100 DISCHI DA DIMENTICARE

C’era una volta un giornale chiamato “Mucchio Extra”. Cominciai a collaborarvi dal numero 2, nel giurassico 2001, e ci ho scritto fino a quando non è diventata tutt’altra cosa (pur mantenendo lo stesso nome).  In ogni numero della rivista c’era una rubrica nella quale si prendevano in esame 100 (o 50) dischi relativi a un genere o a un’epoca particolari. Ovviamente, quelli che secondo la redazione erano i migliori o più rappresentativi in quel tale ambito. Con un’unica eccezione: quella della shit-list che faceva bella (?) mostra di sé nel n.9 (primavera 2003) di Extra. Il titolo era chiarissimo: “100 dischi da evitare”. L’idea venne a Federico Guglielmi, il direttore della rivista, che qui spiega tutti i why e i because dell’infame lista. E anche perché, dopo una dozzina d’anni, si è deciso di riesumarla in rete. Oggi come allora, d’altra parte, il motivo di quella zingarata giornalistica si può condensare in tre parole: just for fun. Niente da prendere troppo su serio. Come il rock in generale, del resto.

Il grosso delle schede le trovate sul blog di Guglielmi Ultima Thule e su quello del Venerato Maestro Eddy Cilìa. Qui di seguito i miei contributi.

Nel caso qualcuno volesse lamentarsi, sappiate che il reato di vilipendio di disco brutto va in prescrizione esattamente dopo undici anni. Spiacente.

EXPLOITED – Punk’s Not Dead (Static, 1981)

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Quando ci si accorge che un genere musicale è in declino? Semplice: quando appaiono i gruppi che di quel genere sono l’involontaria parodia. Nel caso del punk, nessuno più degli Exploited si adoperò per ridurlo al ruolo di caro estinto, sigillandolo in una bella cassa di pino foderata di luoghi comuni. L’epitaffio? Punk’s Not Dead, ovviamente. Una scritta che nei primi anni ’80 si vedeva un po’ dappertutto, dai cessi delle università agli zainetti di improbabili punk nostrani con capelli sparati in aria e orribili pantaloni leopardati. Un segno del successo che gli Exploited riscossero in quel periodo tra gli orfani del “no future”, disperatamente alla ricerca, in anni di riflusso, di qualche figlio di secondo o terzo letto dei Pistols. Il gruppo di Edinburgo, guidato dal rozzissimo Wattie Buchan detto l’ultimo dei mohicani per via della cresta (temiamo che dei mohicani veri l’avrebbero rasato a zero e appeso a un totem pur di non sentirlo cantare), capì che con qualche “fuck” buttato lì a caso, una manciata di slogan faciloni (“I Believe In Anarchy”, “Sid Vicious Was Innocent”, “Fuck The Mods” ecc.) e due accordi tirati via alla meno peggio si poteva sbarcare il lunario. L’unico elemento di genialità sta nella scelta del nome, che esorcizzava la grande paura dei punk puri e duri (l’exploitation da parte del sistema, appunto). Tutto il resto – dai testi infarciti di retorica proletario-antagonista-giovanilista alla musica sguaiata (non saper suonare, a volte, non è un merito) che dalle tendenze Oi! iniziali si farà col tempo sempre più hardcore e persino metal – riascoltato adesso, per dirla in modo punk, odora spaventosamente di rancido. Questo esordio non è particolarmente più brutto dei dischi che seguiranno, è solo più grezzo. E poi ha quel titolo in simbolica e palese contraddizione con i tempi. Il punk, con gruppi come gli Exploited, era già morto e sepolto. Almeno per chi pensava che dovesse essere qualcosa in più di una cresta, una siringa e un chiodo con la A cerchiata disegnata sulla schiena.

PETER FRAMPTON – Frampton Comes Alive! (A&M, 1976)

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A volte ci si affeziona anche alle schifezze. Chiunque sia stato ragazzino a cavallo tra anni ’70 e ’80 ricorda la faccia da cherubino beota di Peter Frampton. Era sempre lì che ti guardava dagli scaffali della Standa, dove si andava a spendere in dischi le prime paghette. Qualcuno l’ha anche comprato – perbacco, era o no l’autore del “disco live più venduto della storia?” –  e per uscire dal tunnel ci ha poi messo degli anni. Oppure è passato immediatamente ai Clash. Comunque sia, Frampton Comes Alive! è uno scheletro nell’armadio di tanti di noi, e quasi quasi dispiace che i giovani di oggi non abbiano la minima idea di chi fosse il chitarrista inglese. Al massimo, l’avranno visto citato da Nick Hornby in Alta Fedeltà, e si saranno chiesti chi fosse questo tipo che faceva musica per ”californiani rinciuliti dalla coca”. Beh, non stiamo a farvela tanto lunga: era un amicone di David Bowie, abbastanza belloccio da vincere il titolo di “Face of ‘68” quando suonava nella teen-band degli Herds (praticamente i Backstreet Boys della Swingin’ London) e discretamente bravo con la chitarra per finire a suonare rock-blues negli Humble Pie di Steve Marriott. Dopo un paio di dischi con questi ultimi, si mette in proprio e con un terzetto di mestieranti riciclati da band dell’epoca forma i Frampton’s Camel. Nel 1976 registra al Winterland di San Francisco le canzoni che compongono questo doppio album (scusate, non riusciamo a pensarlo se non in vinile). Successo stratosferico: sei milioni di copie vendute in un anno. Il rockettone segaiolo e melodico di Show Me The Way, Do You Feel Like I Do e Something’s Happening ha lo stesso potere evocativo di certi vecchi episodi della Famiglia Bradford o di Love Boat: ricorda un periodo che tutti hanno giustamente scelto di dimenticare. La carriera successiva di Frampton è ovviamente all’insegna dell’inutilità più desolante. Qualche anno fa se ne è pure uscito con un Frampton Comes Alive II. Uno non bastava? Ehi Peter, quando dicevamo che ci si affeziona alle schifezze era per fare una battuta.

SLAYER – Divine Intervention (Def American, 1994)

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Essere democratici è un bel casino, a volte. Perché in nome della sacra inviolabilità del diritto di parola e della libera espressione ti tocca poi difendere gente ripugnante come gli Slayer. Non avremmo voluto essere nei panni del giudice americano che nel 1996 assolse la band da qualsiasi responsabilità riguardo allo stupro e all’omicidio di Elyse Pahler, una ragazzina di quindici anni seviziata a morte da tre adolescenti che dichiararono di aver agito suggestionati dalle canzoni di questo disco. A malincuore va detto che quel giudice aveva ragione. Se il Primo Emendamento vale per Jello Biafra (che fu peraltro trattato molto peggio) purtroppo vale anche per gli Slayer. E poi, come si dice in questi casi, si tratta di arte. Di metafore, che condannano implicitamente quello che descrivono. Sì, come no. Ecco un esempio di artistica metafora slayeriana (da Sex, Murder, Art): “Non sei niente, sei un oggetto animato, un manichino sottomesso… da violentare ancora e ancora… sangue sulle tue ginocchia, ciò di cui ho bisogno è la mia soddisfazione, il dovere di prendere il mio pugno e violarti in ogni buco. Piacere nell’infliggere dolore, un potere così intenso… dio è morto e io sono vivo…”. Se dovete andare a vomitare, fate pure. Questa è solo una delle tante perle di poesia regalateci dal gruppo californiano, che forse dal punto di vista eminentemente musicale non meriterebbe di stare in questa lista (insomma, de gustibus…). Il fatto è che oltre alla musica anche le parole sono importanti, e spesso ce ne dimentichiamo. Se il thrash-metal di dischi come Reign In Blood  poteva essere apprezzato per la sua feroce carica di novità, i testi degli Slayer sono sempre stati indifendibili. Puro letame nazi-satanista condito da superomismo disperatamente privo di humour (difficile, in effetti, far ridere quando parli di SS o di feti crocifissi) che più che a Nietzsche fa pensare al Mein Kampf recitato da Beavis e Butthead. Il minimo che ci si può aspettare da gente che dedica canzoni a Josef Mengele e che a proposito del golpe in Cile (paese d’origine del bassista Tom Araya) commenta: ”E che sarà stato mai? Hanno solo fatto fuori un po’ di comunisti…”.

YES – Tales From Topographic Oceans (Atlantic, 1973)

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Il disco più importante della storia del punk? No, non è Never Mind The Bollocks, e neppure Ramones. È questo. Per tutti coloro che già nel 1973 incominciavano a non poterne più degli eccessi del progressive rock, Tales From Topographic Oceans fu come un gigantesco drappo rosso agitato davanti a un toro incazzato. Il segnale che si doveva fare piazza pulita, prima che fosse troppo tardi e si finisse tutti quanti a girare con tuniche di strass alla Rick Wakeman declamando passi scelti dal Signore degli Anelli. Se è possibile individuare il momento esatto in cui il prog ha raggiunto il punto di non ritorno, sicuramente deve stare da qualche parte di queste estenuanti, interminabili, abominevoli quattro facciate. Una mappazza indigeribile e indifendibile da qualsiasi punto di vista. In questi beati tempi di revisionismo post-tutto, in cui le contrapposizioni ideologico-musicali sono fuori moda tanto quanto le chitarre a tre manici, possiamo permetterci di essere indulgenti persino con gli Yes, e ammettere che in fondo qualcosa di buono nei primi dischi del gruppo (almeno fino a tutto Yes Album, e mettiamoci pure qualcosina di Fragile e Close To The Edge) si può anche trovare. Qui no. Qui gli Yes non fanno prigionieri, guidati nel massacro del buon gusto dalla vocina da castrato di Jon Anderson e dalle mitragliate tastieristiche di uno dei più deprimenti pagliacci della storia del rock, il Wakeman di cui si diceva qualche riga fa. Ispirato da un qualche accidente di santone o pensatore mistico (Yogananda Parananda, o forse Benny Hill), Farinelli voce regina srotola una caterva di nonsense che farebbero piegare in due dalle risate, non fossero infilati in “canzoni” della durata media di venti minuti, con titoli di omerica imbecillità come “La scienza rivelatrice di Dio – Danza dell’alba” o “Gli antichi giganti sotto il sole” o ancora (il nostro preferito) “Ritual – Nous sommes su soleil”. Tra l’altro: in trent’anni, qualcuno ha scoperto cosa diavolo sono gli “oceani topografici”?

 BEE GEES – Spirits Having Flown (Polydor, 1979)

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Se l’inferno esiste, deve essere così: un’immensa palla di cristallo che gira, uomini con la permanente e il medaglione d’oro sul petto peloso che parlano in falsetto e uno stereo che manda ventiquattr’ore al giorno Spirits Having Flown. Non crediamo esista un disco più brutto di questo. Perché Spirits Having Flown è brutto in modo totale, onnicomprensivo, diremmo quasi metafisico. Non è recuperabile neppure in chiave trash, o come agghiacciante testimonianza di un’epoca oscura: quello semmai è un privilegio che spetta alla colonna sonora de La febbre del sabato sera, che un suo senso storico almeno ce l’ha. Quest’album, invece, riflette semplicemente uno spaventoso nulla. Non è pop, non è disco-music, non è niente. Tre miracolati che si ritrovano a dover cavalcare l’onda di un successo clamoroso avendo speso l’ultima buona idea almeno dieci anni prima, quando erano un ottimo gruppo pop-psichedelico. Persino la loro resurrezione discotecara e prefabbricata aveva un qualcosa che catturava lo spirito dei tempi e che a distanza di anni permette di riascoltare Stayin’ Alive senza dover necessariamente ricorrere all’antispastico. Beh, provate a risentire Tragedy o Too Much Heaven: qualsiasi supplizio, palude Stige compresa, vi sembrerà preferibile.

SIGUE SIGUE SPUTNIK – Flaunt It (EMI, 1986)

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Ogni decennio ha avuto i Marilyn Manson che si merita. Chi è cresciuto negli ‘80 si è beccato – fortunatamente per poco – i Sigue Sigue Sputnik, che dell’anticristo con l’occhio pallato erano la versione light, adeguata all’edonismo kitsch di quegli anni. All’epoca, invece, qualcuno vide in loro una sorta di remake della “grande truffa del rock’n’roll” per l’aggressiva strategia alla Malcolm McLaren con cui cercarono di imporsi, dai miliardi estorti alla EMI (i soliti geni, quelli lì) allee cazzate pseudo-situazioniste con cui condivano  le loro dichiarazioni ai giornali (il leader Tony James, del resto, vantava un passato punk nei Generation X) o i loro disgustosi video sado-rock. “Ultraviolenza!” proclamava lo spaventapasseri Martin Degville, ma più che ad Arancia Meccanica faceva pensare all’ Abatantuono prima maniera. Comparate alla desolante qualità della musica, comunque, le vaccate provocatorie e neppure tanto velatamente destrorse dei testi sembravano opera di Leonard Cohen: rockabilly elettronico per lobotomizzati, volendo dare una definizione sintetica come la produzione di – guarda un po’ – Giorgio Moroder. All’epoca li odiavamo tutti, i Sigue Sigue Sputnik. Oggi, prevedibilmente, vengono invece incensati dai soliti “scrittori gggiovani” con il mito degli anni ’80. Che uno Sputnik gli potesse cadere sulla testa.

 SIMPLE MINDS – Once Upon A Time (A&M, 1985)

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Il successo, alle menti semplici, può dare alla testa. Come quando ti ritrovi di botto ai cinquemila metri senza essere abituato all’altitudine e per il troppo ossigeno incominci a sbiellare. Il Jim Kerr di Once Upon A Time ce lo ricordiamo proprio così: in cima a una montagna a braccia spalancate, nel video dell’orrida Alive And Kicking, alle prese con la sua miglior imitazione di Dio. Con questo disco, compendio del peggior stadium-rock degli anni ’80, i Simple Minds azzerano del tutto la rispettabilità new wave già abbondantemente fatta a pezzi dal macellaio Steve Lillywhite nel precedente Sparkle In The Rain. A fare danni qui c’è la terribile coppia Bob Clearmountain-Jimmy Iovine, ma probabilmente neppure il più minimale dei produttori avrebbe potuto riabilitare canzoni intollerabilmente pompose come Sanctify Yourself o All The Things She Said. Gli inglesi le definirebbero con l’aggettivo “bombastic”. È intraducibile, ma rende perfettamente l’idea.

SUPERTRAMP – Breakfast In America (A&M, 1979)

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Cosa si può dire di un gruppo rock il cui principale successo è stato coverizzato dalla moglie di Gianni Rivera? Elisabetta Viviani oggi non se la ricorda più nessuno, i Supertramp invece sì, e non è giusto. Perché i rispettivi contributi artistici alla storia della musica più o meno si equivalgono. L’unica differenza sta nei diciotto milioni di copie vendute di Breakfast In America, l’lp che conteneva appunto quella Logical Song tradotta  (“La canzone logica”, se la memoria non ci inganna) dalla simpatica Betta. Uno sproposito commerciale del genere è abbastanza per farci odiare un album? No, non fosse che nel 1979 uno non aveva il coraggio di accendere la radio per paura di sentire nel giro di un minuto la vocetta da gatto vasectomizzato di Roger Hodgson attaccare con “goodbye straaaanger…”. Oppure il piano elettrico di Roger Davies, o il sassofono super-kitsch di come si chiamava il sassofonista. Se ci pensate, è terribile essere presi in ostaggio radiofonicamente da un gruppo di vetero-hippy riciclatisi dal progressive al pop da FM. Accidenti a quel miliardario olandese che finanziò la nascita del gruppo alla fine dei Sixties: il vero “crimine del secolo”, per parafrasare il titolo di un altro loro famoso disco.

TOTO – Toto IV (Columbia, 1982)

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Un gruppo, quello dei fratelli Porcaro – Jeff e Steve; ci sarebbe stato bene anche il nostro compianto Giorgio, però – che faceva pietà davvero in toto. Irrecuperabili, dal nome al look (orripilante ibrido tra gli Eagles e i Cugini di Campagna), passando per i titoli dei dischi (Hydra? Fahrenheit?? Tambu???) e finendo ovviamente con la musica. Una pappetta soft rock tardo-californiana con qualche strizzata d’occhio alla disco più becera, suonata con tutta la perizia e l’assenza di passione che solo una band composta da navigati turnisti di studio poteva avere. Toto IV è diventato ovviamente disco di platino, ma fin dal primo ascolto si capiva che era un disco di qualcos’altro. Una cosa che è l’esatto opposto del platino. Con il suo romanticismo da supermercato e il suo tanfo di cocaina ha appestato qualche milione di festicciole liceali dell’epoca. Quando arrivavano le prime battute di Rosanna – il ballatone che il chitarrista Steve Lukather dedicò, beato lui, alla fidanzata Rosanna Arquette – era il segnale che stava per scattare il gioco della bottiglia, mentre con Africa, forse stimolati dal titolo, partivano i palpeggiamenti. Se i trentacinquenni di oggi sono una generazione sessualmente incasinata, adesso sapete a chi dare la colpa.

BLINK 182 – Enema Of The State (MCA, 1999)

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Nel loro quarto disco – primo su una major – i cattivi ragazzi californiani danno prova di impressionante maturità. Peccato che si esaurisca tutta nel gioco di parole del titolo. Stremati dallo sforzo dopo aver prodotto un pun degno di un G.B. Shaw laureatosi al Bagaglino, i tre Blink 182 si accontentano di rifilare ai quattro milioni di ascoltatori che hanno comprato il disco (q-u-a-t-t-r-o milioni, capito il grado ormai irreversibile di de-evoluzione a cui siamo giunti?) il loro solito sboccatissimo skate-punk melodico, parodia qualunquista di un genere musicale che non ha mai brillato per spessore ma che nei suoi esponenti migliori (dai Descendents giù giù fino ai Green Day) possedeva una carica di stupidaggine naturale che conquistava. Sappiate comunque che Enema Of The State, con la sua pornostar Janine in copertina e i suoi capolavori di fine umorismo come Disentery Gary, è un disco che vi cambierà la vita. Se avete undici anni, beninteso.

LIVE – Throwing Copper (Radioactive, 1994)

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Ogni band importante ha avuto i suoi gruppi-clone. Branchi di pecore Dolly incapaci di elaborare in modo personale le intuizioni con cui gente infinitamente più talentuosa di loro ha contribuito all’evoluzione della musica rock. I R.E.M. e gli U2 di imitatori ne hanno avuti a decine, ma forse nessuno più molesto dei Live. La cui unica forma di originalità, per l’appunto, consisteva nel copiare non uno ma due modelli. In Throwing Copper l’epica pomposità degli arrangiamenti (qualcuno ha mai capito perché Jerry Harrison dei Talking Heads si è messo a fare il produttore?) fa il paio con gli scimmiottamenti di Michael Stipe del cantante Ed Kowalckzyc, che in comune con il suo idolo ha solo il fatto di essere pelato. Un disco che spiega perfettamente perché il cosiddetto “alternative rock” è stato in realtà uno dei più vacui esempi di mainstream mai esistiti.

MARILLION – Script For A Jester’s Tear (Capitol, 1983)

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Ebbene sì, non solo c’è stato un progressive. C’è stato anche un revival del progressive. Tra i gruppi impegnati a riesumare gli spaventosi onanismi di Tony Banks o Rick Wakeman (gran bella idea, soprattutto in piena new wave: più o meno come fondare un partito monarchico nel ’46), i Marillion sono stati quelli più furbi. Invece di fare la fame come i puristi Pendragon, Pallas, IQ e compagnia baroccheggiante, hanno venduto tonnellate di dischi “tagliando” la loro formula letale con dosi consistenti di pop e hard-rock molto gradite alle radio degli anni ’80. In questo esordio si limitano però ancora a fare i Genesis der Tufello. Prendendo il nome da Tolkien e i testi dalle regole di Dungeons & Dragons, il gruppo di Fish (il nome vero è anche peggio: Derek Dick) si presenta subito nel peggiore dei modi. Curiosità: il disco successivo si intitola Fugazi. Riuscite a pensare a qualcosa di più distante da Ian McKaye dei Marillion?

MOODY BLUES – Days Of Future Passed (Deram, 1967)

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A volte si deve essere impietosi, anche a scapito di qualche attenuante generica. Nel caso dei Moody Blues, verrebbe voglia di usare la mano leggera, in virtù del loro contributo iniziale alla causa della british invasion e persino della bontà di qualche canzone successiva (come la celeberrima Nights In White Satin, qui presente). Purtroppo per loro, la storia non può esimersi dal condannare i cattivi maestri. Gli arrangiamenti orchestrali di Days Of Future Passed potevano essere frutto di una utopistica voglia di territori vergini da esplorare (ehi, era pur sempre il 1967!), ma si porta sulla coscienza i troppi abomini perpetrati negli anni successivi, quando lo stupro della musica classica compiuto dal rock (e viceversa) diventò una triste abitudine. Emerson Lake & Palmer che devastano Mussorgsky sono stati gli esecutori più biechi, ma i mandanti sono i Moody Blues di quest’album.

STONE ROSES – Second Coming (Geffen, 1994)

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Pochi dischi degli ultimi quindici anni sono stati tanto sospirati quanto il secondo capitolo delle Rose di Pietra. Dopo cinque anni di attesa, a rimanere impietriti furono però gli ascoltatori. Dov’erano finite tutte quelle belle intuizioni al confine tra dance e sixties pop del debutto, uno dei pochi album ad essersi meritato davvero l’aggettivo “neo-psichedelico”? E quel groove arrogante e ammaliante allo stesso tempo, come avevano fatto a perderlo? Forse in cinque anni passati a litigare con l’industria discografica, stonarsi davanti alla televisione e ascoltare un po’ troppo i Led Zeppelin. I riff vetero-rockettari di John Squire e la voce scazzata di Ian Brown evidenziano la disastrosa involuzione del madchester sound. Peccato non ci fossero i limoni sulla copertina, come nel primo album. Là servivano a combattere i lacrimogeni della polizia, qui i problemi intestinali provocati dall’ascolto.

SWEET – The Sweet (RCA, 1973)

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Una band che fa sembrare Marc Bolan un compositore dodecafonico e Ziggy Stardust un impiegato di banca si può definire con un solo aggettivo: coatta. Insieme a Gary Glitter, gli Sweet hanno sventolato con orgoglio la bandiera del glam rock più consapevolmente buzzurro, vendendo una quantità paurosa di dischi e prendendo a martellate qualsiasi parvenza di buon gusto. In effetti uno potrebbe chiederci, filosoficamente, cos’è il buon gusto. Di sicuro non è cantare cose tipo Wig-Wam Bam conciati come il pellerossa gay di Arrapaho. Eppure con i loro chitarroni finto metal, le zeppe al ginocchio e le pettinature stile Cleopatra, un sorriso tra i cultori del trash possono ancora strapparlo. Il disco qui indicato è puramente simbolico, essendo stati gli Sweet, come ogni vera teen-band che si rispetti, soprattutto un gruppo da singoli. Procuratevi un greatest hits, se volete farvi male davvero.

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2 thoughts on “100 DISCHI DA DIMENTICARE

  1. Ho tutti i Mucchio Extra e quella dei dischi da dimenticare è una lista che scorro ogni tanto. Mi chiedevo appunto di chi fosse la rece dei Toto. Ora lo so. Grande! Le riviste musicali dovrebbero pubblicare periodicamente articoli simili.

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