David Byrne, Ariel Pink e Dean Blunt, che pare abbia preso il nome d’arte ispirandosi a lui. Un solo album auto-prodotto e auto-finanziato a fine anni 80, manifesto di funk lo-fi che fa entrare in collisione synth e Hendrix, atmosfere caraibiche e Curtis Mayfield. La chitarra di Gentle Persuasion è semplicemente pazzesca, ascoltare per credere.

Fotheringay

FOTHERINGAY – Nothing More (Island)

Un box set per un gruppo che ha pubblicato solo un album (più un secondo “rimaneggiato” uscito quasi quarant’anni dopo) può sembrare eccessivo. Ma qui c’è anche un live, registrazioni per la BBC e un dvd con un’esibizione televisiva. E comunque anche un solo minuto in più di Sandy Denny non è mai un minuto di troppo.

Creation

AA.VV. – Creation Artifact (Cherry Red)

Ok, la Creation che conta davvero è arrivata dopo. Ok, tutti questi pezzi assomigliano un po’ troppo uno all’altro. Ma quel mondo lì, quegli adolescenti con i capelli a caschetto e l’eskimo (da loro si chiamava “anorak”) che strimpellano i Byrds e i Velvet Underground in una Gran Bretagna più triste e grigia che mai per me ha sempre avuto un fascino irresistibile. Alla fine, veniamo tutti da lì. Più o meno.

Syl Johnson

SYL JOHNSON – The Complete Twinight Singles (Numero Group)

Doppio vinile che, come da titolo, mette in fila la quindicina di singoli che Syl Johnson incise per la Twinight. Un grandissimo del soul mai troppo celebrato, se non dalla comunità hip hop che lo ha sempre considerato un precursore.

Unwound

UNWOUND – Empire (Numero Group)

Gli ultimi due album degli Unwound, apocalittici e bellissimi, prima che il futuro si richiudesse su di loro. Punk come se non ci fosse un domani, per l’appunto. E proprio per questo l’ultimo vero esempio di punk. In più demo, singoli, B-sides e inediti.

Motorpsycho

MOTORPSYCHO – Demon Box (Rune Grammofon)

Facile il calembour: da Demon Box al Demon Box Set. Non sono tra quelli che lo ritengono il miglior album dei norvegesi, ne faranno di più equilibrati e pure di più creativi in seguito, ma l’ampiezza di riferimenti e la visione rock totale di questo Everest del post-grunge mi lascia ancora stupefatto dopo più di vent’anni. E che bello riascoltare quella fantastica, luciferina versione di House at Pooneil Corner degli Airplane dal Mountain Ep.

Zakary Thaks

ZAKARY THAKS – It’s the End – The Definitive Collection (Big Beat)

Ah, quelle belle raccoltone di gruppi garage dei quali conoscevi giusto un pezzo, e dei quali poi continui ad ascoltare sempre quel pezzo. Nel caso degli Zakary Thaks si tratta ovviamente di Bad Girl, irrinunciabile classicone texano da Nuggets/Pebbles, ma la sorpresa sta nel fatto che pure il resto del repertorio era solidissimo e che non c’è la solita sfilza di cover (solo una: I Need You dei Kinks).

When Sharpies Ruled

AA.VV. – When Sharpies Ruled (Festival Records)

Gli sharpies sono stati la versione australiana degli skinhead britannici, fortunatamente de-politicizzati ma con diversi tratti in comune. Una delle tante sottoculture working class nate dalla matrice mod, della quale sapevo poco o niente. Come sempre la musica era uno dei fattori unificanti (l’altro era la diffusione del mullet di cui gli sharpies sono stati gli inventori, a loro eterna vergogna) e come sempre rappresenta la chiave d’accesso ideale. Nel caso di queste band – poche quelle “note”: i Coloured Balls, i La De Das e i Rose Tattoo – si tratta di un miscuglio di glam, hard rock, pre-punk e rock’n’roll puro e semplice. Energia e ignoranza, l’eterno binomio teen.

Jodorowski

ALEJANDRO JODOROWSKI – The Holy Mountain OST (Finders Keepers)

Più che la montagna sacra, il sacro graal delle colonne sonore. Edita per la prima volta in vinile, è la prova che Jodorowski non ha niente da invidiare a Carpenter come regista-compositore.  Se il film è allucinato, la sua sonorizzazione è pure peggio. Psichedelia, free jazz, folk, orchestrazioni western e canti mongoli: non si faceva mancare niente, il nostro esperto di tarocchi.

Ork

AA.VV. – Ork Records: New York, New York (Numero Group)

Ork Records è uno di quei nomi cult che saltano sempre fuori quando si parla della New York della seconda metà degli anni ‘70. Nessuno però ci aveva ancora pensato a riunire in un’unica raccolta i vari singoli e memorabilia dell’etichetta fondata dal manager dei Television. Little Johnny Jewel, certo, ma pure i Feelies con il nervosismo perpetuo, Lester Bangs canterino, Cheetah Chrome da solo, Mick Farren in trasferta, Richard Lloyd e soprattutto un intenso sberluccicare da Big Star. La Ork è infatti stata per un breve periodo un rifugio per l’Alex Chilton randagio di quegli anni, e in sovrappiù c’erano anche i Prix prodotti da Chris Bell. Indispensabile.

Sly

SLY & THE FAMILY STONE – Live at Fillmore East (Epic)

Sly e famiglia davanti a qualche migliaio di hippy newyorchesi nell’ottobre del ’68, nove mesi prima della messa grande a Woodstock. Qualità sonora ottima (il concerto era stato registrato in previsione di un live, poi accantonato) e band che va a pieni giri, in piena mutazione dal soul al funk psichedelico e astratto degli anni successivi.

The Strands

THE STRANDS – The Magical World of The Strands/The Olde World (Megaphone)

Michael Head potrebbe giocarsi con Lee Mavers la corona del re degli sfigati dell’indie pop anni 80/90. Al contrario dello sbiellato dei La’s ha comunque continuato a produrre musica eccellente, e forse la migliore è quella che sta in The Magical World of…. Qualcosa tipo i Love cresciuti a Liverpool, mettiamola così. Molto interessante anche la raccolta parallela The Olde World, con versioni diverse dei brani dell’album e tinte folk ancora più pronunciate.

Jorge Ben

JORGE BEN – Ben (Real Gone Music)

Uno dei dischi più spogli e affascinanti dell’uomo di Mas Que Nada, fuori catalogo da secoli. L’uso della chitarra in questo disco pare semplicissimo ma riserva una meraviglia dopo l’altra. Compresa quella Taj Mahal presa a prestito (si fa per dire) da Rod Stewart per Do Ya Think I’m Sexy?

Dust on the nettles

AA.VV. – Dust on the Nettles (Grapefruit)

In questi ultimi anni si è abusato del termine “acid-folk”, attribuendolo con troppa generosità a qualunque scoppiato con la barba, la chitarrina e testi che parlano di unicorni. Questi tre cd puntati sulla nebulosa che diede origine a tutto (la Gran Bretagna freak tra il ’67 e il ’72) non fissano la questione una volta per tutte, ma qualche paletto lo mettono. Ottimo bilanciamento tra nomi conosciuti e rarità, con qualche gradita sorpresa (tipo la primissima Joan Armatrading).

Jock Scot

JOCK SCOT – My Personal Culloden (Heavenly Records)

L’unica raccolta di poesie di Jock Scot si intitola Where is my Heroin?, e questo già inquadra un po’ il personaggio. Just Antoher Fucked Up Little Druggy, come recita invece il titolo di un pezzo di questo disco inciso nel 1997 con i Nectarine N.9 e andato perso nel casino di quegli anni. L’edimburghese non è però solo un drop out reduce dal punk – uno alla John Cooper Clarke, insomma – riciclatosi nei fermenti musicali di vent’anni dopo: è un poeta alieno, con una sua visione stralunatissima del mondo che affascina in modo persino perverso. I monologhi assurdi e biascicati di My Personal Culloden sembrano opera di un Aidan Moffat con alle spalle la Bonzo Dog Band. Sempre che si riesca a immaginare qualcosa del genere.

Adrian Sherwood

AA.VV. – Sherwood at the Controls vol.1: 1979-1984 (On U-Sound)

Le produzioni del giovane Adrian. Ottimo compendio per chi non ha il tempo, i soldi e/o la voglia di collezionare tutti i dischi dub, reggae, punk-funk e wave su cui ha messo le mani Sherwood in quegli anni formativi. Mi ha anche ricordato che è esistito un gruppo chiamato Shriekback, che avevo preferito dimenticare ma che al riascolto mi sono sembrati quasi accettabili (la vecchiaia, che brutta cosa…)

Bruce & Vlady

BRUCE & VLADY – Blue Variations (Vampisoul)

Nonostante la copertina curate da un grafico cieco, questo disco è una bomba. Groove metronomico e acid-oriented, fatto esplodere da un tastierista r&b americano (Bruce) e un batterista free-jazz polacco (Vlady) conosciutisi in Svezia nel 1969. Sembra una barzelletta, invece è roba serissima. Botte di Hammond B-3 e litanie funk, tra Brian Auger e James Brown. Con persino qualche anticipazione – come mi è stato fatto notare – dei Make-Up di venticinque anni dopo.

Ghost Box

AA.VV. – In a Moment…Ghost Box (Ghost Box)

Se il concetto vituperato di “narrazione” ha trovato negli ultimi dieci anni una realizzazione perfetta in musica, sta tutto nell’operazione Ghost Box. Nessun altro ha saputo infatti creare – con suoni e riferimenti trasversali – un mondo immaginario eppure perfettamente plausibile come l’etichetta “fantasma” inglese. Niente di meglio di questo portale per introdursi in una  Narnia fatta di sigle della BBC, elettronica fai-da-te, post-psichedelia, horror low cost, paesi immaginari e brughiere visitate dagli alieni.

Bob Dylan

BOB DYLAN – The Cutting Edge – Bootleg Series vol.12 (Sony Legacy)

Chiudiamo in gloria. Qui si tratterebbe di fare esegesi biblica più che di buttare giù due righe, per cui mi limito a dire che The Cutting Edge– insieme al Live 1966, il cui ascolto andrebbe alternato a questo tutti i giorni prima e dopo i pasti – è il volume definitivo delle Bootleg Series. Nel 1965-66 Dylan era Dio e il suo profeta, contemporaneamente. Immergersi nei bozzetti, nelle alternate takes, negli appunti di lavoro di quei tre dischi là è come esaminare nei minimi particolari l’onda sismica di un terremoto di cui si sentono ancora oggi gli effetti. Naturalmente per i dylaniati senza speranza c’è la versione mammut da ottantamila cd, ma anche quella da due fa girare la testa. Anzi, a me bastano già una If You Gotta Go, Go Now con controcanto femminile, le due versioni alternative di Desolation Row (soprattutto quella appena accennata con voce, piano e basso) e quella simil-rockabilly di Just Like a Woman per vivere felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

50 x 2015

 

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Odio le classifiche di fine anno. Sono stupide e prive di senso. Infatti le faccio tutti gli anni, bestemmiando in urdu per il fatto di dover lasciare fuori dieci, cinquanta o cento dischi che invece vorrei segnalare ma non stanno nella fottutissima top ten che le riviste musicali ti chiedono più o meno intorno a ferragosto. Dato che qui sopra sono il capo-redattore di me stesso (come si intuisce dal fatto che pubblico un post ogni due mesi) ho tagliato le curve e ne ho messi 50, di dischi. Alè. Troppi? Sempre troppo pochi, invece. Credo che ogni vero appassionato di musica possa condividere la stessa percezione. Come ormai ripeto ogni anno a dicembre quando si tratta di fare i consuntivi, stiamo vivendo un periodo felice da questo punto di vista (almeno da questo, cazzo). La polverizzazione dell’industria musicale ha liberato energie e creatività, chi suona non ha più la necessità di conformarsi alle esigenze di un mercato inesistente, la molteplicità di approcci e di influenze musicali genera ibridi magari ancora imperfetti ma quanto meno stimolanti. Quello che si dovrebbe fare è abbracciare questa pluralità, abbandonarsi alla corrente di suoni che attraversa il nostro presente, ascoltare il più possibile e raccogliere il più possibile, trattenendo quello che ci interessa, ci spiazza, ci diverte, ci indica altre strade che potremmo esplorare. La musica interessante è tutta intorno a noi, basta andarsela a cercare. Tra l’altro è pure gratis. L’obiezione prevedibile è: ma il dovere della critica non è quello di operare delle distinzioni, di separare ciò che è valido da ciò che non lo è? Esattamente. In questo senso non vedo contraddizioni nel segnalare cinquanta dischi (ma avrebbero potuto essere tranquillamente cento, giusto per parare i “ma mancano Tizio, Caio e Sufjan!”) che a mio parere vale la pena di ascoltare. E d’altra parte, fare critica non significa neppure ridurre l’esercizio dell’analisi a “è tutta merda”, nichilismo d’accatto che purtroppo sta diventando la regola.

Questa che segue NON è una classifica. E’ una lista in ordine rigorosamente alfabetico (parziale, incompleta, fallace: non può essere diversamente, dato che riflette i miei gusti, i miei interessi e quello che mi piace cercare nella produzione musicale di oggi) di dischi che in questa annata sono rimasti nel mio setaccio. Dischi che ho ascoltato più e più volte. Facendo persino la fatica, molto spesso, di alzarmi a cambiare il lato.

A corredo, una playlist spotify.

E’ tutto. Come diceva Ritchie Valens, come on let’s go.

 

Africa Express

AFRICA EXPRESS – Terry Riley’s In C Mali (Trangsressive Rec.)

Per citare l’altro titolo di Terry Riley che conoscono tutti (più o meno): un arcobaleno nell’aria incurvata del Mali. C’entrano in qualche modo Damon Albarn e Brian Eno, ma il cuore è nero come è giusto che sia. Sillogismo di prima figura: il minimalismo si fonda sull’iterazione, l’iterazione è al cuore della musica africana, il minimalismo nasce in Africa. E qui ci torna, con l’Express. Imperdibile il video.

Algiers

ALGIERS – Algiers (Matador)

Le band che si ispirano – senza aggiungere nulla in termini di creatività e contemporaneità – ai capisaldi del post-punk  sono una piaga degli ultimi quindici anni. Traduttori de’ traduttori dei Joy Division. Gli Algiers almeno hanno avuto l’intuizione – come peraltro i Tv on The Radio già nel decennio scorso – di virare il grigio al nero, con accenti soul e belle siringate di blackness orgogliosa e militante.

Baba Commandant

BABA COMMANDANT & THE MANDINGO BAND – Juguya (Sublime Frequencies)

Disco segnalatomi da un collega che in   questi territori non perde mai la bussola, il black vice-president Andrea Pomini. Miglior disco del Burkina Faso che ho ascoltato quest’anno.  No, seriamente: il comandante Baba e i suoi mandinghi sono dei Konono N.1 più moderni e con produzione aggiornata. Afrobeat  futuribile.

Barnett Courtney

COURTNEY BARNETT – Sometimes I Sit and Think, Sometimes I Just Sit (Marathon Artists)

La nostra migliore amica, quella con cui vorremmo andare in tutti i festival e i negozi di dischi del mondo.  Ne ho parlato diffusamente qui. Niente altro da aggiungere se non “chiama quando vuoi, Courtney”.

Boogarins

BOOGARINS – Manual (Other Music Rec.)

Dici “band neo-psichedelica brasiliana” e pensi subito “Os Mutantes”. Che sono indubbiamente un riferimento cultural-spirituale dei Boogarins – soprattutto gli Os Mutantes kubrickiani del secondo album – ma certo non l’unico. Ci sono anche i Quicksilver e i Flaming Lips, Marcos Valle e i Mad River, gli MGMT e gli High Llamas, sunshine pop e contestazione no-global. Affascinante lungometraggio a colori solarizzati, nel quale le accelerazioni psych si mescolano al torpore da Copacabana assolata. I rapazes cantano in portoghese invece che nel solito inglese farlocco, e questo è un ulteriore punto a favore.

Butterscotch cathedral

THE BUTTERSCOTCH CATHEDRAL – The Butterscotch Cathedral (Trouble in Mind)

Due brani da diciotto minuti, un vago odore da concept album e la parola “suite” che spuntava in qualche recensione letta in rete. La Peste Nera, insomma. Invece trattasi di opera (rock?) gradevolissima e sempre sorprendente nei suoi stacchi di atmosfere, con echi di Tommy, Sf Sorrow, Ogden’s Nut Gone Flake e Smile. Il neo pre-prog, se questa formula potesse avere un senso (non ce l’ha, tranquilli).

Calibro 35

CALIBRO 35 – S.P.A.C.E. (Record Kicks)

Tolti i passamontagna da banda della Comasina, i Calibro si sono messi il casco da astronauta.  Sono sempre loro, comunque, con il solito groove appena più rarefatto e l’orbita deviata leggermente sul pianeta jazz-prog. Comunque una certezza.

Chills

THE CHILLS – Silver Bullets (Fire Rec.)

Bastano quei giri di basso alla Pink Frost quando attaccano le canzoni, quelle chitarre secche, quella batteria di cartone, quelle sverniciate di tastiera. E la voce di Martin Phillips, compassata e morbosa come ai vecchi tempi della “suora volante”. Ecco, basta già ritrovare tutto questo per essere contenti e rimettersi la felpa con la scritta DUNEDIN SCHOOL. Se poi la bontà media delle canzoni è pure elevata, come qui, meglio ancora. La nostalgia è tanta, ma solo per  i miei diciott’anni e fortunatamente non per la qualità della musica.

Coffe Diane

DIANE COFFEE – Everybody’s a Good Dog (Western Vinyl)

Non si chiama Diane, e non è una donna. Ma per uno che ha suonato la batteria nei Foxygen e ha iniziato doppiando i cartoni della Disney, un nome d’arte cretino è il minimo sindacale. Perfetto rappresentante di questa nuova genia di musicisti-produttori-one man show che stanno ridisegnando le mappe del pop odierno, mister Coffee si diverte a mescolare tutto il mescolabile, un po’ come faceva un certo Todd Rundgren illo tempore. Il suo Something/Anything? non lo ha ancora fatto e forse non lo farà mai, ma intanto il suo circo glam è una botta di colore e fantasia.

Courtney Martin

MARTIN COURTNEY – Many Moons (Domino)

Jangle-pop come Dio (Norman Blake? Roger McGuinn? Alex Chilton? Matthew Sweet?) comanda. Più “classico” dei Real Estate, che già non sono esattamente questi mostri di imprevedibilità. Dieci canzoni deliziose nelle quali inizi a fischiettare il ritornello prima ancora che parta, eppure non rinunceresti a nessuna di loro.

Dengue Fever

DENGUE FEVER – The Deepest Lake (Tuk Tuk)

La voce orientale cantilenante fa sempre l’effetto “scena in un bar equivoco di Saigon in viet-movie a caso”, ma superato l’ostacolo – posto che lo sia – si trova uno dei dischi più frizzanti e cosmopoliti dell’anno.  Stax e Motown che rilanciano le operazioni in Cambogia, latin grooves e psichedelia da Nuggets del sud-est asiatico, funk e surf. Sono di Los Angeles, ma questa è pura Khmer-xploitation.

Eyelids

EYELIDS – 854 (Jealous Butcher Rec.)

La copertina non è esattamente questa, e neanche il nome del gruppo visto che ora si fanno chiamare Eyelids Or. Il disco era uscito l’anno scorso ma è arrivato in Europa solo nel 2015. Va beh, che palle queste note burocratiche. Risolviamola in tre parole: paisley, power e pop. Se davanti a queste tre P avete la reazione pavloviana che ha da sempre il sottoscritto, sapete cosa dovete fare. Guitar-band dell’anno (il 1986, ovviamente).

Father John Misty

FATHER JOHN MISTY – I Love You, Honeybear (Bella Union)

Josh Tillman è mezzo hippy e mezzo hipster (hippyster?), insomma è uno che ha tutto per starmi sulle palle. Peccato che scriva canzoni meravigliose e testi tra i più brillanti della sua indolente generazione (che è comunque meglio della mia).  “Love is an economy based on resource scarcity” è una frase che definisce il presente meglio di qualunque headline giornalistica.

Fay Bill

BILL FAY – Who is the Sender? (Dead Oceans)

Certi musicisti – certi esseri umani – non puoi fargli il torto di analizzarli criticamente e sminuzzarne la poesia (così fragile, così in bilico sul vuoto) in formulette, paragoni e riferimenti. Devi solo ascoltare, abbandonandoti alla loro dolcezza indifesa. E se ti capita di incontrarli, abbracciarli e dire loro grazie.

Fuzz

FUZZ – II (In the Red)

In genere Ty Segall lo reggo a piccole dosi. I Black Sabbath invece no: quando metto su un loro disco poi devo ascoltarmi di fila almeno i primi quattro. Dato che la versione-Fuzz di Segall è quella 100% sabbathiana, posso spararmi questa mappazza di fuzz e chitarre down-tuned in scioltezza, facendo air guitar e pensando di essere ancora pieno di capelli.

Gardner Jacco

JACCO GARDNER – Hypnophobia (Polyvinyl)

Quella di Jacco Gardner è tappezzeria sonora, da intendersi nel miglior modo possibile. Un po’ come certi fondali di cartapesta da teatrino del primo Novecento, trasposti in era psichedelica. È più importante la trama del suono che non la struttura della canzone in sé, mai davvero astrusa ma neanche molto lineare, e comunque qui più astratta rispetto al primo disco dell’olandese. A web of sound, direbbero i Seeds. Una ragnatela acid-pop che avvolge dolcemente e inesorabilmente.

Godspeed You

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Asunder, Sweet and Other Distress (Constellation)

Il compagno Efrim e la sua banda non si discutono. Poi certo, possono esserci dischi più o meno ispirati. Questo lo è, ma soprattutto è uno dei più radicali del gruppo di Montreal. La prima parte è al limite dell’atonalità, nella seconda spunta un fantasma di melodia che in un crescendo irresistibile – e magniloquente come solo loro sanno essere – fa venire voglia di baciarsi sulle barricate, o altre cose ugualmente retoriche.

Gospelbeach

GOSPELBEACH – Pacific Surf Line (Alive)

Ho amato i Beachwood Sparks e i loro derivati come poche altre band degli ultimi quindici anni, perlomeno in ambito di rock più o meno classico. Non potevo non capitolare davanti a questi GospelbeacH, che oltre a un paio di ‘Sparks vedono schierato anche Neal Casal. Splendido esercizio di stile, ultimo arrivato in una genealogia che parte da Notorious Byrd Brothers e American Beauty. Southern California uber alles.

Herndon Holly

HOLLY HERNDON – Platform (4AD)

Il disco di ambito elettronico (detto in modo terra terra) che mi ha stuzzicato di più. Forse perché l’autrice è una donna, forse perché c’è una matrice pop anche se ben dissimulata, ma soprattutto perché si coglie una intelligenza notevolissima nella scomposizione, nei sezionamenti chirurgici di suoni e voci della Herndon. Niente pare fatto a caso, tutto sembra ricondotto a una “piattaforma” teoretica e concettuale rigorosa. Ascoltando Platform mi è venuta in mente – con tutte le mille differenze del caso – una Laurie Anderson cresciuta in un mondo completamente digitalizzato.  Ci sono suggestioni peggiori.

Holter Julia

JULIA HOLTER – Have You in My Wilderness (Domino)

Là dove la diva Julia scopre il valore della comunicatività e delle melodie, pur rimanendo algida nell’approccio e cerebrale nella costruzione dei brani. Le mancava solo questo: ora può puntare a diventare la Kate Bush o la Laura Nyro della sua generazione. Le ha già lì, nel mirino. Lucette Stranded on the Island è una canzone che da sola giustifica una carriera in musica.

Jesso Tobias Jr

TOBIAS JESSO JR – Goon (True Panther Sounds)

Quando l’ho visto dal vivo non ho potuto fare a meno di pensare a Bruno Martelli di “Saranno famosi”. Somiglianze imbarazzanti a parte, questo ragazzo ha un talento melodico cristallino. Cocktail-pop di altissimo livello.

Khruangbin

KHRUANGBIN – The Universe Smiles Upon You (Night Time Stories)

Una volta le garage band texane si esercitavano sui sacri testi di Nuggets. Oggi, come i Khruangbin, lo fanno sulle compilation di funk, surf e psichedelia orientali. Stimolanti ibridi culturali – Thai Floor Elevators? – che ci si augura crescano e si moltiplicano. I risultati sono affascinanti, e con questa musica l’universo ci sorride.

Krol Mike

MIKE KROL – Turkey (Merge)

Di quella manica di cazzoni garage-lo fi che ormai fa genere a sé, questo è uno dei più spassosi, insieme a King Khan (il cui disco nuovo, oggettivamente, non è granché). Un Jay Reatard conciato da poliziotto gay anni 70, con il cognome di un grande libero olandese: cosa si vuole di più?

Lamar Kendrick

KENDRICK LAMAR – To Pimp a Butterfly (Interscope)

Non sono mai stato, e a questo punto difficilmente potrò mai diventarlo, un cultore dell’hip hop. Da frequentatore molto occasionale (e certo non da esperto), nell’ambito  mi piacciono soprattutto i dischi che si inquadrano in una visione progressiva e globale della musica nera, facendone una sinossi attendibile. To Pimp a Butterfly è quel genere di disco. E ha pure la copertina più iconica dell’anno.

Love Simon

SIMON LOVE – It Seemed Like a Good Idea at the Time (Fortuna Pop!)

La categoria “one-man band pop-psichedeliche” è tra i titoli più quotati nel mio borsino, ultimamente. Vedi anche alle voci Diane Coffe, Jacco Gardner, Balduin, ecc. In realtà questo scugnizzo gallese di pischedelico ha molto poco, di pop invece tantissimo. L’album di famiglia, rigorosamente britannico, parte dall’inevitabile Macca post-Beatles (di cui interpreta Dear Boy) e da Elton John (al quale dedica il titolo di un pezzo strepitoso) e prosegue con le foto di Marc Bolan, Robyn Hitchcock, Andy Partridge, Captain Sensible e dei conterranei Gruff Rhys e Euros Childs.

Mbongwana Star

MBONGWANA STAR – From Kinshasa (World Circuit)

Già la composizione umana dei Mbongwana Star è materia da romanzo.  L’incontro/scontro tra musica congolese e trucchi di produzione tipici della dance, dell’elettronica e del rock (tracce di post-punk e psichedelia, persino!) produce un suono fluido e ovattato allo stesso tempo, tribale e moderno. Da Kinshasa alla luna.

Moffatt&Wells

AIDAN MOFFATT & BILL WELLS – The Most Important Place in the World (Chemikal Underground)

Il posto più importante di tutti è casa propria, ovviamente. Con il vocione delicato (solo apparentemente un ossimoro) di Aidan Moffat, con le sue storie raccontate in quel modo ciondolante da vecchio amico che ne ha bevuta una (due? tre? ventisette?) di troppo, in effetti ci si sente subito lì: a casa. L’ironico gospel satanista di Street Pastor Colloquy, 3AM non può mancare in una top ten di canzoni dell’anno.

O Rourke Jim

JIM O’ ROURKE – Simple Songs (Drag City)

Il concept sta già nel titolo. Ma è sviante, perché poi queste canzoni, benché straordinariamente melodiche, sono tutt’altro che “semplici”. Raccogliere gli indizi disseminati da Jimbo – Randy Newman, Elton John, Genesis, David Ackles e così via – è parte del divertimento. Comunque sia, un disco che ti fa esclamare di nuovo “Eureka!”, a diciassette anni dalla prima volta.

Ought

OUGHT – Sun Coming Down (Constellation)

La definizione “ indie rock” non ha più nessun senso. Ma per una band come gli Ought la spendo ancora a cuor leggero. I primi Pavement, quelli più storti, sullo stesso furgone dei Feelies.

Prass Natalie

NATALIE PRASS – Natalie Prass (Spacebomb)

Quoziente di sciccheria e sensualità altissimo, qua. Dalla cantera di Matthew E White e dei suoi Spacebomb Studios, ecco la grande speranza del pop femminile per i prossimi anni. Fantastica l’impostazione vocale della Prass, così insinuante e distaccata allo stesso tempo. Se un giorno facessi una cosa kitsch come mettermi una canzone come suoneria del telefono, userei in loop quel “our love is a long goodbye” contrappuntato dai fiati stile Allen Toussaint (una prece) che chiude My Baby Don’t Understand Me.

Pratt Jessica

JESSICA PRATT – On Your Own Love Again (Drag City)

Della quasi omonima Prass, la Pratt possiede l’erotismo dissimulato ma non l’esuberanza pop. C’è la gravitas tipica di chi proviene dal folk, e più alternanza di chiari e scuri.  A modo suo, comunque, anche lei irresistibile.

Public Service Broadcasting

PUBLIC SERVICE BROADCASTING – The Race for Space (Test Card Rec.)

Il disco ideale per chi condivide una, qualcuna o tutte queste passioni: Dr. Who, Douglas Adams, le sigle del BBC Radiopohnic Workshop, l’elettronica cheap dei ‘60s, i dischi della Ghost Box e Tito Stagno.

Royal Headache

ROYAL HEADACHE – High (What’s Your Rupture?)

Pur essendo australiani, questi ragazzi riescono a replicare le atmosfere (e persino l’accento) del più classico r&b/merseybeat inglese. Miglior disco garage dell’anno, probabilmente. “Garage” in senso lato: quello che va dai Them e Billy Childish fino agli Strypes.

Sacri Cuori

SACRI CUORI – Delone (Glitterbeat)

Vecchia Romagna, ovvero la band che crea un’atmosfera. Calembour terribile, ma in fondo ci sono anche i Caroselli degli anni 70 nel bagaglio dei Sacri Cuori. Insieme a influenze tex-mex, Morricone e Piccioni, il liscio e Astor Piazzolla. Operazione raffinata e intelligente di fusione (assolutamente non a freddo) di linguaggi, capace di creare una nuova-vecchia frontiera che va dall’Adriatico al Pacifico.

Saun & Starr

SAUN & STARR – Look Closer (Daptone)

La rivincita delle maestranze. Saundra Williams e Starr Duncan Lowe sono le coriste di Sharon Jones, ma quest’anno hanno saputo fare meglio della principale (donna coraggiosa e artista splendida, comunque, alla quale auguro ogni bene). Bastano gli attacchi di Look Closer e Hot Shot per ritrovarsi in un sabato sera del ’73, con Pam Grier sul divano e un bicchiere di whisky in mano. Daptone-style totale.

Scott Jill

JILL SCOTT – Woman (Blues Babe Rec.)

È interessante notare come il concetto di R&B suggerisca cose diverse a seconda di chi si trova davanti agli occhi questa sigla gloriosa. Jill Scott è una di quelle che può mettere d’accordo tanto i cultori del formato classico quanto i seguaci delle contaminazioni modern soul (peraltro vecchie di una quindicina d’anni pure loro). Elegantissima, ma con ironia. Più, naturalmente, canzoni (e arrangiamenti) eccellenti.

Sexwitch

SEXWITCH – Sexwitch (Echo)

Atmosfere black magick, proprio con il “ck”di Aleister Crowley. In realtà le suggestioni sexy-demoniache sono solo evocate dalla voce di Natasha Khan, qui ottimamente spalleggiata dai Toys. L’idea è eccellente: cover di brani oscuri di psichedelia terzomondista (con l’eccezione di un pezzo di Skip Spence), suonate come se dovessero finire nella colonna sonora di un horror britannico primi anni 70. Welcome to the sabbath.

Sleater Kinney

SLEATER-KINNEY – No Cities To Love (Sub Pop)

Che vuoi dire a queste tre donne meravigliose? L’unica cosa forse è “potevate metterci meno di dieci anni per rimettervi assieme”. Una delle più grandi r’n’r band femminili di sempre. Anzi, leviamo quell’aggettivo antipatico e maschilista: una delle più grandi r’n’r band di sempre, punto.

Sonics

THE SONICS – This is The Sonics (Re:Vox)

Tutti a casa, boys. Sono tornati i maestri di Tacoma. Questi non sono pensionati che stanno a guardare i cantieri: questi i cantieri li fanno esplodere.

Spaccamonti Paolo

PAOLO SPACCAMONTI – Rumors (Santeria)

Mi accorgo di aver messo in questa lista tre dischi italiani in croce, e tutti strumentali. Non credo ci sia bisogno di Freud per interpretare la questione. Questo comunque non c’entra con Spaccamonti, che fa musica eccellente da anni.  Suoni di chitarra incorporei, frustate noise alternate a momenti di vera e propria ecstatic peace, per citare qualcuno davanti al quale il musicista torinese non sfigurerebbe e col quale avrebbe sicuramente molto da dire.

Swamp Dogg

SWAMP DOGG – The White Man Made Me Do It (Alive)

Il vecchio sporcaccione è più vivo e linguacciuto che mai. Soul-funk dritto e volgare come ai tempi in cui cavalcava i topi sulle copertine dei dischi.

Tame Impala

TAME IMPALA – Currents (Fiction)

Ne ho parlato qui. Haters fuck off.

Thomas Pat

PAT THOMAS & KWABISHU AREA BAND – Pat Thomas &…(Strut)

Col suo bel faccione alla Isaac Hayes, Pat Thomas mi è già simpatico prima ancora di ascoltarlo. Una leggenda dell’high life a me totalmente sconosciuta prima di questo disco, al quale partecipano Tony Allen e Ebo Taylor.

Thompson Richard

RICHARD THOMPSON – Still (Proper Rec.)

Richard Thompson fa dischi magnifici da quarant’anni,  peccato che siamo sempre gli stessi ad ascoltarli e ce la contiamo tra noi su quanto sia bravo. Solito tocco chitarristico alla Chet Atkins/Scotty Moore modernizzati, solita voce nasale, solita acre malinconia, solite grandi canzoni. Ottima la produzione di Jeff Tweedy: ci ha messo più cura e amore qua che nelle canzoni dell’ultimo Wilco.

Toro Y Moi

TORO Y MOI – What For? (Carpak Rec.)

Dal downtempo al pop stile Teenage Fanclub/Phoenix. Un bel salto ma il ragazzo se la cava con una disinvoltura persino imbarazzante. Forza Toro, sempre.

Walker Ryley

RYLEY WALKER – Primrose Green (Dead Oceans)

Il talento chitarristico di Ryley Walker è spaventoso, e questo lo abbiamo capito tutti. Quando nella scrittura si affrancherà dai suoi santini di riferimento (Tim Buckley e John Martyn su tutti), dando briglia sciolta all’improvvisazione, ci regalerà qualcosa di memorabile. Comunque già qui ci siamo quasi.

Washington Kamasi

KAMASI WASHINGTON – The Epic (Brainfeeder)

Sì, lo so. Il disco che piace alla gente che piace, quello odiato dai “veri” appassionati di jazz, l’hype e tutto quanto. Lo so. E so anche che per molti basta vedere uno col dashiki, i capelli afro, il sassofono in mano e un fondale anni 70 per (stra)parlare di Coltrane, Sun Ra e compagnia. Falsi problemi: preso per quello che è – un bignami di cose jazz, derivativo ma in gran parte estremamente godibile – riserva ottime vibrazioni, indipendentemente da quanti dischi jazz uno abbia in casa.

Weller Paul

PAUL WELLER – Saturns Pattern (Parlophone)

Fa molto classifica di fine anno di Mojo, me ne rendo conto. “Sti grancazzi” è un commento abbastanza mod? Uno dei dischi più coraggiosi e ispirati di Paolino nostro.

Willis Nicole

NICOLE WILLIS & THE SOUL INVESTIGATORS – Happiness in Every Style (Timmion Records)

Anche se l’etichetta è finlandese – la Willis è sposata con Jimi Tenor – anche qua siamo nel più classico mondo  Daptone. Revival soul con minuziosa cura dei particolari vintage, dalle tonalità dell’organo ai wah wah della chitarra, fino alla voce tra Roberta Flack e Minnie Riperton della protagonista.

Wire

WIRE – Wire (Pinkflag)

Una parola sola: classe. Una delle poche band che non ha mai sbagliato un disco in quasi quarant’anni di storia.

 

 

 

 

 

 

SARDROCK SAMPLER – Lo gnosticismo hooligan di Julian Cope.

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Mentre leggevo 131, il romanzo dell’arci-druido Julian Cope ambientato in Sardegna, a un certo punto mi sono reso conto – in una sorta di illuminazione in qualche modo anch’essa arci-druidica – che nella mia vita ho visto molte più volte Julian Cope di quante abbia visto la Sardegna. L’ho anche intervistato un paio di volte, il buon Giuliano. In una di queste, una decina di anni fa, ci trovavamo in un locale torinese situato vicino alle Porte Palatine, unica rovina romana della città rimasta in piedi. Sapendo della sua passione per gli antichi monumenti, io e gli amici che mi accompagnavano facemmo notare a Cope la prossimità. Lui si fece improvvisamente serio, sotto il suo cappello da Gandalf, strinse le mani sui pantaloni di pelle e abbassò la voce in un bisbiglio. “Non disturbiamo le anime dei soldati romani che le costruirono”. Ssssh, calò il silenzio. Fu un momento di grande raccoglimento e intenso transfert storico-spirituale per tutti noi. Poi gli facemmo una domanda sugli MC5 e in due secondi si dimenticò dell’anima de li mortacci dei legionari del I secolo d.c. (lui la chiama Common Era, essendo notoriamente pagano). Ecco: in questo trascurabile aneddoto, così come in scala ben più ampia in 131, a me pare ci sia tutto Julian Cope. Uno che non sai decidere se è un mezzo genio, tre quarti di paraculo o un pazzo completo, un fanatico del rock’n’roll così come dell’archeologia “gnostica”; un esoterico gaudente e affabulatore dotato di un entusiasmo incontenibile ma anche di una soglia di attenzione non proprio altissima. In questo senso il suo romanzo d’esordio – anche se in qualche modo lo erano pure le sue due autobiografie, Head-On e Repossessed, i saggi da antropologo musicale Krautrocksampler e Japrocksampler e probabilmente (non li ho letti) i suoi studi sulle civiltà megalitiche – è come direbbe lui Ur-Copeiano. Un rollercoaster di follia assoluta ma temperato da humour molto ben calibrato, un po’ cavalcata visionaria e un po’ simpatica puttanata, in cui si aprono mille rivoli narrativi spesso abbandonati con nonchalance da conversazione post-fumata di quelle buone. In ogni caso divertentissimo. Certamente un incubo per qualunque editor, e non oso immaginare per i traduttori. Doveroso quindi il plauso a Luca Fusari, che per Elliot si è immerso nel marasma di questo travelogue psichedelico uscendone vittorioso. Se il romanzo si fa leggere con estremo piacere è merito anche della sua brillante e scorrevolissima traduzione: impresa titanica, ma del resto Fusari è abituato ai corpo-a-corpo con la prosa immaginifica di Cope (neologismi, non sequitur, storpiature, maiuscole a cazzo e così via) essendosi già occupato ottimamente degli altri suoi libri.

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(il celebre album dei Neon Sardinia, sardo-nugget per eccellenza)

La Sardegna, si diceva. In 131 (il titolo riprende il nome della statale sulla quale si svolge il viaggio del protagonista Rock Section insieme alla “beata Anna”, affascinante guida isolana e trasportatrice di auto d’epoca) non è solo location onnipresente: è lo spirito-guida della narrazione. Un personaggio a tutti gli effetti, flusso di energia arcaica, sia benigna che maligna, che alla fine determina il destino degli improbabilissimi protagonisti. A tratti viene in mente il “Sardus Pater” affrontato dall’Inquisitore Eymerich di Valerio Evangelisti (non mi stupirei se Cope lo avesse letto: è roba sua). A dire la verità vengono in mente un sacco di cose. Dalla narrativa “gonzo” di Hunter S. Thompson a quella di Tom Robbins, da romanzi come I dinamitardi di Edward Abbey a film come Punto Zero (debitamente citato nel romanzo: il dj Jesu Crossu che dagli 89.9 in fm manda segnali impliciti al nostro Rock Section sparandogli le canzoni dei famigerati Brits Abroad del suo amico Mick e di vecchie psych band di Fonni e Mamoiada ha lo stesso ruolo che Super Soul aveva per Kowalski in fuga), da Robert Crumb ai Monty Python, da Richard Brautigan all’ultraviolenza di Arancia Meccanica. In fondo il cinquantasettenne Cope rimane un figlio della sua epoca, e non sorprende che abbia attinto, oltre che dal suo lato post-punk, anche da certi caposaldi della controcultura anni 60-70 assorbiti da ragazzo.

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(“Last tango in Paris”, il famigerato singolo dei Brits Abroad che scatenò l’odio del giudice Hertzog. Per “Tango” si intende la bevanda)

Romanzo-patchwork, quindi. Romanzo-flusso di coscienza. Romanzo-caleidoscopio. E anche, evidentemente, romanzo imperfetto e incasinato. Si astengano quelli che con il nasino all’insù cercano la “letteratura”, perché 131 è tutt’altro. Sono abbastanza sicuro che verrà abbandonato a metà e forse anche prima da chiunque non sia appassionato di uno o più di questi argomenti: 1) Rock’n’roll 2) Droghe 3) Rave 4) Calcio e universo hooligan 4) Megaliti e misteri, 5) Julian Cope. E ovviamente la Sardegna. La mia scarsa conoscenza della regione mi impedisce di capire quanto quella che fa da sfondo a 131 corrisponda davvero a quella reale, se certe località esistano o meno, ma la sensazione è che si tratti più di una Sardegna della mente (di Julian Cope). La dislocazione non è solo geografica ma anche storica, peraltro. La storia si svolge nell’estate del 2006, con qualche divagazione (le parti più pallose e incomprensibili del libro, sinceramente) diecimila anni prima. Ma, anche qui, si tratta di una contemporaneità parallela alla nostra. Un mondo nel quale durante i Mondiali di Italia 90 sono accadute cose innominabili, per esempio, oppure nel quale il Morrison morto da tossico maledetto era Van e non Jim, che invece è vivo e pubblica poesie. In cui esistono un Iggy PCP, una Kate W. Bush e dei Nurse with Mound, e nel quale l’estate dell’amore dell’89 ha fatto da sfondo a truci vendette tra gang di tifoserie contrapposte, ma più per motivi musicali-ideologici che calcistici. L’ex star new wave Rock Section (pure qua, citazione tongue in cheek da rockettaro impenitente, dato che probabilmente è un omaggio a Scott “Rock Action” Asheton) torna in Sardegna proprio per risolvere una volta per tutte i traumi e i misteri legati alle vicende dei Mondiali di sedici anni prima. Quando lui e i suoi amici, hooligan e musicisti al seguito dell’Inghilterra, vennero rapiti e violentati in un caseificio fascista abbandonato (!) da una banda di supporter olandesi a capo della quale stava il perfido “giudice” Barry Hertzog, leader ultrà e produttore techno finito in gattabuia nonché autore dei famosissimi Scritti dal carcere (che Gramsci ti perdoni, Julian). Questo è il massimo della linearità a cui si può ricondurre la trama del romanzo, che prevede inoltre svariati viaggi nel tempo, indipendentisti sardi, divinità capitaliste (il terribile Industrialu!), dissertazioni sul socialismo, carri funebri e Panda 4×4, Shaun Ryder e aristo-rapper, dipendenze da efedra e bevande gassate. Helzapoppin’ purissimo, insomma.

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(Maxi-single dei Dayglo Maradona, progetto techno di Rock Section)

Ci sono tuttavia, nel maelstrom delirante di 131, anche momenti di insolita sobrietà e serietà. La rievocazione della tragedia di Hillsborough, ad esempio, fa venire i brividi per il realismo e la crudezza delle descrizioni, e la spiegazione delle responsabilità della polizia nel disastro come di una sorta di rappresaglia thatcheriana nei confronti di Liverpool, città tra le più ribelli al pensiero unico della lady di ferro, non del tutto campata per aria. E poi volendo si possono enucleare vari temi portanti, ad esempio quello del sacrificio. Cope ne parla in una bella intervista ad Alessandro Besselva Averame sull’ultimo numero di Rumore, e riporto parte della risposta perché tutto sommato illuminante (almeno in termini-Cope): “Credo che il Grande Esperimento Occidentale cha luogo in Europa meriti le affermazioni più coraggiose e prometeiche, qualsiasi presa di posizione che nel tempo in cui viviamo ci parli di hybris”. I protagonisti del romanzo, nella loro assurdità, si sacrificano in nome di ideali difficili da capire prima ancora che da accettare ma comunque reali. E quanto alla hybris, qualcuno potrà sostenere che con questo libro Cope raggiunga in proposito vette himalayane. Ma liquidarlo come un pateracchio auto-indulgente sarebbe secondo me sbagliato e superficiale. Sotto la crosta di 131 c’è qualcosa che ribolle e che trasporta lontano, se ci si abbandona alla corrente con lo spirito giusto. E anche stilisticamente è interessante, nel suo essere un pazzesco frullato nel quale l’autore ha buttato dentro tutto ciò che gli interessa, ricordi, battute e calembour che probabilmente aveva da parte da decenni, spezzoni di recensioni da rivista musicale, frammenti di conoscenze arcane e profane. Senza soluzione di continuità si transita dal calcio alla musica alla Storia alle visioni drogate alla psico-geografia al road-movie alle citazioni filosofiche a Top of the Pops e così via. Un po’ come se la narrazione stessa fosse una serie di portali che uniscono realtà antitetiche, capovolte o speculari dalle quali entrare o uscire a piacimento. Creando ircocervi culturali a volte irresistibili. Cito solo uno dei più esilaranti: i gemelli Porcu – irriducibili e cattivissimi avversari di Rock Section, che ricordano un po’ i fratelli Dalton di Lucky Luke – che riproducono dal vero la foto interna di Pawn Hearts (quella con i Van der Graaf Generator che sembrano fare il saluto fascista) a beneficio di uno stupito Ruud Gullit e di altri calciatori olandesi durante Italia 90. Tutto molto pop, tutto molto psichedelico. Right-On, Julian!

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